domenica 30 Novembre 2025
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Il Cavaliere Massimo Renda, presidente e fondatore di Caffè Borbone, dal Trieste Coffee Experts: “È necessario essere sostenibili a costo di pagare di più tutti i prodotti”

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massimo renda
Massimo Renda, presidente e fondatore di Caffè Borbone è stato nominato Cavaliere del Lavoro

Massimo Renda, presidente e fondatore di Caffè Borbone, ha partecipato al convegno Trieste Coffee Experts organizzato dai Fratelli Franco e Mauro Bazzara con un intervento focalizzato sull’importanza dell’economia circolare e dell’innovazione per dare vita a nuovi materiali nel rispetto dell’ambiente. Riportiamo di seguito le considerazioni di Renda ricordando che questa è una trascrizione di un intervento effettuato a voce e non si tratta di un articolo scritto da lui.

L’economia circolare nella filiera del caffè

di Massimo Renda

TRIESTE – “Borbone sente molto, per dovere etico e di business, la volontà di evolvere con processi di ricerca e sviluppo al fine di essere sempre più compliant con le tematiche ESG (Environmental, Social e Governance).

Per darvi la misura della nostra sensibilità al tema, considerate che tutti i nostri Consigli di Amministrazione a cadenza trimestrale si aprono proprio con i passi in avanti e gli sviluppi fatti dall’azienda in termini di ESG. La nostra determinazione da questo punto di vista è veramente molto spinta.

Nel 2010 si incominciano a toccare in ambito europeo temi volti alla sostenibilità del business produttivo, di tutti i prodotti, non solo chiaramente del caffè. Si iniziano a gettare le prime linee in maniera abbastanza vaga; si trattava più che altro di una manifestazione di orientamento, di interesse e di volontà.

Oggi siamo nel 2023, e ci sentiamo addirittura un po’ minacciati da queste leggi che sembra ci vengano calate addosso in modo un po’ dispotico. Ma sappiamo che nel 2050 dovremo arrivare, per quanto più possibile, a emissioni di carbonio zero.

È un progetto davvero molto ambizioso, che tra le altre cose ci verrà imposto. Ricordo a questo proposito che noi rispondiamo alla Comunità Europea, che è innanzitutto un organismo politico, che quindi è in parte alla ricerca della soluzione e del superamento delle criticità, e in parte alla ricerca del consenso politico.

Si tratta di meccanismi che conosciamo tutti quanti. Noi aziende, purtroppo, ci ritroviamo in mezzo a tutto ciò: dobbiamo produrre e portare a casa risultati, sì di sostenibilità, ma anche economici, e tutto ciò crea ogni tanto delle ansie e dei motivi di confronto importanti, come il confronto che stiamo avendo qui al Trieste Coffee Experts.

Stiamo via via maturando il concetto di avere un doppio bilancio: quello economico tradizionale e il bilancio di sostenibilità. Dove, come in ogni bilancio, si prepara un consuntivo e poi si pensa a quello che si dovrà fare nell’anno succcessivo. Per avere le idee chiare, per avere dei progetti sui quali far lavorare i team e spingere la creatività dell’azienda, che non è più rivolta soltanto a creare prodotti nuovi ma anche packaging più sostenibili.

Caffè Borbone ha una grande responsabilità in quanto immette volumi veramente importanti di caffè monodose in capsule sul mercato. Sentiamo di avere un impatto significativo come azienda, e tra capsule, cialde e imballaggi, ci dobbiamo preoccupare di ciò che facciamo.

Vorrei partire da un presupposto molto importante. Normalmente l’Italia sembra sempre il fanalino di coda di quella che è la realtà europea. Veniamo sempre dopo molte nazioni che sembrano sempre più virtuose della nostra. Invece, in termini di riciclo degli imballaggi, l’Italia è decisamente più avanti di tutti quanti gli altri Paesi.

In termini di numeri, ricicliamo l’83% dei materiali da imballaggio rispetto a una media europea del 52%. Per ogni milione di prodotto, produciamo 46 tonnellate di rifiuti rispetto alle 78 tonnellate di rifiuti della media europea.

Abbiamo un tasso di riuso della materia circolare molto più elevato della media europea. Ciò significa che siamo decisamente avanti in questo campo. Spero che riusciremo come italiani a far tesoro nostre tecnologie e la nostra sensibilità in materia a livello europeo.

L’Europa sarà il drive di questo sviluppo sostenibile che è giusto che ci sia perché se riusciamo a migliorare il mondo, ci ritroviamo anche noi in un pianeta migliore.

Finora, la popolazione italiana ha visto le elezioni europee come qualcosa di lontano. Abbiamo sempre avuto un grande trasporto per quanto riguarda le elezioni regionali, o le nostre amministrative e le politiche, ma quando si entra nell’ordine europeo, è come se i partiti minori andassero al Parlamento europeo come fosse un ripiego. Tuttavia è in Europa si fanno i giochi del futuro.

Quindi dobbiamo innanzitutto individuare le persone giuste che ci rappresentino in Europa, non in un’ottica di difesa delle proprie posizioni nazionali ma di costruttività seria che ci porti verso il futuro. Perché dopo l’Europa c’è il mondo.

E quando sento parlare di sostenibilità, oltre che relativamente al packaging ma anche alla filiera di produzione, sento che c’è da creare il giusto mix. Che se da una parte si va a sostenere i Paesi coltivatori e a lavorare sul carbon footprint della logistica, è importante anche sostenere la competitività delle aziende europee a livello mondiale.

Borbone ha fatto uno sforzo enorme per avviare un lavoro fatto come si deve negli Stati Uniti, dove così come in Italia siamo fortemente declinati sulla produzione del monodose. Non si può approdare al mercato statunitense senza il formato monodose per eccellenza utilizzato in America.

È stato uno sforzo enorme per arrivare con una capsula prodotta completamente in Italia, compostabile, che garantisca un buon caffè. La computabilità e la sostenibilità non possono andare a discapito della qualità in tazza.

Il mercato statunitense ha scarsissima sensibilità nei confronti della parola “compostabile”, le persone non sanno neanche di che cosa si tratti. E per quelli che lo sanno questo concetto vale molto poco.

Questo per dire che, se discostiamo la nostra realtà da quella del mondo, rischiamo di diventare aziende che si collocano fuori dal mondo.

I cambiamenti climatici, la perdita di biodiversità, l’inquinamento di mari e oceani sono tuttavia un problema concreto, quindi occorre ridurre le immissioni sul mercato di materiali non necessari, come il packaging ridondante. Mi rivolgo con questo ai nostri fornitori di impianti. Chiedendo: riuscite a rendere il più essenziale possibile l’imballaggio che accompagna il prodotto, utilizzare materiali per quanto possibile riciclati e riciclabili, prodotti a una distanza il più breve possibile dalle nostre aziende, e progettare prodotti che siano davvero innovativi?

Va fatta la differenza tra le aziende virtuose e quelle meno virtuose, però c’è un punto centrale: siamo tutti quanti imprenditori.

Le aziende presenti al Trieste Coffee Experts spaziano da Lavazza all’azienda con la famosa torrefattrice da 5 kg, che hanno bisogno in ogni caso di avere le idee chiare su quali sono i paletti da rispettare, perché altrimenti continuiamo a brancolare nel buio.

Noi di Borbone, che produciamo un enorme volume di capsule, fino all’altro ieri eravamo molto spaventati perché sembrava che stessimo andando fuori business in quanto la plastica riciclabile doveva essere addirittura considerata alla stregua della capsula di derivazione petrolifera. Poi all’improvviso è cambiato tutto, come se fosse spuntato il sole, e siamo tutti bravi, buoni e belli, e andiamo in continuità.

Non si può fare impresa così, non si può fare sistema così; abbiamo bisogno di sapere dove andare, cosa fare, e tra le altre cose, di regole che per quanto possano essere ambiziose, abbiano i loro tempi di applicazione.

Uno degli esempi che porto sempre è l’evoluzione delle emissioni delle automobili: non si è detto “Tra 2 anni, tutti Euro 6”, ci sono stati Euro 1, Euro 2, Euro 3,… in una sfida anche imposta come legge che però ha dato la possibilità al mondo dell’automotive di adeguarsi e di svilupparsi. Perché quando parti con un obiettivo, non hai la sicurezza di avere già la soluzione vincente. Ci dev’essere uno stimolo, che è un fatto molto importante. Dobbiamo avere il tempo per esplorare le nuove tecnologie.

Va da sé che, in questa evoluzione, le aziende che sono riuscite ad allinearsi o che magari si sono mosse in anticipo vadano premiate perché alla fine siamo qui per portare un business a casa, per guadagnare; quindi, se l’essere virtuosi è premiato anche commercialmente, ciò costituisce sicuramente uno stimolo per fare ancora meglio. Perché oltre alla legge che lo impone e ai buoni intenti che si hanno nell’animo, poi tutto questo si riscontra positivamente a livello economico e ciò costituisce uno stimolo veramente determinante.

Ci vogliono regole chiare e una comunicazione altrettanto comprensibile per non correre il rischio di vanificare uno sforzo titanico di evoluzione tecnologica a causa del consumatore che ha un oggetto in mano, che sia una capsula di caffè, una lattina o una confezione di Tetrapak ad esempio, e che non sapendo come smaltirlo, lo getta nel contenitore sbagliato. Questa è una follia assoluta.

Per quanto l’Italia sia la nazione più evoluta nel riciclo, abbiamo quasi una normativa o dei limiti di riciclo su base regionale.

Dunque, uniformare le regole e fare in modo tale che ci sia una chiave di lettura chiara, a prova di chi è più distratto, è fondamentale.

E poi è fondamentale anche porsi degli obiettivi ambiziosi, perché le sfide sono quelle che hanno fatto crescere il mondo. Si dice che le guerre abbiano portato avanti lo sviluppo tecnologico semplicemente perché sono sfide serratissime che spingono tutti i cervelli sopraffini dei popoli ad andare avanti.

Caffè Borbone ha preso degli impegni con i suoi stakeholder, tanto che già da un po’ redige un bilancio di sostenibilità.

In Italmobiliare, che ha la proprietà del 60% della compagine sociale, abbiamo una grandissima sensibilità e molta determinazione in tal senso. E questa loro sensibilità, unita alla nostra, e al fatto che siamo un’azienda molto focalizzata e specializzata, ci ha permesso di stabilire dei paletti in termini qualitativi del prodotto che forniamo al consumatore.

Un esempio su tutti è che da tempo stiamo cercando di creare una capsula compatibile Nespresso e sostenibile. La capsula esiste, ma un top lid che tecnicamente è determinante sulla tazza di caffè erogato, che funzioni bene come il foglietto di alluminio originale di quel progetto ancora non esiste, allora moltissime aziende hanno il contenitore e continuano a trovare soluzioni che sembrano quelle giuste ma ben presto ci si accorge che purtroppo non è proprio così, e nessuno è disposto a mettere in discussione la qualità alla quale è abituato il suo consumatore, alta o bassa che sia, in virtù di una maggiore sostenibilità.

Tra le altre cose, come diceva prima Nicola Panzani di IMA, abbiamo ahimè la netta consapevolezza che “sostenibilità” è una parola bellissima ma che il consumatore a oggi ancora non è disposto a pagare.

Ad esempio, facciamo un prodotto che sul mercato costa circa 20€, e il medesimo prodotto in chiave sostenibile ne costa 21. Sembrerà strano che nonostante una differenza di prezzo irrisoria e la presentazione significativa dal punto di vista della compostabilità, di fatto, il consumatore continua a essere spinto a comprare il prodotto che costa di meno.

Finora, per cercare di essere il più ESG-compliant possibile, abbiamo condotto uno studio molto importante su come riutilizzare il silver skin, e siamo riusciti a recuperarlo tutto completamente.

Il silver skin è un sottoprodotto da tostatura, e 500 tonnellate l’anno, ossia il 100% del nostro silver skin, vanno in compost attraverso filiere certificate che possono trattare in ricezione e riutilizzare il silver skin prodotto da noi.

I sacchi di juta rappresentavano un’altra questione complicata; noi consumiamo circa 170/180 container di caffè al mese che arriva in sacchi di juta da 60 Kg.

Per noi era un enorme problema smaltire tutto questo materiale, non sapevamo cosa farne, e i sacchi erano un problema addirittura quando li trattavamo come rifiuto speciale, non solo per il costo e per il volume, ma anche perché mandavamo in crisi i centri di raccolta a causa dei quantitativi consegnati.

Anche in questo ambito abbiamo fatto uno studio incredibile, molto approfondito, partendo anche dalla fantasia dei nostri collaboratori. Alla fine, oggi, tutti i nostri sacchi di juta finiscono nel settore dell’agricoltura e servono per la pacciamatura, qualcosa di molto importante per l’attività agricola e che normalmente per gli agricoltori, visto che parliamo di superfici abbastanza ampie, rappresenta un costo, mentre grazie ai sacchi di juta, che sembra sposino abbastanza bene quel tipo di utilizzo, abbiamo due vantaggi: noi non li gettiamo e non li bruciamo, e l’agricoltore non dovendoli acquistare ha un elemento naturale affine all’utilizzo che ne deve fare.

Parliamo ora di carta e cartone. Noi non abbiamo inventato la cialda, anzi, siamo nella città dell’azienda che ha inventato la cialda, ed è un grande onore per noi. Tuttavia c’è un aspetto di cui andiamo orgogliosi: in tempi non sospetti, abbiamo stimolato e poi affiancato l’azienda che produce la carta filtro in maniera molto determinata facendo leva proprio sul fatto che essendo un grosso cliente, se non ci avessero seguiti nel progetto, ci saremmo rivolti a qualcun altro.

Lo studio per sostituire il polipropilene che serve per rendere saldante la carta filtro con il PLA, che oggi è più conosciuto e tecnologicamente evoluto, si è protratto per lungo tempo.

In passato, usando il PLA si ostruiva il filtro del portacialda; sembrava che questo materiale potesse funzionare ma di fatto non funzionava e causava anche un’erogazione incostante.

Dall’idea originaria siamo giunti alla carta filtro compostabile che oggi troviamo sul mercato.

A uno stadio avanzato del processo di sviluppo, abbiamo detto al nostro partner, per salvaguardare i nostri interessi e stimolarlo ulteriormente, che arrivati alla fine del progetto congiunto non avremmo voluto l’esclusiva ma solo un piccolo periodo di vantaggio, finito il quale il prodotto avrebbe potuto essere liberalizzato e fornito a qualsiasi azienda.

Si parlava di qualche miliardo di cialde immesse sul mercato, tutte quante compostabili, e dunque ciò rappresentava un grandissimo vantaggio per l’umanità.

La stessa cosa la faremo con la carta, perché oltre ad aver sviluppato la cialda come prodotto, in seguito abbiamo iniziato a ragionare anche sull’imballaggio. Abbiamo fatto impazzire l’IMA perché dovevamo fare in modo che le nostre macchine cialdatrici potessero lavorare quel tipo di elemento, che per una serie di motivi tecnici presenta criticità molto maggiori.

Alla fine ci siamo riusciti, l’IMA ha abbracciato il problema insieme a noi, e perfino oggi ho sentito IMA dire che le loro macchine, cialdatrici incluse, al giorno d’oggi vengono studiate per poter utilizzare prodotti di natura diversa.

Quando noi abbiamo iniziato questa evoluzione, le IMA, come tutte le altre macchine, erano pensate per funzionare con il prodotto originale che tutti quanti conosciamo, e che è il più facile da lavorare per una serie di motivi.

Gli scarti di alluminio ci hanno portato a stabilire un rapporto particolare con i fornitori, producendo noi una bella quantità di capsule compatibili Nespresso con top lid in alluminio.

Nei nostri tender di approvvigionamento abbiamo inserito una nuova voce; poiché ottenendo degli sfridi durante il lavoro, in quantità quasi pari al materiale utilizzato per l’imballaggio, abbiamo iniziato a dare un valore importante al ritiro degli sfridi da parte dei nostri fornitori per riutilizzare questo materiale, cosa che all’inizio nessuno voleva fare. Magari a causa del prezzo esiguo dell’alluminio a quel tempo, o per questioni logistiche.

Borbone ha iniziato a fare leva proprio su questo aspetto e a considerarlo in maniera significativa nella scelta del fornitore vincente del tender, creando così un enorme stimolo al miglioramento.

Oggi, tutto l’alluminio che prima non riuscivamo a riciclare, in quanto l’alluminio accoppiato alla lacca saldante non poteva essere immesso nel normale circuito di riciclo, viene ritirato completamente dai nostri fornitori che alla fine sono felici di aver fatto questo step, e che l’alluminio ce lo pagano pure.

Ad oggi, il 65% della nostra produzione, grazie alle cialde, in termini di volume è riciclabile; stiamo lavorando alacremente per arrivare al 100%.

Questo che è fattibile a patto che si abbiano le idee chiare sugli obiettivi comuni: non vorremmo fare un lavoro esagerato per ottenere l’industrial compost e poi ritrovarci qualcuno dall’alto che lo archivia e dice che da domani bisogna avere l’home compost.

Bisogna sempre comprendere che siamo aziende con strutture che devono pensare e costruire per evolvere. La domanda che ci facciamo è: è possibile migliorare ancora andando oltre questo sviluppo circolare?

La strategia ESG può essere qualcosa di relegato solo alle aziende più strutturate che hanno più capacità di sviluppo, o va trovato un modo per declinare tutti gli avanzamenti tecnologici a favore di tutte le aziende? Andando oltre la capacità competitiva, ci sono delle cose che devono necessariamente diventare di dominio pubblico, a mio parere, per il bene del pianeta.

È importante la condivisione di buone pratiche settoriali, come ad esempio la trasformazione del silver skin in fertilizzante, e per questo condivido gli spunti sentiti qui al Trieste Coffee Expert.

Perché Borbone tiene moltissimo alle iniziative che conduce sul territorio. Non siamo dunque rivolti solo ai farmer dall’altra parte del mondo, il cui futuro è anche il nostro futuro, ma pensiamo che sostenibilità sia anche fare delle attività nel territorio in cui ci si colloca. Perché la sostenibilità non riguarda solo ciò che produci ma anche l’ambiente in cui lavori.

Noi ci troviamo a Caivano, un luogo che al momento riceve attenzione per fatti molto negativi, e anche in questo contesto abbiamo cercato di creare una rete di imprese virtuose per cercare di avviare dei progetti che possono in qualche modo portare al miglioramento del territorio.

Inoltre, coinvolgiamo i nostri fornitori negli sviluppi, continuiamo a sfidarli e stimolarli, e siamo molto pressanti anche relativamente ai temi ESG; collaboriamo qualche volta con il mondo accademico e le Università in particolare per far certificare determinati processi e best practice, come quello di trasformazione del silver skin, in modo da essere in regola con le norme vigenti.

Ci piacerebbe poter raccontare anche al cliente che c’è un sistema di raccolta dei prodotti esausti che non possono essere compostabili per un motivo o per l’altro, e che il consumatore legga l’impegno dell’azienda in maniera proattiva e non passiva, percependolo con una maggior nettezza.

Infine, occorre iniziare a fare campagne condivise, non nel senso della spesa, ma perché il nostro consumatore ha bisogno di percepire qual è il nostro sforzo per dare origine a tutte queste evoluzioni, in termini di denaro, tempo, sforzo fisico, e anche deviazione del focus dal business. Prendo ad esempio la presentazione che ieri Michele Cannone di Lavazza ha fatto su ¡Tierra!, un progetto bellissimo e molto ambizioso, che ha riportato un Paese alla produzione di caffè e in modo sostenibile.

Tutto questo è magnifico. Però se non riusciamo a comunicarlo al consumatore, vanifichiamo l’expertise focalizzando un’azienda su iniziative che devono avere grip quando giungono sul mercato perché altrimenti potrebbero anche essere davvero poco motivanti. Le ultime due proposte che presento sono le seguenti.

La prima è prevedere nella Direttiva Greenwashing regole chiare per la chiara indicazione di riciclo, da riportare poi sul packaging.

Questo è fondamentale. Il consumatore è l’ultimo anello di un percorso che deve essere virtuoso fino alla fine. Faccio un esempio tratto dalla filiera del caffè e dal mondo horeca. Se prendo il miglior caffè del mondo, accarezzo il contadino e porto il figlio all’università, trasporto il caffè via veliero e faccio tutto ciò che è necessario in termini di sostenibilità, ma alla fine il barista che prepara quel caffè è un incapace o non è motivato, tutti gli sforzi vengono vanificati.

Il concetto di greenwashing

La stessa cosa vale per il riciclo: magari noi facciamo sforzi incredibili, utilizziamo delle tecnologie pazzesche e alla fine il consumatore getta il caffè nel generico invece che nell’umido. Bisogna fare in modo tale che il concetto di greenwashing venga trasmesso al consumatore in maniera coinvolgente, rendendolo consapevole del fatto che il suo comportamento è determinante per la riuscita del progetto sostenibilità.

L’ultima proposta è un’idea sfidante che però potrebbe stimolare tutti quanti: creare un sistema di rating relativo all’ecosostenibilità.

Cos’è l’ecosostenibilità? Sei ecosostenibile se fai la capsula compostabile? Sei ecosostenibile se da domani si scopre che tostando con l’elio piuttosto che col petrolio sei più ecosostenibile? Sei sostenibile se la tua logistica si basa su camion elettrici, o altro? È un concetto così ampio quella della sostenibilità… Sei sostenibile se sostieni i farmer dall’altra parte del mondo oppure se non deforesti?

L’ecosostenibilità comprende moltissimi aspetti che risulta difficile trasmettere al consumatore perché, facendo degli esempi, domani l’azienda Borbone dice di essere meritevole perché ha la capsula compostabile, Bazzara invece dice di essere sostenibile perché ha scelto di affiancare lo sviluppo di un territorio di coltivazione. Entrambe le aziende sono sostenibili.

Come si giudica il percorso migliore? Ci vuole un sistema di rating che prenda in considerazione a tutto tondo un sistema di misura e attribuzione di importanza delle attività eseguite da un’azienda e che tutti questi elementi, a noi chiari, si concretizzino in un voto e che quel voto sia visibile sul frontespizio del packaging, con un bollino colorato attribuente il virtuosismo in termini di ecosostenibilità a quella determinata azienda.

In tal modo, si evita di complicare la vita al consumatore e non ci si aspetta una specializzazione da parte sua sull’argomento, che oggi evidentemente non ha. E, se ha una sensibilità alla sostenibilità, il consumatore tenderà a comprare il prodotto col rating maggiore.

Grazie a ciò, il consumatore potrebbe iniziare a percepire che essere sostenibili ha un costo, accettando il fatto che volendo veramente fare la propria parte nel salvare il mondo, bisogna essere disposti a pagare necessariamente un po’ di più”.

Max Fabian nominato in Campidoglio a Roma “Ambasciatore della conoscenza italiana nel mondo” per la sua attività di presidente del Consiglio internazionale dell’Ico

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Max Fabian
Un momento della consegna del premio a Max Fabian, prsidente e amministratore delegato della Deus di Trieste: si tratta del riconoscimento come Italian Knowledge Leader per la sua attività di presidente del Consiglio dell'Ico

ROMA – Max Fabian, presidente e amministratore delegato della Demus di Trieste, azienda leader nel settore della decaffinizzazione, ha ricevuto a Roma, nella sala della protomoteca in campidoglio, il premio come Italian Knowledge leader, ambasciatore della conoscenza italiana nel mondo, per la sua attività come presidente del Consiglio dell’Ico, International coffee organization. Qui il racconto della sua attività internazionale. Si tratta di un premio importante voluto tra gli altri dal Ministero per il Turismo, l’Enit e l’associazione dei rettori delle università italiane. Fabian è primo esponente della filiera del caffè ad ottenere questo riconoscimento.

Fabian al momento del ritiro del premio si è detto molto soddisfatto confermando il suo impegno per tuto quanto fatto a favore dei Paesi consimatori e produttori di caffè.

La premiazione dell’Italian knowledge Leader è un evento che valorizza le eccellenze italiane in ambito accademico, medico, culturale e scientifico, riconoscendole come riferimenti preziosi per la crescita intellettuale del Paese e del mercato dei convegni internazionali.

L’appuntamento con la premiazione di Fabian si è svolto a Roma il 4 dicembre 2023 nella Sala della Protomoteca del Campidoglio ed è stato organizzato da Convention Bureau Italia assieme a Enit – Agenzia Nazionale del Turismo, con il sostegno dal Ministero del Turismo.

L’iniziativa, oltre a mettere al centro il capitale intellettuale italiano, ha voluto rafforzare ulteriormente la collaborazione tra istituzioni, industria e università.

Ancora una volta è emerso il valore dell’attività congressuale che permette di importare delle conoscenze che vanno a vantaggio della comunità scientifica locale. Un vero e proprio circolo culturale virtuoso.

Presenti anche esponenti delle istituzioni nazionali e delle associazioni di categoria, oltre alle realtà associate a Convention Bureau Italia. In sala erano riuniti inoltre circa 40 presidenti di associazioni internazionali, di cui 30 alla loro prima partecipazione all’evento e che sono stati premiati come Italian Knowledge Leaders (ambasciatori della conoscenza italiana nel mondo).

Ma che cosa è esattamente il premio vinto da Max Fabian per la sua promozione, anche, dell’Italia nel mondo con la sua opera in campo internazionale?

La premessa, come si è appreso durante la premiazione, è che per la prima volta negli ultimi 10 anni, secondo il database ICCA (International Congress and Convention Association), la seconda destinazione in Europa per congressi associativi internazionali nel 2022 (560 quelli organizzati) e la terza al mondo. Dopo l’Italia, in Europa ci sono Spagna, Germania, Uk e Francia, un tempo sopra il nostro Paese. Tra le prime 100 città al mondo sei italiane: Roma, Milano, Bologna, Firenze, Torino e Napoli.

“Iniziative come l’Italian Knowledge Leaders’ – che chiama a raccolta accademici, medici, ricercatori e personalità e alti esponenti del capitale intellettuale italiano – contribuiscono a rendere la nostra Nazione fortemente attrattiva per il mercato dei grandi congressi associativi, in quanto fattori di enorme richiamo per un turismo di altissima qualità”, dice il ministro del Turismo Daniela Santanché.

“È soprattutto grazie a eventi come questo, infatti, che l’Italia ha conquistato nel 2022 l’ambito podio della graduatoria ICCA, posizionandosi come terza nazione a livello mondiale e seconda in quello europeo per il numero di congressi organizzati, caratterizzandosi così per un sistema congressuale che ha saputo attirare oltre 21 milioni di partecipanti e quasi 32 milioni di presenze complessive. Il turismo dei congressi è una delle leve strategiche tra le più efficienti e funzionali dell’industria turistica ed a buon diritto rientra nella strategia di destagionalizzazione che abbiamo presentato al Primo Forum Internazionale del Turismo di Baveno e che porteremo avanti con l’aiuto delle Regioni e i grandi operatori del settore”.

“Il progetto Italian Knowledge leaders – dice Carlotta Ferrari, presidente del Convention Bureau Italia – conferma quanto l’Italia sia un paese attrattivo per i grandi congressi internazionali, grazie a moltissimi esponenti della comunità scientifica, accademica e della ricerca nazionale che presiedono i board di associazioni internazionali e grazie ad una filiera di operatori di altissimo livello.Questo progetto ci da un’enorme opportunità, che è quella di promuovere l’Italia attraverso il proprio capitale intellettuale, cambiando un po’ il paradigma della promozione da Paese della grande bellezza meta di vacanze a Paese del sapere e della conoscenza”.

“La nostra è un’industria che spesso viene confusa con quella del turismo, ma in realtà se ne differenzia molto per l’impatto positivo che lascia sulle destinazioni in termini di legacy e di sostenibilità. Un’industria che ha inoltre ai vertici delle proprie aziende una donna su tre – conclude Ferrari -. E’ importante che il pubblico ed il privato continuino a lavorare assieme e che ci siano costanti investimenti in un settore così strategico per lo sviluppo delle destinazioni italiane”.

“La partecipazione dell’ Italia ad eventi aggregati non solo accresce la visibilità a livello internazionale – dichiara Sandro Pappalardo, consigliere cda Enit – ma stimola anche lo sviluppo economico e culturale del Paese. La diversità delle sue regioni, l’ampia gamma di strutture congressuali e l’eccezionale patrimonio storico-artistico creano un contesto ideale per ospitare congressi e conferenze di rilevanza mondiale. La partecipazione attiva dell’Italia a questi eventi consolida la sua posizione come destinazione turistica di eccellenza, attirando professionisti, esperti e decision maker provenienti da tutto il mondo”.

“Questo – continua Pappalardo – non solo favorisce lo scambio di conoscenze e best practices a livello internazionale, ma contribuisce anche alla crescita del settore turistico italiano. Inoltre, la presenza italiana in eventi di turismo congressuale offre un’opportunità unica per promuovere la collaborazione tra imprese, istituzioni e organizzazioni, creando sinergie che possono generare benefici a lungo termine. La condivisione di esperienze e progetti innovativi durante questi incontri favorisce lo sviluppo sostenibile del turismo, incoraggiando pratiche responsabili e consapevoli.”

“È fondamentale comprendere che la partecipazione italiana non riguarda solo l’aspetto economico, ma sottolinea anche l’importanza della cultura e della storia nel contesto globale. L’Italia, con la sua ricca eredità artistica e culturale, offre un ambiente unico per il networking e la collaborazione, incoraggiando la valorizzazione e la conservazione del patrimonio storico. La partecipazione della Penisola agli eventi aggregati di turismo congressuale è un investimento strategico che non solo promuove lo sviluppo economico, ma anche la condivisione di conoscenze, la collaborazione internazionale e la valorizzazione della cultura italiana. Questa presenza attiva contribuisce a posizionare l’Italia come una destinazione di riferimento nel panorama mondiale del turismo congressuale, generando impatti positivi a livello sociale, economico e culturale”.

Nudo Artisan Coffee, il campione aeropress Nicolò Zorloni: “Questo posto apre per il caffè”

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Zorloni e la sua latte art @milanocoffeeguide nudo
Zorloni e la sua latte art @milanocoffeeguide

MILANO – Il temporary shop avviato in collaborazione con Giuseppe Lo Iudice e Alessandro Miocchi di Retrobottega, da poco dalla visione di Nicolò Zorloni, campione in carica italiano di aeropress e torrefattore di Nudo Artisan Coffee, si inserisce all’interno della cornice specialty milanese: abbiamo sentito il polso di questa creatura appena nata, parlando direttamente con il suo fondatore.

Nudo Artisanal Coffee fresco di apertura: a caldo, qual è la prima impressione dell’esser tornati dietro al bancone?

“Mi mancava. Era un po’ che non lavoravo in caffetteria e ne sentivo nostalgia. Ci stiamo affacciando su un mercato come quello di Milano che ho vissuto molto da cliente ma mai da insider.

Fin qui solto felice: certo, ho dovuto affrontare le difficoltà necessarie per farsi largo tra le istituzioni specialty di questa città che ammiro molto. Entrare nelle abitudini dei clienti della zona o dei turisti è un processo lungo.

Abbiamo scelto di posizionarci in una zona buona, in cui la capacità di spesa è più alta rispetto ad altri quartieri e dove quindi lo specialty viene percepito in un’altra maniera.

Vicino a noi però c’è già Loste. Certo noi siamo diversi: loro sono molto incentrati sul food, potendo contare su un proprio laboratorio, da noi il focus resta il caffè che produciamo noi.”

Spiegare lo specialty è difficile a contatto diretto con il consumatore?

“No. Avevo provato già a comunicare con i clienti a Roma e qui a Milano ho notato che è un po’ più semplice, perché è una città un po’ più aperta, Ci siamo beccati anche delle lamentele sul costo dei due euro per l’espresso – mentre in double shot costa tre – , ma per noi non ha senso fare altrimenti.

Mi sono accorto da subito che competere sul prezzo non ha senso, perché comunque gli altri bar vicini a noi non vendono specialty.

Insistiamo dunque sulla qualità del prodotto. Facciamo anche i single shot, estraendo però sempre con il portafiltro doppio. La nostra missione è portare al double shot per far scoprire un’esperienza diversa.

Abbiamo ricevuto fin qui dei feedback interessanti sia da parte dell’appassionato sia di chi è neofita.

E questa per noi è la vittoria più grande dopo appena tre settimane di apertura.

Cerco di far passare quello che è stato per me nel tempo questa bevanda. Abbiamo ovviamente l’espresso (singolo e doppio) con due scelte (Brasile, che è il nostro house coffee, più una monorigine stagionale che ora è un Uganda lavato, molto floreale) e poi dietro ai raccolti proporremo una singola origine diversa.

Per il filtro proponiamo tre opzioni un batch brew con un Perù lavato più da tutti i giorni e in hand brew un Kenya lavato e un Colombia anaerobico per offrire lo spettro completo delle lavorazioni.

Abbiamo deciso di mantenere anche il filtro manuale perché è fondamentale per la mia visione di locale specialty.

Riusciamo a vendere circa 20 hand brew al giorno e per ciascuno impiego il doppio del tempo, Mentre totalizziamo otto litri di batch brew quotidiani. Sono numeri comunque importanti per essere in Italia.”

Ma lei ovviamente si occupo dell’aeropress…

Ride Zorloni: “Sono praticamente obbligato a fare l’aeropress dagli stessi clienti, essendo campione. Nel weekend sono in tanti a chiederlo, ma quasi tutti i giorni c’à qualcuno che lo ordina.”

La colazione di Nudo:

“Abbiamo sia proposte dolci che salate. Siamo attualmente in una fase di studio: sul dolce stiamo lavorando con Tipografia alimentare e Nowhere, due realtà che stimo. Mi è subito piaciuto fare rete sul food: sono del parere che se una cosa non è di tua competenza, basta affidarsi a chi lo fa come mestiere.

Questo posto apre per il caffè perché lo curo io, per il resto dell’offerta, conoscendo i nostri limiti, mi sono appoggiato a chi rappresenta l’eccellenza.

Si può scegliere tra lievitati vuoti, al cioccolato, con il cardamomo, torte e opzioni vegane, piccola pasticceria. Stiamo valutando di ampliare la parte salata nel week end: al momento abbiamo le focacce e il pane di Davide Longoni. Da poco abbiamo cominciato a fare il grill cheese, con due formaggi selezionati e grigliati.

Chiudiamo alle 4 tutti i giorni, il lunedì libero e il week end acon apertura alle nove.”

Quando sarà il momento di capire se il temporary diventerà stabile?

” Ce ne renderemo conto lavorando, vedendo come risponde la gente.

Fin qui le reazioni mi fanno sperare in bene, stiamo raggiungendo l’obiettivo che avevamo fissato per il primo mese.

Per noi è stata un’apertura non troppo dispendiosa, perché Sidewalk Kitchens ti dà uno spazio già pronto in cui si devono inserire soltanto le attrezzature. Quindi avviare un posto così, facilita le cose per un temporary.

Per l’idea di continuare con un locale fisso, si vedrà più avanti come eventualmente gestire diversamente le cose.”

Il dettaglio delle macchine da Nudo

L’espresso specialty di Nudo @milanocoffeeguide

“Per l’espresso abbiamo scelto una Slayer a due gruppi e una LP macchina semi automatica perché mi sono sempre trovato bene con loro nelle fiere internazionali e così ce ne sono poche a Milano, quindi è un prodotto ancora da scoprire e lavora molto bene in estrazione. Per quanto riguarda i macinacaffè abbiamo spaziato con 3 brand, un Ceado, per la singola origine specialty che ruota, un Malkhoenig Grind by Weight per il brasile e un Macap Labo per filtro.”

Caffè Borbone e Ofi in Uganda per una filiera più inclusiva con l’obiettivo di coinvolgere 1.000 produttori in 5 anni

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Janet nella sua "Coffee Nursery" a Ibanda ALLY KAHASHY NNP_DRC per Caffè Borbone

Vanity Fair ha viaggiato nel cuore dell’Uganda insieme a Caffè Borbone e Ofi (Olam Food Ingredients) per visitare le piantagioni del chicco che offrono alle donne e alle nuove generazioni la possibilità di immaginare un futuro differente. L’obiettivo delle due aziende è di sviluppare, grazie al progetto MWANYI (ne abbiamo già parlato qui), progetti imprenditoriali di donne e giovani che lavorano nella catena di produzione del caffè in Uganda e permettere loro di diventare parte centrale della crescita economica, visto l’enorme potenziale di risorse disponibili.

La produzione di caffè è importante per l’Uganda e contribuisce al 2% del PIL, prodotto interno lordo, del Paese, con 353mila ettari di terreno coltivabile.

È la principale fonte di sostentamento per circa 1/3 della popolazione, pari a 1,7 milioni di famiglie per un totale di 12mila dipendenti e circa il 40% delle donne impiegate nel settore del caffè. Leggiamo di seguito la prima parte dell’articolo di Alessia Arcolaci per Vanity Fair.

Il viaggio in Uganda alla scoperta delle iniziative di Caffè Borbone e Ofi

IBANDA (Uganda) – Janat ha 28 anni e quando allarga le braccia in mezzo alla sua serra di baby piante di caffè sembra volerle abbracciare tutte. Sono grandi come un palmo di mano, rigorosamente in fila. Janat le accudisce come si fa con le cose preziose. Quelle che necessitano di cura e pazienza.

La incontriamo in Uganda, in uno dei villaggi che animano la zona di Ibanda. L’orizzonte più prossimo è fatto di colori così pieni che sembrano essere stati appena disegnati. Spicca il verde delle piantine di Janat, ripreso dal suo abito lungo a fantasia dove al verde si alterna l’arancione di alcuni fiori.

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L’accoglienza nel villaggio ALLY KAHASHY NNP_DRC per Caffè Borbone

È lo stesso colore della terra che calpestiamo per arrivare fino alla coffèe nursery di Janat, accompagnati dallo staff di Caffè Borbone e Ofi, (Olam Food Ingredients), leader mondiale nel settore degli alimenti naturali e tra i principali fornitori mondiali di caffè verde. Insieme a loro siamo arrivati in Uganda per scoprire quanto lavoro c’è dietro (e dentro) alla tazzina di caffé che beviamo quotidianamente ma soprattutto per incontrare le donne e i giovani ragazzi e le giovani ragazze che stanno beneficiando del progetto mwanyi, che il lingua locale significa, appunto, caffè.

L’obiettivo di Caffé Borbone e Ofi è, in un arco temporale di cinque anni, sviluppare le competenze e promuovere progetti imprenditoriali di donne e giovani che lavorano nella catena di produzione del caffè in Uganda.

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Una donna con il suo libretto dei risparmi in attesa di versare la sua quota ALLY KAHASHY NNP_DRC per Caffè Borbone

Quindi aumentare il numero di giovani e donne coinvolti in attività sostenibili di produzione di caffè in Uganda entro il 2027, con un conseguente incremento dell’occupazione femminile e giovanile. Emancipazione e contrasto allo spopolamento dei villaggi per la fuga in città.

Dove, però, le opportunità sono minori e il livello di povertà altissimo. Perché anche se l’Uganda è uno dei Paesi africani che negli ultimi vent’anni ha avuto la maggiore crescita economica, le disparità sociali rimangono ancora forti. La violenza e la povertà sono estreme.

Caffé Borbone ha scelto insieme ad Ofi di lavorare qui per permettere ai coltivatori di diventare parte centrale della crescita economica, visto l’enorme potenziale di risorse disponibili.

Ad oggi, rispetto all’obiettivo finale di coinvolgere 1000 produttori in 5 anni, ne sono stati coinvolti già 500.

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Terremoto scuote il commercio mondiale del caffè: Mercon Coffee Group ha dichiarato fallimento negli Usa

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Il logo di Mercon

MILANO – Terremoto nel commercio mondiale del caffè: Mercon Coffee Group, uno dei massimi trader planetari, ha dichiarato fallimento nello stato di New York, ricorrendo al Chapter 11 della legge fallimentare statunitense, una sorta di amministrazione controllata.

Il gruppo ha sede in Olanda ed è presente in oltre 60 paesi in tutto il mondo. La decisione si è resa necessaria in ragione del degradarsi delle condizioni finanziarie e operative.

La situazione è emersa in tutta la sua gravità a metà della settimana scorsa, dopo la notizia dell’improvvisa chiusura di Cisa Exportadora, società controllata da Mercon, nonché uno dei principali esportatori di caffè del Nicaragua.

“Negli ultimi tre anni, le interruzioni logistiche dovute alla pandemia, unite agli effetti delle gelate e della siccità in Brasile, all’elevata volatilità dei prezzi e alla rapida ascesa dei tassi di interesse hanno determinato, tutte insieme, un contesto operativo eccezionalmente sfidante per Mercon” si legge in una lettera a firma del ceo Oscar Sevilla.

“Sfortunatamente, i fattori macroeconomici ai quali Mercon ha dovuto fare fronte sono persistiti più a lungo del previsto e i finanziatori hanno scelto di non prorogare ulteriormente la durata dei crediti, con l’effetto di ridurre significativamente la liquidità.

Conseguentemente, la società non dispone più dei mezzi finanziari necessari per proseguire la sua attività.

Dopo aver valutato tutte le opzioni, il consiglio direttivo ha deciso di richiedere il Chapter 11, secondo il Codice del fallimento degli Stati Uniti, quale migliore alternativa per salvaguardare il patrimonio societario”.

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Stefano Laghi :” Il problema del cioccolatino? In Italia è sempre stato visto come oggetto di regalo”

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Stefano Laghi in divisa da lavoro (foto concessa)
Stefano Laghi in divisa da lavoro (foto concessa)

MILANO – Stefano Laghi è un maestro indiscusso della lavorazione del cioccolato, inserendolo poi all’interno delle logiche della pasticceria in modo da poter fare riflessioni attorno ad una più efficiente impostazione del business: lo studio e la ricerca, oltre a coinvolgere la materia prima e le sue origini, si riflette anche nella gestione dei prodotti all’interno del proprio locale.

Stefano Laghi è due professionisti in una sola persona, pasticcere e cioccolatiere: dove finisce una e inizia l’altra e come convivono insieme?

“La cioccolateria è una branca della pasticceria che si è staccata ed è poi diventata una vera e propria professione, ma naturalmente la prima è quella che comanda e che poi apre a diverse soluzioni con il cioccolato.

Quindi, non saprei dire dove finisce il pasticcere e inizia il cioccolatiere, perché sono due figure unite dentro di me e sono ben salde.

Nel tempo mi sono specializzato nel cioccolato perché ho trovato in questo uno sfogo di alcuni miei progetti che riguardavano soltanto questo prodotto.

Ho persino gestito una cioccolateria per diversi anni, lasciando un po’ da parte la pasticceria in termini di business, sempre continuando a lavorare come consulente da pasticcere.

Oggi ho una pasticceria con annessa una cioccolateria.

Sono stato conquistato pian piano dal cioccolato ancora prima di concentrarmi sulle praline, da quando ho avuto la fortuna all’età di 20 anni di lavorare in una pasticceria che trattava molto il cioccolato.

La vera e propria passione poi è arrivata quando ho scoperto la soggettistica, una specializzazione più creativa dal punto di vista visivo. Produrre soggetti come le uova di Pasqua, mi ha rapito e allora ho approfondito questo campo, facendo procedere in parallelo la pralineria.

L’ultima metà degli anni ‘90 mi sono avvicinato a questa branca e ci ho investito. Mi sono formato, sono stato il primo direttore di una scuola che ha dato la svolta al cioccolato e alla pasticceria in Itaila, l’Etoile in Veneto, e lì ho sviluppato queste altre competenze.

Indubbiamente per chi vuole soltanto vendere il cioccolato, la creatività e lo studio devono andare avanti di pari passo, e quando si decide di intraprendere la strada della formazione si deve fare ricerca per capire cosa si può fare e come lo si può proporre, in modo da comunicare ai pasticceri gli strumenti giusti a rendere fruibile nel loro business.

La soggettistica riguarda appunto la parte creativa del cioccolato, quando non ha ripieno ma soltanto la forma.

Funziona molto durante i due picchi più importanti del calendario, Natale e Pasqua, che sono l’apoteosi del cioccolato. Su questo campo bisognerebbe spingere tanto e fare divulgazione, perché qualsiasi pasticcere in quel periodo deve occuparsene.

L’arte della soggettistica (foto concessa)

La soggettistica può avere quindi un ruolo importante per poter fare cultura. Soprattutto con le uova, più che nei coniglietti, si sta cercando da un po’ di tempo di riprendere il discorso attorno alla qualità, con delle soluzioni gourmet composte da un cioccolato di alto livello e anche dalle nocciole, dai cremini, dai pralinati che mantengono sempre il principio della forma, ma creano un’esperienza più completa.

Si deve fare cultura perché non è possibile che il consumatore si lamenti del costo delle uova in pasticceria, perché abituato agli ovetti Kinder. È un cioccolato industriale che costa 50-60 euro al chilo: non è meglio andare in pasticceria e acquistare un prodotto artigianale ad un costo uguale o a un pochino di più?”

È più difficile trattare il cioccolato come ingrediente all’interno di una ricetta in pasticceria, oppure lavorarlo in purezza?

“Sono due cose diverse. Basta conoscere bene tutte le vie che portano al risultato desiderato.

Comunque lavorare il cioccolato come ingrediente è più impegnativo che farlo in purezza e questo perché quando si unisce alle uova, alla panna, viene diluito molto.

Nei dolci, incontrando l’aria, si disperdono ulteriormente il profumo e l’aroma e quindi si deve gestire molto sapientemente per continuare a valorizzarlo. Altrimenti risulterà un dolce finale un po’ anonimo.”

Un cioccolatiere trasforma il cacao nel prodotto finito, ma quanto sa e dovrebbe sapere realmente della materia prima coltivata in origine?

Il cioccolatiere dev’essere completo e deve conoscere benissimo la sua materia prima: come e dove è stata prodotta, tutti i processi che hanno determinato il cioccolato che sta lavorando. Ogni prodotto ha un’anima, un terroir, un processo di produzione e fermentazione che ne hanno determinato le caratteristiche.

Faccio il paragone con la cucina: la stessa carne fornita a 10 cuochi sarà esaltata al massimo da quelli che conoscono tutto dell’animale da cui è stata ricavata, mentre gli altri la bruceranno. La materia prima non basta, se il professionista non è altamente preparato su vita morte e miracolo dell’ingrediente.

Conta per me molto guardare la storia del prodotto. Solo così si riesce a entrare nell’anima della materia prima.

Per ora purtroppo, molto pochi nel settore conoscono il valore delle origini, alcuni procedono selezionando seguendo i marchi. Non si preoccupano neppure di dedicarci attenzione.

Innanzitutto ci deve esser un’offerta culturale: nel momento in cui ci sarà attorno al cioccolato e sarà a disposizione di chi è interessato, allora le cose cambieranno. Rendere fruibile il materiale informativo e un filo logico e chiaro per fare rete, stimolerà un bisogno di qualità.

Fin qui c’è stata poca curiosità, perché il cioccolato è stato considerato come ingrediente secondario e di poco valore. È stato usato molto in Italia dall’industria e la gente comune non ha dato il valore giusto a questo prodotto.

Moltissimi chiamano il cioccolato cioccolata. Le uniche pubblicità su larga scala arrivano dalla televisione ed è per lo più questo messaggio che viene diffuso. Nel supermercato le tavolette sugli scaffali hanno prezzi totalmente diversi dalla pasticceria: l’approccio alla qualità è differente.

Ora sta accadendo un cambiamento con i panettoni: il consumatore è sempre più attento alla qualità e il pasticcere reagisce di conseguenza.

Tant’è che il volume d’affari dei panettoni artigianali ha equilibrato quelli industriali, che sono molto più alti ma venduti a meno. Questo significa che la gran massa si sta spostando verso l’artigianale. Speriamo che avvenga questo fenomeno anche con il cioccolato.”

Dalla sua esperienza di imprenditore in Antonella Dolci, ha imparato a gestire al meglio il locale pasticceria: ci racconta come mai è consigliabile scegliere le praline a lunga conservazione, anidre?

“Guardando le vendite del cioccolato, quando avevo la vetrina dedicata, mi sono accorto che le vendite erano molto limitate.

Di solito il pasticcere propende ad allestire la vetrina del cioccolato come quella della piccola pasticceria: il problema del cioccolatino è che in Italia è sempre stato visto come oggetto di regalo e non destinato all’autoconsumo. Per questo non si vendeva in grandi quantità.

Altra cosa che ho notato: dai registri, il genere maschile non si avvicinava alla vetrina, era molto restio nell’acquisto del cioccolato.

Ho intrapreso quindi un discorso differente, valutando diverse strade: in primis, provare a fare un prodotto che potesse stare fuori vetrina a temperatura ambiente, senza rovinarsi e mantenendo l’alta qualità.

Di solito quando si parla di lunga conservazione si pensa a qualcosa di più industriale e quindi io le chiamerei praline anidre, senz’acqua – che provoca degli scompensi nella conservazione che riducono i tempi di shelf life -.

I cioccolatini di Stefano Laghi (foto concessa)

Sono passato da una pralina ricoperta – ci sono due famiglie: quelle che escono dallo stampo e quelle che vengono ricoperte sul ripieno – allo stampo, cercando di realizzare qualcosa di accattivante nelle forme, con dei ripieni anidri che non avessero problemi di temperatura.

Poi, ho creato delle scatole già pronte, con un packaging attraente e di diversi colori, inserendo i gianduiotti, i cremini, i misti: ho pensato a diverse soluzioni e così le vendite si sono impennate. Questo perché l’italiano è predisposto a regalare il cioccolatino.

Se poi è di qualità, con un packaging che incuriosisce e una storia bella del brand (noi ad Alessandria siamo considerati blasonati) intriga ancora di più.

Ora il primo acquirente a comprarne di più, è proprio rappresentato dal genere maschile.

Ho utilizzato il sistema che usa l’industria: la scatola negli scaffali già confezionata e perfetta, pronta da regalare.

Siamo sempre più abituati a comprare e a pagare da soli mi son detto: questo è il modo giusto per portare la gente all’acquisto. Quelle da 5 cioccolatini vanno tantissimo. Questo aiuta molto le vendite.

Poi abbiamo realizzato anche dei piccoli vassoi per creare le scatole personalizzate, ma una su cento viene acquistata, perché gli altri comprano direttamente il pacchetto esposto.

Il mondo è diventato più frettoloso e comporre una confezione di cioccolatini richiede tempo. In negozio bisogna essere pieni ma avere anche modo di comunicare, dando quel tocco di cultura e informazione in più con poche parole ed efficaci, attorno al prodotto e alla qualità. Così il cliente entra già fiducioso.”

Sempre pensando alla sua pasticceria: com’è la vostra?

La colazione è cambiata dopo il fermo del Covid. Riaprendo ho cercato di mettere a disposizione dei miei clienti delle monoporzioni lievitate. Le ho migliorate, glassate, spolverate, cambiando loro faccia.

Questo perché volevo far capire la differenza tra la mia offerta rispetto alle altre pasticcerie. Volevo comunicare al cliente il fatto che utilizzavo le migliori materie prime, attraverso un’estetica unica. Così ho rivoluzionato l’aspetto di preparazioni già al massimo delle mie possibilità. Le vendite sono aumentate considerevolmente.

È stata apprezzata la varietà, la decorazione, la cura. Ho iniziato a usare allora i fiori edibili come decorazione, che costano molto, ma danno un tocco di eleganza che i miei colleghi non hanno.

Serve poi un buonissimo caffè. Abbiamo una miscela della torrefazione Boasi composta da pregiate arabiche lavate provenienti da Brasile e centro America e dalle migliori robuste indiane per dare corpo e rotondità creando insieme una nota agrumata per un’intensa esperienza gustativa. Alessandria poi è la patria del marocchino: da noi praticamente su 10 ordinazioni, 5 sono per il marocchino e 5 si dividono tra caffè e cappuccino.

Io posso contare sul maestro barista Enrico che fa tutto a regola d’arte.

Da noi l’espresso costa un euro e trenta, in linea con il resto dei nostri prezzi: puntiamo sempre ad allinearci con il massimo che si trova in città.

Abbiamo una 4 gruppi LaCimbali e un macinino automatico con pressino automatico che comunica perfettamente con la macchina e garantisce il macinato fresco.

Il locale dice già tutto di quello che sta dietro ai prezzi: con un solo caffè si offre anche lo zucchero gratuito, l’atmosfera, lo spazio, la pulizia, il bagno e non si paga il servizio al tavolo.

Facciamo un vassoio come da Starbucks, con cui si può andare al tavolo a consumare allo stesso costo della consumazione al banco. C’è la possibilità di scegliere per tutti: partiamo da un cornetto vuoto a 1.60 sino ad una brioche glassata a 4 euro.”

Capitolo formazione: lei è responsabile del progetto worldfoodtraining.it. Com’è oggi insegnare online?

C’è molta richiesta? È uno stimolo anche per l’insegnante sperimentare questo tipo di didattica, soprattutto considerato il vostro mestiere che richiede molta manualità e attrezzature? Come funziona

“Il progetto era nato già prima del Covid ed era quindi pronto quando abbiamo dovuto chiudere per la pandemia: ha avuto subito un grande successo, soprattutto tra gli appassionati della pasticceria.

Poi la concorrenza non si è fatta attendere e sono partite tante altre scuole online. Quindi è successo che la formazione vera e propria per professionisti è rimasta chiusa nei meandri dei corsi fatte in presenza nelle pasticcerie o nelle scuole fisiche.

Online i costi sono scesi man mano, considerato che poi qualsiasi personaggio con un minimo di fama ha promosso il suo corso: questo canale si è così ridotto dal punto di vista della qualità didattica e dell’offerta.

Fare tanta fatica per realizzare un corso online e poi stare sul mercato a un prezzo troppo basso, mi ha portato a chiudere la scuola online e concentrarmi sull’offline, con corsi per poche persone e in presenza.

Preferisco fare così per il momento, magari concentrandomi sulla stesura di ebook per continuare ad essere presente sul web.”

Di fronte alle tendenze free from, come pensa si stia evolvendo il cioccolato?

“Ci dev’essere un altro ritorno al cioccolato. Abbiamo avuto nei primi anni duemila un’escalation incredibile: i pasticceri parlavano soltanto di questo, c’erano associazioni ed eventi come Eurochocolate che spopolavano.

L’Italia però non era ancora pronta per capire che quello era un fenomeno che poteva durare: le vendite facili hanno attirato i non professionisti e i mercati si sono svuotati dei veri cioccolatieri.

Ora c’è da mettere in moto la cultura, offrire più prodotti offerti dagli artigiani per avvicinare di più il consumatore.

Si può arrivare a raggiungere grandissimi livelli e numeri e a toglierlo dal limbo in cui è imprigionato attualmente.

Per quanto riguarda invece il discorso del free-from, si tratta di nicchie limitate che seguono tendenze più ampie e quindi sarebbero le prime a seguire la riscoperta del cioccolato. Da noi c’è comunque una piccola richiesta di cioccolatini senza zucchero o della cioccolata calda con l’acqua, zuccheri e fecola per addensare (abbiamo della polvere che produciamo noi con del cacao molto pregiato) che noi soddisfiamo sempre.”

Inoltre produciamo tutti i giorni delle torte da forno vendute a fette con una particolare attenzione alle intolleranze alimentari.”

Cacao, prezzo alle stelle: è aumentato del 66% su base annua a causa dei cambiamenti climatici

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fave cacao ghana africa america Emily Urías cioccolato virus modica svizzera
Le fave di cacao (Pixabay licensed)

Il prezzo del cacao è aumentato del 66% su base annua, il 55% dall’inizio del 2023, a causa di condizioni meteo estreme che hanno influenzato la produzione dei Paesi produttori come Costa d’Avorio e Ghana e si prevede che aumenti ancora del 7% nei prossimi cinque mesi. In molti Paesi produttori di cacao si sono verificate variazioni nelle stagioni delle piogge, con periodi di siccità prolungata seguiti da piogge torrenziali. Leggiamo di seguito alcuni stralci degli articoli apparsi su quotidiano La Stampa e su Il Sole 24 Ore.

L’aumento del prezzo del cacao

MILANO – E’ allarme per il rincaro del prezzo del cacao, che sta influenzando tutta la filiera dolciaria, condizionando il costo del cioccolato, che ha già registrato quest’anno un aumento del 14% (in base ai dati forniti da NielsenIQ) e si prevede che aumenti ancora del 7% nei prossimi cinque mesi. E’ quanto emerge dal report “Cacao Insights 2024” pubblicato da RedMarketing.

Dal report emerge che i prezzi del cacao, in termini reali, hanno superato i livelli della stagione 2021/22. I prezzi medi del cacao a settembre 2023 erano già significativamente alti, con una media di 3.739 dollari per tonnellata a Londra e 3.669 dollari per tonnellata a New York (un anno prima il prezzo medio era di 2.083 dollari a Londra e 2.339 dollari a New York).

Il prezzo però non si è fermato lì ed ha toccato nuovi massimi, arrivando ora a circa 4.201 dollari a New York, con un aumento del 55% dall’inizio del 2023 e del 66% su base annua.

A condizionare il mercato hanno contribuito i cambiamenti climatici, che hanno sconvolto il settore, a causa dell’innalzamento delle temperature globali, in particolare nell’ultimo anno con il fenomeno meteorologico El Niño.

In molti Paesi produttori di cacao si sono verificate variazioni nelle stagioni delle piogge, con periodi di siccità prolungata seguiti da piogge torrenziali.

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Sullo stesso argomento, i prezzi del cacao alle stelle, è apparso un documentato articolo sul quotidiano economico Il Sole 24 Ore a firma di Micaela Cappellini. 

Anche in questo caso ne riportiamo alcuni stralci rimandando al Sole 24 Ore per la versione completa.

Brutte notizie, per gli amanti del cioccolato: non solo lo pagheremo di più, ma in futuro dobbiamo anche rassegnarci ad averne sempre di meno. La colpa è del cambiamento climatico in Costa d’Avorio, dove si stanno alternando siccità e improvvise alluvioni.
Nel 2023 il prezzo delle fave di cacao è schizzato del 66%. Dopo l’olio extravergine di oliva, ricordano gli analisti di Areté, è la commodity agricola che quest’anno è aumentata di più. Un bell’aumento di costo, per le aziende che producono cioccolato.
Giovanni Agostoni rappresenta la terza generazione della famiglia alla guida della Icam, oltre 200 milioni di euro di fatturato dice: «Mi ricordo benissimo che 13 anni fa, quando sono entrato in azienda, alla borsa di Londra il cacao aveva raggiunto le 2.300 sterline alla tonnellata. Era l’apocalisse, si diceva, un incremento senza precedenti nella storia: in media, lo si era sempre comprato a 1.600 sterline. Non avevamo visto ancora niente: oggi, a Londra, il cacao si vende a 3.500 sterline».
Il mondo produce 5 milioni di tonnellate di cacao all’anno e di queste 2,3 milioni arrivano dalla Costa d’Avorio. «Il secondo produttore mondiale è il Ghana – racconta Agostoni – ma fa solo 700mila tonnellate. È chiaro che il prezzo lo fanno gli ivoriani».
In Costa d’Avorio stanno succedendo molte cose. Le piantagioni di cacao invecchiano e ancora non c’è stato il giusto ricambio. Durante l’ultima stagione sono mancati i fertilizzanti per colpa della guerra in Ucraina.
Ma più di tutto c’è un tema climatico: «Il raccolto principale – spiega Agostoni – quello che in Africa è appena iniziato e si concluderà a marzo, e che da solo vale 1,8 milioni di tonnellate, è previsto in diminuzione del 25%. Su scala mondiale, vuol dire avere a disposizione l’11% di cacao in meno».
A complicare il quadro degli approvvigionamenti arriverà anche la nuova normativa Ue per la difesa delle foreste: da quando entrerà in vigore, non si potranno più importare in Europa materie prime prodotte da terreni oggetto di deforestazione successiva al 2020.
La crisi del cacao però non è solo un’emergenza del 2023. È cominciata prima, ed è qui per restare a lungo.
Per far fronte al calo produttivo dell’Africa, in molti ora puntano sul Sudamerica. Domori, per esempio, ha piantagioni di proprietà in Venezuela e in Ecuador. Quest’ultimo Paese oggi è già il terzo produttore mondiale di cacao, anche se garantisce solo 470mila tonnellate all’anno.
«L’Ecuador è un esempio virtuoso – dice Agostoni – qui sono riusciti a raggiungere un aumento significativo della produttività delle piante che, se proseguisse di questo passo, potrebbe compensare la perdita di produzione della Costa d’Avorio. Per per avere più quantità di cacao nei prossimi anni c’è solo una strada maestra, ed è quella della ricerca, per selezionare le piante più resistenti ai cambiamenti».
Ma i prezzi, intanto? «Icam – dice Agostoni – fa molto business in partnership con i retailer: cercheremo di contenere gli aumenti rinunciando a una quota dei nostri margini, almeno nella prima parte del 2024». La vera incognita sarà dunque la seconda parte dell’anno prossimo.

Sigep: il cioccolato protagonista a Rimini con le competizioni della Choco Arena

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Le finali Italiane per La Coppa del mondo del panettone (immagine concessa)

RIMINI – A Sigep il cioccolato si esprime in tutta la sua varietà, diventando ambasciatore di territori, sapori e cultura, con un focus sempre attento a storia e conoscenza del prodotto, filiere etiche, tostatura e tecniche di lavorazione. Qui la materia prima incontra la tecnica dei grandi Maestri cioccolatieri, dando vita a creazioni uniche che prendono forma nella Choco Arena, collocata nel padiglione B1.

Il cioccolato al Sigep

Cinque intense giornate che vedranno alternarsi sul palco seminari, tavole rotonde e demo, in collaborazione con CNA Agroalimentare Nazionale, Consorzi IGP e DOP, FIC – Federazione Italiana Cuochi, IILA – Organizzazione Italo Latino Americano, International Institute of Chocolate Tasting.

Un grande laboratorio dedicato alla versatilità e ricchezza del cioccolato, che vede protagonista l’intera filiera e i territori, tra innovazione e sostenibilità. Ed ancora formazione pensata per i giovani professionisti di domani. Per vedere il calendario completo basta cliccare qui.

choco arena
Il logo della Choco Arena (immagine concessa)

La Choco Arena, allestita all’interno del padiglione B1, è uno spazio che darà vita a talk, dimostrazioni, competizioni e incontri di formazione attraverso i quali saranno presentati gli scenari attuali e futuri del settore cioccolato. Un luogo dove aziende e operatori potranno approfondire contenuti esclusivi e scoprire in anteprima trend e segreti del cibo degli dei.

L’arena ospiterà tre competizioni:

ChocoLOVE, sabato 20 Gennaio

Un concorso organizzato dall’associazione Chocolate Culture di cui fanno parte Davide Comaschi, Simona Sansonetti, Irene Colombo e Roberto Santarella.
Il tema del concorso è il Dolce di San Valentino con cinque categorie a confronto: pasticceria, gelateria, bakery, ristorazione e scuola.

La torta a forma di cuore (immagine concessa)

I concorrenti saranno 15, tre per categoria, e dovranno portare in gara le torte già realizzate. Queste verranno poi degustate dai giudici che decreteranno un vincitore per ogni categoria. Prima dello svolgimento del concorso verrà anche organizzata una tavola rotonda con esperti per un momento di confronto sul mondo del cioccolato.

Giovani Lievitisti a Confronto, lunedi 22 Gennaio

Organizzato dall’Accademia maestri del lievito madre e del panettone italiano e da Goloasi srl, il Campionato a squadre sulla colomba artigianale vedrà sfidarsi i membri under 30 nella prima edizione di “Giovani lievitisti a confronto”.

Si tratta di una importante occasione di promozione per riunire i giovani maestri pasticceri provenienti da tutta Italia, che possono far conoscere e apprezzare le loro creazioni a livello nazionale.

Verrà premiata la Colomba artigianale più buona dell’anno nelle tre categorie: “Miglior colomba artigianale tradizionale”, “Miglior colomba artigianale al cioccolato” e la “Miglior colomba innovativa”. La giuria sarà composta dall’Accademia maestri del lievito madre e del panettone italiano.

Finali Italiane per La Coppa del Mondo del Panettone, martedì 23 e mercoledì 24 Gennaio

Maestri pasticceri da tutta Italia si ritrovano a Sigep per sfidarsi e ottenere il titolo di Campione Italiano della Coppa del Mondo del Panettone. L’evento è organizzato dal Maestro Giuseppe Piffaretti e ci saranno due categorie di panettone: tradizionale e cioccolato.

Questa partnership tra Sigep e la Coppa del mondo del panettone inaugura un progetto internazionale congiunto, che vedrà entrambe le organizzazioni lavorare insieme per diffondere la conoscenza del panettone in tutto il mondo attraverso momenti di formazione, masterclass, eventi e selezioni nazionali.

La finale italiana determinerà i maestri pasticceri che avranno l’onore di partecipare alla prestigiosa finale mondiale, in programma a Milano dall’8 al 10 novembre 2024.

McDonald’s sfida Starbucks: McCafé non basta più e arriva CosMc’s che irrompe nel redditizio settore delle catene di caffetterie

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Il logo CosMc's mcdonald's
Il nuovissimo logo CosMc's lanciato da McDonald's

CHICAGO (Illinois, Stati Uniti) – McDonald’s lancia il guanto di sfida a Starbucks con il brand CosMc’s, una catena di caffetterie comprendente una vasta offerta di snack. Il primo store ha aperto a Bolingbrook, Illinois, poco distante dal quartier generale del celebre fast-food a Chicago. E già nel 2024 sono previste le aperture di altri 10 punti vendita in Texas. Il lancio di CosMc’s è il nuovo tentativo della celebra catena di fast-food di entrare nel redditizio mercato del caffè sulla scia della sirenetta di Seattle.

McDonald’s presenta CosMc’s

Ricordiamo che già adesso McDonald’s può vantare la presenza di numerosi McCafé con un’offerta che prevede solo dolci e caffè. Ma CosMc’s si spinge più in là, attraversando il proverbiale extra mile, con un format verticale che ricorda a tutti gli effetti Starbucks in cui vengono serviti snack e bevande a base di caffeina.

Non è un caso che entrambe le realtà sono nate negli Stati Uniti, considerando che oltre il 60% della popolazione beve almeno una bevanda a base di caffè al giorno.

L’amministratore delegato Chris Kempczinski ha annunciato l’origine dietro il nome del brand CosMc’s, il quale richiama un personaggio di McDonald’s degli anni ‘80: un alieno metà surfista e metà robot.

I piani di espansione di McDonald’s

L’arrivo della nuova catena di caffetterie arriva in coincidenza dell’espansione dell’azienda, la quale ha dichiarato la prossima apertura di quasi 10.000 ristoranti McDonald’s in tutto il mondo nei prossimi quattro anni per raggiungere un totale di 50.000 punti vendita.

Novecento dei nuovi ristoranti verranno aperti negli Stati Uniti, 1.900 compariranno nei mercati internazionali dove il brand gestisce i propri ristoranti e 7.000 punti vendita verranno costruiti nei mercati internazionali con licenza.

Più della metà di questi 7.000 nuovi locali apriranno in Cina, il secondo mercato più grande per il gruppo statunitense.

Quarta Caffè lancia il calendario per il 2024

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quarta caffè
Il calendario di Quarta Caffè (immagine concessa)

LECCE – La Puglia è una terra di profumi, colori, sapori e tradizioni.‬‬ Tra i rituali più comuni, quello del caffè rappresenta molto più di un momento di pausa e di condivisione. Il primo sorso ferma il tempo e il sapore intenso avvolge il cuore e dona pace allo spirito. Le illustrazioni immortalano proprio quel momento in cui, per un attimo, la realtà sembra scorrere lentamente e tutto diviene magico e avvolgente, proprio come il gusto intenso di Quarta Caffè.

Il nuovo calendario di Quarta Caffè

Le tavole sono un omaggio alla Puglia più autentica, ai suoi luoghi e alla sua gente, che rendono unica questa terra e Quarta Caffè ne esporta l’essenza ovunque, in Italia e nel mondo, accompagnando i suoi estimatori tutto l’anno con un gran caffè.

Per tutti gli estimatori dell’azienda il calendario è disponibile anche sull’e-shop dell’azienda. Qui è possibile vedere il calendario.

La scheda sintetica di Quarta Caffè

Da quattro generazioni la torrefazione porta avanti con impegno e determinazione il lavoro iniziato oltre sessant’anni fa. Una realtà imprenditoriale di famiglia, oggi guidata da Antonio Quarta con i figli Gaetano ed Edoardo, che rappresentano la quarta generazione.

L’azienda è riuscita negli anni ad “innovare nella continuità” senza mai perdere di vista la qualità, l’attenzione per il prodotto e l’attaccamento al territorio.

La passione nella ricerca delle migliori origini di caffè, la tostatura separata e la cura nella realizzazione delle miscele hanno reso l’azienda un’eccellenza, oggi riconosciuta come una delle migliori torrefazioni italiane.