domenica 30 Novembre 2025
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Giovanni Ferrero è l’uomo più ricco d’Italia e 32° al mondo con 39 miliardi di dollari

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giovanni ferrero nutella
Giovanni Ferrero è presidente esecutivo del Gruppo Ferrero

Giovanni Ferrero, amministratore delegato della multinazionale di Alba, è l’uomo più ricco del Bel Paese e 32° in tutto il mondo con un patrimonio di circa 39 miliardi di dollari. A confermare la presenza di Ferrero nella vetta dei miliardari è la rivista Forbes. Leggiamo di seguito la prima parte dell’articolo di Christian Benna per il quotidiano Il Corriere della Sera.

Giovanni Ferrero al 1° posto nella classifica dei più ricchi d’Italia

MILANO – La Nutella batte le barrette Mars. Giovanni Ferrero, l’uomo più ricco d’Italia e 32° al mondo con 39 miliardi di dollari in cassaforte, supera il patrimonio di John Mars, presidente dell’impero del cioccolato americano, 33° ultra benestante del pianeta con una fortuna di 38 miliardi.

A dirlo è la lista dei miliardari aggiornata da Forbes che vede ancora Mr Nutella in cima alla classifica italiana dei paperoni.

Il più ricco al al mondo è sempre Elon Musk, 244 miliardi generati dallo Spazio (Space X) e dalle auto elettriche (Tesla), seguito dalla moda e il lusso di Bernard Arnauld (200 miliardi) e da Jeff Bezos, fondatore di Amazon, che ha racimolato la bellezza di 171 miliardi.

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E la Ferrero ora lancia il cornetto alla Nutella

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ferrero nutella

Ferrero presenta il nuovo cornetto alla Nutella, disponibile in anteprima nei bar e negli autogrill. Lievitato per  oltre cento minuti, il prodotto sarà disponibile alla vendita nei supermercati in due versioni: pronto al consumo nei reparti panetteria oppure frozen nel reparto surgelati. Leggiamo di seguito la prima parte dell’articolo di Nicoletta Moncalero per il quotidiano La Repubblica.

Il nuovo croissant alla Nutella di Ferrero

MILANO – Il segreto sta nel giusto quantitativo di Nutella, quella che basta a riempire tutto il croissant, ma senza esagerare. Nasce così il cornetto perfetto della Ferrero, quello che da gennaio tutti potranno cuocere in casa, nel forno o nella friggitrice ad aria. Nel frattempo, il croissant Nutella lo si potrà pregustare nei bar e negli autogrill, dove è stato lanciato in anteprima.

All’assaggio si presenta fragrante, non pastoso o troppo morbido, ed è farcito il giusto: senza troppa Nutella, ma quanto basta per gustarla ad ogni morso. In cima si riconosce la griffe (per cui sarà facile individuarla nelle vetrine dei bar): un’ostia su cui è impresso il disegno di un barattolino di Nutella con la enne in corsivo.

Per arrivare al risultato perfetto, è stato utilizzato un processo tecnologico di produzione che prevede una lievitazione di oltre 100 minuti. L’impasto è sfogliato, preparato con lievito madre fresco, che contribuisce alla corretta alveolatura della pasta.

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Caffè al collagene: ecco tutte le proprietà benefiche della bevanda

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Una classica tazzina di espresso (immagine: Pixabay)

Il caffè al collagene è una bevanda ottenuta addizionando all’espresso una dose della proteina idrolizzata da bere o in polvere insapore. Molte star del cinema, tra cui Jennifer Aniston, hanno integrato il collagene nel caffè come rito quotidiano per trarre beneficio dai suoi molteplici risultati come il rinforzamento della cartilagine, delle ossa e dei muscoli (ne abbiamo parlato qui). Leggiamo di seguito la prima parte dell’articolo di Alessandra Signorelli pubblicato su Vogue Italia.

I benefici del caffè al collagene

MILANO – Siete caffè-dipendenti, e aspirate ad avere una pelle tonica e luminosa? Buone notizie: il caffè può diventare un ulteriore step della vostra skincare mattutina, se, come vuole un trend del momento, lo scegliete al collagene. D’altronde Jennifer Aniston pare beva caffè al collagene tutte le mattine, e i risultati parlano per sé.

La tendenza di bere il caffè infuso di collagene è recentemente emersa sull’onda di quella dilagante collagen-mania che ha contagiato non solo wellness guru come Gwyneth Paltrow o Kourtney Kardashian: ovvero il trend di inserire più collagene possibile nella nostra dieta e nella nostra cura della pelle, sotto forma di integratori di collagene, creme o sieri al collagene per il viso e per il corpo, bevande collagen-rich come il brodo di ossa, o alimenti ricchi di collagene, come la carne e il salmone.

D’altronde consumare una dose giornaliera di collagene ha totalmente senso: ne perdiamo l’1% l’anno già a partire dai 20 anni, il che contribuisce a provocare cedimento e rughe nella pelle, a indebolire ossa e muscoli e rendere più fragili le articolazioni.

Quindi questa formidabile proteina, la più diffusa nel nostro corpo, oltre a rimpolparci la pelle del viso, ringiovanire quella del corpo e rigenerare unghie e capelli, può rinforzare le cartilagini, le ossa e i muscoli.

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Il futuro della gastronomia: TheFork svela i trend food 2024

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TheFork svela i trend food del 2024
TheFork svela i trend food del 2024 (immagine concessa)

MILANO – Gli ultimi anni sono stati segnati da cambiamenti sociali che hanno modificato radicalmente comportamenti e prospettive. Inflazione, globalizzazione, “ansia ecologica” e onnipresenza dei social media sono alcuni dei fenomeni a cui stiamo assistendo. In questo contesto così complesso, il cibo diventa un canale privilegiato di relazioni sociali, ma quali sono le tendenze della ristorazione e del food che ne derivano? TheFork con l’agenzia creativa Nelly Rodi le svela come ogni anno.

Le tendenze della ristorazione secondo TheFork

1) Narrative culinarie: Di fronte al bisogno di riconnessione e autenticità, continuiamo a rivolgerci a una cucina per noi conosciuta e rassicurante. È una cucina che racconta una storia, con chef che contribuiscono alla conservazione e all’evoluzione del sapere tradizionale e ristoranti che ci riuniscono attorno alle culture, alle ricette e alle tecniche tradizionali di tutto il mondo.

2) Nutrire il corpo, la mente e il pianeta: Nella cucina riecheggia il bisogno essenziale di riconnettersi con il corpo e la natura; di nutrirsi con ciò che fa bene alla salute, al benessere mentale e al pianeta. I ristoranti terapeutici stanno re-immaginando la cucina, a partire dagli ingredienti utilizzati fino all’esperienza a 360 gradi mettendo al centro piacere e benessere.

3) Verso un ecosistema culinario virtuoso: È una tendenza di fondo, che continua ad evolversi nonostante la diminuzione delle risorse, le crisi e i conflitti globali; l’industria alimentare si sta muovendo, prendendo decisioni talvolta radicali, per favorire il cambiamento.

Zero waste, riciclo, ingredienti di provenienza locale, agricoltura sostenibile, una politica equa. Chef e ristoranti stanno raddoppiando gli sforzi per garantire a tutti l’accesso a una dieta sana, buona e virtuosa.

4) Spettacolo culinario: Di fronte all’insaziabile desiderio di intrattenimento, emozione e nuove sensazioni, cerchiamo, oltre al cibo, un’esperienza che sia realmente memorabile e sempre condivisibile. La cultura pop è al centro di questa esperienza, e il cibo si evolve con le influenze, le celebrità e le tendenze di TikTok. Sapori esplosivi, possibilità illimitate, collaborazioni inaspettate. Il cibo è ora più che mai uno spettacolo in scena.

Narrative culinarie

Alla continua ricerca di autenticità, le persone ritornano verso esperienze culinarie nostalgiche. Questo movimento enfatizza un’esperienza culinaria intima e autentica, incoraggiando le persone a riunirsi intorno a una cucina sincera, sentita e umile.

Tendenze emergenti

· Incontri a tavola: è il momento di riunirsi per condividere un momento conviviale e rassicurante intorno a un sapere tradizionale, in luoghi autentici (chic o popolari), cucina da osteria e piatti condivisi, dove il prodotto è al centro di tutto. Tornano in voga le locande di una volta: La Quinta in Portogallo, l’Agriturismo in Italia, gli Auberges in Francia o le Haciendas in Spagna. I piatti da condividere stanno conquistando i tavoli dei ristoranti, così come le grandi tavolate, che favoriscono la conversazione. Per esempio, Al Torrazzo da Marco e Peppe fonde natura e ospitalità, ripensando in chiave contemporanea il classico agriturismo.

· Ode alla cucina: è la celebrazione della cucina tradizionale e popolare, che mette in evidenza le persone che la promuovono, le tecniche culturali e il know-how. Questo si traduce nel ritorno in auge di tecniche di cottura a fuoco vivo, come nel caso di Ombra a Milano propone una cucina su fiamma viva con cottura con camino e forno a legna, tutto rigorosamente a vista. Nel menù non mancano i “vizietti” piatti da condividere.

· C’era una volta: È la valorizzazione di luoghi, piatti e bevande che hanno segnato la storia e la possibilità di tuffarsi in essa attraverso un menù, un luogo mitico, un prodotto eccezionale… Emblematici gli esempi di: Ineo ristorante che sorge in uno dei più bei palazzi di Roma, Palazzo Naiadi; Osteria Tre Gobbi, il ristorante più antico di Bergamo che miete successo anche in TV e ancora dalla Selezione Michelin Castello Malvezzi a Brescia.

Ingredienti in ascesa:

· Il garum, il sottaceto e soprattutto l’’aceto diventano protagonisti e guadagnano popolarità in ristoranti come Acetaia Paltrinieri a Sorbara.

· Il lievito madre si sta diffondendo nella preparazione di panificati pizza, pizzette, focacce, english muffin e focaccine.

· I burri aromatizzati con erbe, fiori e peperoncini spuntano nel menù di molti ristoranti pensiamo al Pacchero fresco, raspa düra lodigiana, burro mantecato e aromatizzato alle erbe di Locale a Milano.

· I tradizionali alcolici asiatici, come il Sake e il Soju.

· Il pesce in scatola, come le sardine, le aringhe e gli sgombri.

· Le carni di cervo e cinghiale pensiamo al tataki di cervo de La Locanda di Villa Gaia a Venas di Cadore.

Nutrire il corpo, la mente e il pianeta

La ricerca di riconnessione conduce versi una cucina più vicina alla natura, adatta alle nostre esigenze e ai nostri desideri. L’esperienza è anche sociale, perché condividiamo questa sensibilità attraverso momenti da ricordare.

Tendenze emergenti

· Menù adattivi: godersi un ristorante senza preoccuparsi delle intolleranze, un momento unico pensato proprio per noi, una cucina naturale che ci fa bene, che ci comprende, che funge da terapia. Questa cucina preventiva privilegia gli alimenti adattogeni come i probiotici o i funghi. Qualche esempio? Flax and Kale a Barcellona è un ristorante flexitariano healthy, Floret – Artisan Kitchen & Bar (inside Luisa Via Roma) a Firenze.

· Main Dish Nature: La cucina ultra-naturale per esperienze immersive esclusive, dove si entra in comunione con la natura attraverso il piatto e il contesto senza rinunciare alla comodità. Un esempio è Osteriia a Lazise, all’interno del resort Natiia dove il rispetto per la natura e i suoi prodotti si traduce in una cucina creativa e un ambiente suggestivo o il Gallinaccio del Guadalupe all’interno di un agriturismo in Maremma convertito in Resort, dove la connessione con la natura si sposa con il comfort e il relax.

· Esperienza: La cucina diventa la destinazione, si diffondono sempre più i viaggi a tema gastronomico alla scoperta di piatti e ingredienti locali, chef e tecniche. Villa Terzaghi a Robecco sul Naviglio propone i “Weekend del Gusto”, viaggi sensoriali alla scoperta dell’arte enogastronomica del territorio che valorizzano le nuove leve della ristorazione italiana.

Identità Golose Milano powered by TheFork – Hub Internazionale della Gastronomia continua da anni a ospitare sempre più chef provenienti da tutto il mondo offrendo ai milanesi la possibilità di viaggiare attraverso la cucina.

Ingredienti in crescita:

· Gli oli vegetali.
· La rinascita del cibo crudo in ristoranti come Raw Fusion Bar Meat and Fish a Roma o la Tartarerìa Raw Food a Barcellona.
· Super ingredienti come i prodotti fermentati (come il kefir) e i probiotici che trovano posto in ricette made in Italy per esempio Drogheria.0 propone ricette come “Gnocchetti, genovese di calamari , tekka, kefir”.
· I mocktail mantengono la loro popolarità, con l’emergere di distillati analcolici come il gin di Oppure.

Verso un ecosistema culinario virtuoso

Quando si parla di questioni ambientali, è ormai tempo di agire. Al di là del miglioramento, l’idea è quella di essere sempre più virtuosi. Si tratta di un approccio volto a trasformare il modo in cui produciamo, serviamo e consumiamo il cibo con l’obiettivo di ridurre al minimo l’impatto ambientale, promuovere la sostenibilità e sostenere una dieta sana per coloro che lo consumano, lo producono e lo trasformano.

· Secondi piatti: Dare un senso alla tavola riqualificando prodotti e attrezzature, per creare circolarità dall’approvvigionamento all’installazione, preservando e proteggendo ogni componente.

Torna in auge la vecchia regola delle nonne “non si butta via niente” che sia nella scelta di arredi e stoviglie vintage o nella creazione di ricette di riciclo. Da Verdenero Osteria Contadina a Carate Brianza la cucina parte da ingredienti stagionali e a km0, così anche La Svolta Cucina di Ragione a Bologna propone piatti a base di ingredienti biologici certificati o provenienti da piccoli produttori che lavorano in modo naturale e in agricoltura consapevole

· Massimo impegno: Il ristorante diventa teatro di un impegno sincero, a volte radicale o politico, dove ogni decisione ha un impatto sul domani sia a livello gastronomico sia a livello sociale. Esemplare è il successo di Pizzaut progetto di inclusione nel mondo del lavoro di ragazzi autistici attraverso la pizza.

· Alta qualità per tutti: Nell’attuale contesto inflazionistico, sono molte le iniziative per consentire a tutti di godere di una cucina sana, gourmet e persino gastronomica.I fratelli Torres, della Cocina Hermanos Torres, ristorante con tre stelle Michelin, vendono ora il loro pane a tutti a meno di 2€. TheFork ha lanciato nel giugno 2023, in collaborazione con la chef Hélène Darroze, un menù gourmet di 4 portate presso il ristorante 2 stelle Michelin al MARSAN a 49€ con abbinamento cibo-vino. Identità Golose powered by TheFork offre menù di chef stellati a prezzi democratici.

Ingredienti in crescita:

· Il Coco de Paimpol e i fagioli neri sono destinati a guadagnare popolarità.

· La tendenza dei vini naturali e biodinamici continua a crescere.

· Il grano saraceno si sta facendo strada in diverse creazioni culinarie, comparendo in frittelle, pane, birra, whisky e altro ancora.

Spettacolo culinario

I foodies sono alla ricerca di un piacere sempre più immediato, vogliono vivere esperienze eccezionali perciò la ristorazione diventa un vero e proprio parco giochi. Il cibo diventa protagonista dei social media e si fonde con l’intrattenimento: concerti, stand-up comedy, drag queen bingo, serate di gioco, arte, cultura.

Tendenze emergenti

· Esperienze immersive: L’esperienza offerta dalla ristorazione va oltre il cibo e conduce in luoghi che stimolano tutti i sensi. I clienti sono immersi in un mondo in cui adorano vedere ed essere visti. A Parigi, Ephemera ha aperto il suo terzo ristorante immersivo: Under the See porta nelle profondità del mare, lo Stellar Restaurant porta nello spazio profondo, il Jungle Palace porta nelle profondità della giungla.

· Il cibo in scena: Il cibo continua a influenzare la cultura pop e l’industria dell’intrattenimento continua a cavalcare la mania per questo settore. Non si parla solo di ristoranti firmati dai Vip come Meatball Family di Abatantuono ma anche di Dinner Show abbinati a cucina di qualità come nel caso di El Porteño Prohibido

· Più veloce che mai: In una società in cui la tecnologia ci ha abituato all’immediatezza, si cerca una cucina sempre più veloce, adattabile e divertente. Hop House of Pulled a Milano mette tutta l’arte del BBQ in un panino, proponendo in chiave ristorativa un piatto da fast food; a Bergamo Spacca mescola il servizio rapido tipico del fast food con la vera qualità italiana dando vita al primo fast casual food italiano.

Ingredienti in crescita:

· Pollo fritto e waffle guadagnano popolarità in Europa.
· La pizza continua a essere uno dei piatti più amati, lo conferma la vittoria di 50 Kalò Roma ai TheFork Awards 2023.
· Per aggiungere ulteriore entusiasmo, quest’anno sarà caratterizzato dalla tendenza del peperoncino e dalla popolarità delle salse provenienti sia da noi che dall’estero!
· Per i più golosi, le ciambelle stanno tornando in auge e si prevede che saranno disponibili in infinite varianti. Il gelato sta facendo il suo ritorno, incantandoci con sapori sempre inaspettati.

Scene gastronomiche internazionali in ascesa

L’Italia continua a imporsi sulla scena mondiale. Anche gli chef francesi si sono uniti alla tendenza, con strutture come il ristorante Piero TT di Pierre Gagnaire, l’Altro Frenchie di Grégory Marchand e il gruppo Big Mamma che ha aperto un nuovo ristorante in Italia.

Il conflitto in Ucraina ha portato a conoscere meglio la cucina dell’Europa orientale. I comfort food che rappresentano questa regione includono specialità come pierogi, currywurst, spätzle, schneebällchen e kinkhali.

L’Inghilterra si sta affermando nel movimento dell’autenticità, con un crescente interesse per le torte (pork pie, Cornish pie), gli hash brown e i prodotti da forno come gli English muffin, gli scones e i formaggi.

Sul fronte asiatico, il Giappone continua ad affascinare il mondo, esportando le sue tecniche ancora meno conosciute come lo Yubiki. Anche i ristoranti monoprodotto sono in aumento, come Sake o Sushi rolls.

La mania del K-pop non è l’unico fenomeno che proviene dalla Corea; la sua cucina, in particolare i Tteok bokki, spaghetti di riso, sta diventando un popolare spuntino per i bambini coreani.

Frankly Bubble Tea svela l’Xmas duo a base di crema Baci Perugina

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I due winter specials della stagione in limited edition (immagine concessa)

MILANO – Suonano le campanelle di Natale anche da Frankly Bubble Tea, la prima catena italiana di bubble tea e caffè, che svela i due winter specials della stagione in limited edition, disponibili in tutti gli store e online con il servizio di delivery dall’app di Frankly. Si tratta del Xmas Choco Milk, preparato con tè nero con latte e crema Baci Perugina, e del Xmas Mocha, caffè latte con crema Baci Perugina, che la catena ha da poco messo in commercio per festeggiare il Natale insieme a tutti i suoi clienti.

Frankly Bubble Tea celebra il Natale con due drink in edizione limitata

Queste due novità si aggiungono agli ultimi prodotti svelati a novembre, i Bubble Waffle: il Choco Crunch Waffle, con Crema KitKat, panna montata e barretta KitKat, e il Choco White Waffle, con Crema Galak, panna montata e Smarties, che saranno invece disponibili per tutta la stagione sulle piattaforme di delivery e negli store di Milano Duomo (via Orefici 5), Milano Navigli (Alzaia Naviglio Grande,6), Milano Stazione Garibaldi e Arese.

Frankly Bubble Tea nel 2023 ha ampliato la sua presenza sul territorio milanese, con le sedi di Milano (in Porta Romana e nella Stazione di Garibaldi) e Arese (Il Centro): in totale, la catena conta 7 store solo nel capoluogo lombardo.

La scheda sintetica di Frankly

Frankly – Bubble Tea and Coffee è la prima catena italiana di Bubble Tea e Caffè. Nata nel 2017 a Milano dall’idea di Franco Borgonovo (italiano) e Lati Ting (nata ad Hong Kong e cresciuta in Canada), Frankly conta oggi dodici punti vendita nel nord Italia (cinque a Milano, uno a Torino, uno a Pavia, uno a Bologna, due a Bergamo, uno a Monza e uno ad Arese), 70 dipendenti e oltre 1 milione di drink serviti ogni anno.

A fine 2020 Frankly ha anche lanciato il canale e-commerce, dove è possibile acquistare e ricevere a domicilio alcune delle materie prime naturali utilizzate nei negozi (dal tè nero al matcha fino a agli sciroppi alla frutta, e ai topping di perle di tapioca o popping boba, caratteristiche palline alla frutta) oltre a degli speciali kit per realizzare la bevanda a casa.

Tè cinese: la sua storia tra leggenda e verità

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Una tazza di tè fumante (Licensed by Pixabay)

Il tè è spesso associato all’Inghilterra, ma è l’Asia ad essere il vero fulcro della cultura della bevanda, in particolare Cina e Giappone. Si pensava che il tè cinese fosse un’invenzione dell’augusto Shennong (divinità autoctona) e che venisse usato come medicina: in realtà, l’arbusto del tè era già coltivato nelle aree del Sichuan e in tutta la Cina orientale. Leggiamo di seguito la prima parte dell’articolo pubblicato sul portale Eroica Fenice.

Le origini del tè cinese

MILANO – Al tè cinese vengono associate una serie di proprietà quasi magiche sin dall’antichità. Attorno alla sua invenzione ruotano diverse leggende, tra le più importanti c’è quella di Bodhidarma (in cinese: Da Mo; in giapponese Daruma). Bodhidharma fu il capostipite della scuola buddista Chan, in giapponese Zen.

Dovendo pregare e temprare il proprio corpo ad ogni ora del giorno, accumulò stanchezza e dormì per un’intera notte.

Quasi a punirsi per la stanchezza, decise di recidersi le palpebre e gettarle al suolo. Sorprendentemente, iniziò a crescere un arbusto, le cui foglie avevano proprietà eccitanti, per allontanare la stanchezza; e così nacque il tè, almeno secondo la leggenda.

Questa leggenda è stata adottata anche in Giappone. La Cina, d’altro canto, possiede anche un altro racconto a riguardo.

Si pensava che il tè cinese fosse un’invenzione dell’augusto Shennong (divinità autoctona), e che venisse usato come medicina.

Nella realtà dei fatti, l’arbusto del tè era già coltivato nelle aree del Sichuan e in tutta la Cina orientale. In origine le foglie non venivano infuse al fine di ottenerne una bevanda, ma erano pestate in unguenti medicinali.

Tipologie di tè

Il tè cinese può essere smistato in cinque categorie: tè rosso, tè verde, tè ocra, tè nero, tè bianco. Ognuna di queste categorie è tipica di una regione cinese: lo Jiangnan per il tè verde, lo Yunnan per il rosso, il Guandong per il tè nero, lo Hunan per il tè ocra e il Fujian per il tè bianco.

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ofi, il GM Alessandro Mazzocco spiega la relazione tra qualità e sostenibilità del verde per una filiera più equa e resiliente

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Alessandro Mazzocco, ofi general manager (immagine concessa)

Alessandro Mazzocco, general manager di ofi (Olam food ingredients), rivela alcuni aspetti fondamentali della filiera del caffè parlando del legame che accomuna tracciabilità, trasparenza, sostenibilità e approvvigionamento etico. Mazzocco pone particolare enfasi su LENS (Livelihoods, Education and Nature at Scale), l’iniziativa di ofi per la produzione di caffè sostenibile incentrata sulla promozione delle opportunità economiche, dell’istruzione e dell’azione per il clima, proteggendo al contempo gli ecosistemi. Leggiamo di seguito il suo intervento.

Un caffè più tracciabile: l’impegno di ofi per la sostenibilità

MILANO – “In tutta Europa, i consumatori sono sempre più interessati al viaggio che i chicchi di caffè compiono dalla piantagione alla tazza. [1] Per i brand, i torrefattori e i produttori di caffè, l’obiettivo è dimostrare agli acquirenti che il loro caffè è completamente tracciabile fino alla piantagione.

In questo articolo esploreremo la relazione imprescindibile tra tracciabilità, trasparenza, sostenibilità e approvvigionamento etico, e in che modo il giusto fornitore di caffè crudo fa la differenza per un caffè che è buono non solo al palato ma anche per le persone e per il pianeta”.

Tracciabilità e non solo

“Nel mondo, la domanda di caffè di provenienza sostenibile è in aumento[2], e i produttori di alimenti e bevande, che svolgono un ruolo di prima linea, hanno il compito di guidare il cambiamento. Questo processo inizia con la garanzia della tracciabilità.

In base al nuovo Regolamento UE contro la deforestazione (European Union Deforestation-free Regulation, EUDR), i brand di caffè devono fornire informazioni sulla filiera[3], ma possono fare anche molto di più. Aderendo al nostro sistema di gestione della sostenibilità – AtSource – ad esempio, i produttori di caffè ottengono una visione a 360° della catena di approvvigionamento.

Le lavoratrici nelle piantagioni (immagine concessa)

Tale panoramica semplifica la raccolta e la valutazione delle informazioni obbligatorie sulla tracciabilità e aiuta i brand a comprendere appieno in che modo vengono coltivati, raccolti e lavorati i loro ingredienti. Grazie a queste preziose informazioni, questi ultimi si trovano nella posizione ideale per richiedere quei miglioramenti continui che si traducono in un progresso tangibile”.

Un futuro del caffè più equo e resiliente

“Sebbene siano spesso considerati come due aspetti ben distinti, il benessere degli agricoltori è indissolubilmente legato alla salute della terra che coltivano. Questa è l’idea alla base di LENS (Livelihoods, Education and Nature at Scale), l’iniziativa di ofi per la produzione sostenibile incentrata sulla promozione delle opportunità economiche, dell’istruzione e dell’azione per il clima, proteggendo al contempo gli ecosistemi.

Attraverso LENS, ofi garantisce che i propri chicchi di caffè verde, e gli ingredienti con essi realizzati, abbiano un impatto tangibile sul sostentamento dei coltivatori e delle loro comunità. Il programma stabilisce obiettivi ambiziosi per affrontare le principali problematiche che affliggono la filiera del caffè dal 2020 in avanti attraverso una collaborazione strutturata con i nostri partner.

I numeri parlano chiaro: nell’ultimo anno, LENS ha interessato oltre 44 progetti in 14 origini e un impegno di finanziamento di oltre 50 milioni di dollari. A oggi, abbiamo raggiunto oltre la metà del nostro obiettivo di migliorare le condizioni di vita di 200.000 coltivatori di caffè entro il 2025″.

 Una sapiente miscela

“Se i problemi che la filiera del caffè si trova ad affrontare sono ampi e variegati, le loro soluzioni devono esserlo altrettanto. In ofi, raggiungiamo il livello di supervisione necessario per realizzare un cambiamento attraverso una combinazione dei nostri sistemi di monitoraggio Coffee LENS e AtSource.

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Le piantagioni (immagine concessa)

Agronomi, consulenti ambientali, enti normativi e gli stessi agricoltori contribuiscono alla strategia LENS, i cui risultati vengono inseriti nel database AtSource. In questo caso, i dati possono essere facilmente monitorati e utilizzati per stabilire obiettivi di ottimizzazione raggiungibili. La nostra recente prova della strategia di de-carbonizzazione offre una valida dimostrazione di questo piano d’azione.

Utilizzando i dati raccolti attraverso Coffee LENS, il sistema AtSource+ ha calcolato le emissioni complessive di gas serra (Greenhouse Gas, GHG) per specifiche miscele di caffè, tenendo conto di pratiche agricole, lavorazione e trasporto. Applicando i dati alle nostre piantagioni di caffè, ofi è stata in grado di identificare strategie per ridurre le emissioni totali di gas serra per il nostro caffè lavato del 10-50%, a seconda dell’origine del chicco”.

 Prodotti deliziosi: buoni in tutti i sensi  

“Il messaggio generale? ofi fa la differenza nel mondo del caffè perché mantiene il controllo completo sull’intera catena di approvvigionamento.

Il nostro team mantiene una solida presenza locale in tutte le regioni di coltivazione dell’Africa, Asia e America centrale e meridionale dove ofi è presente, permettendoci di offrire una vasta selezione di caffè verdi tracciabili provenienti da aziende agricole e piantagioni certificate. Oltre il 90% del volume di caffè viene lavorato nei nostri impianti. In questo modo, siamo in grado di fornire la quantità – e la qualità – di cui i nostri clienti necessitano per deliziare i consumatori.

Anche per gli acquirenti di specialty coffee, gli esigenti palati dei nostri assaggiatori Q-Grader e dei team di approvvigionamento individuano varietà di caffè eccezionali da 30 origini diverse. Tutte queste informazioni ci offrono gli strumenti per agire, ma non spiegano il nostro “perché”.

Teniamo traccia dei progressi, pubblichiamo i risultati e condividiamo quanto appreso con gli altri stakeholder del settore perché la nostra missione è quella di rappresentare il cambiamento per un cibo di qualità e un futuro sano. È questo impegno verso uno sviluppo responsabile che contribuirà a rendere ogni tazzina di caffè migliore della precedente”.

Per saperne di più sul portafoglio di caffè e sulle iniziative di sostenibilità di ofi, cliccare qui.

Referenze

[1] https://www.cbi.eu/market-information/coffee/what-demand

[2] https://www.cbi.eu/market-information/coffee/what-demand

[3] https://data.consilium.europa.eu/doc/document/PE-82-2022-INIT/en/pdf

The Smoking Tiger, dopo 3 anni di specialty la tigre si riposa: “Rifarei tutto, ma con due avvertenze”

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the smoking tiger tombolini
Il fondatore e roaster Antonio Tombolini (immagine concessa)

MILANO – Di recente abbiamo condiviso la notizia sulla chiusura della micro roastery marchigiana, The Smoking Tiger: a Castelfidardo, in provincia di Ancona, Antonio Tombolini tre anni fa avviato questa attività con il preciso focus sullo specialty e adesso si è dovuto fermare. Per capire la storia dietro questa decisione, la parola allo stesso imprenditore.

The Smoking Tiger nasce tre anni fa con l’apertura e ora si arresta: come sono stati questi anni da micro roaster di specialty?

“Sono stati degli anni belli ma anche duri: questi sono i due aggettivi che guidano l’intera esperienza. Anticipo subito che lo rifarei anche sapendo dell’esito finale.

In questo arco di tempo ho potuto toccare con mano quella che era una mia sensazione: in Italia, il mercato del caffè è come quello del vino, ma 40 anni fa. In questo gap avevo intravisto un potenziale da sfruttare, perché c’era e c’è ancora tanto da fare per evolversi nella direzione di un consumo più consapevole.

Nonostante il fatto che io non sia riuscito a cavalcare questo trend, resta un fenomeno che si sta verificando.”

Ma quindi cosa è andato storto?

“Credo che il mio primo errore sia stato un po’ di peccare di presunzione, pensando che offrendo esclusivamente specialty contando sulle mie sole risorse, avrei potuto partecipare ad una crescita più veloce della tendenza: come detto prima, la realtà è che lo sviluppo di questo mercato esiste, ma è più lenta di ciò che avevo immaginato.

Un altro mio limite è stato quello di non appoggiarmi ad un coffee shop di The Smoking Tiger che potesse fare da traino, e che la torrefazione da sola fosse abbastanza. Probabilmente avrebbe avuto più senso avviare anche un flagship store parallelamente alla roastery.

Avrei dovuto anche preoccuparmi maggiormente della comunicazione social.

Quando siamo partiti, avevo come riferimento la SCA internazionale e con questa immagine nella mente, avevo creduto che SCA Italia avrebbe potuto rappresentare un sostegno maggiore per la mia azienda. Poi ho realizzato che in Italia la stessa associazione mi sembra poco attiva sul fare rete.

Per spiegare meglio questo concetto, farei un paragone: il ruolo che negli anni ’90 aveva avuto Slow Food nel mondo del cibo e del vino è stato importante e così pensavo che SCA Italia si ponesse come primo obiettivo quello di sensibilizzare e avvicinare il pubblico, le persone comuni, allo specialty.

Invece, pur organizzando cose molto belle, restano piuttosto autoreferenziali. Ho tentato in un paio di occasioni di sottolineare l’esigenza di un programma più ampio di comunicazione e sul campo orientato a spingere un vero e proprio movimento, ma non ci siamo ancora riusciti.”

Come mai non ha cercato di ampliare la tua offerta dal solo specialty e aprendo un flagship di The Smoking Tiger?

“Non sono riuscito a trovare la location giusta nei tempi necessari, quando mi sono accorto che c’era bisogno di aprire il coffee shop. Sul fatto di ampliare l’offerta e non fare soltanto specialty, non ho mai avuto dubbi dal principio e non ho mai cambiato idea: questa lentezza nel nostro Paese, è dovuta anche al fatto che il più delle volte chi fa specialty non fa soltanto specialty e resta un fiore all’occhiello da presentare nei giusti contesti.

Quando si pensa poi al pubblico e alla diffusione, si torna al caffè più o meno convenzionale. E questo rallenta il processo. Per me lo specialty più che essere una nicchia così come si sta posizionando in Italia, rappresenta il futuro di quello che sarà il caffè.

Questa è la strada che sta prendendo anche in altri Paesi dove l’espresso non è una tradizione: si parte proprio con lo specialty ed è vissuto come il prodotto in cui esiste la combinazione tra cultivar, terroir, lavorazione. Da noi il caffè non è plurale. Ci vogliono tempi lunghi per far passare un messaggio diverso. “

Però rifarebbe tutto

“Sì, ma con due avvertenze: fare meglio i conti sulle risorse disponibili e appoggiandomi ad un flagship store del marchio che possa fare da vetrina e in cui creare anche situazioni importanti.

Senza lo store fisico, ho potuto contare soprattutto sull’e-commerce, il canale che ha funzionato di più. Ho sperimentato – ed è una conferma che l’avere occasioni di contatto con i consumatori è fondamentale – che c’è un tasso di fedeltà commovente online.

Un cliente che inizia ad acquistare da noi non si perde mai e diventa un po’ un tifoso. Purtroppo però, senza contare su campagne pubblicitarie importanti, anche questo canale per fruttare al meglio, ha bisogno di tempi e risorse che io non avevo.”

Quali sono i numeri di The Smoking Tiger?

“L’ultimo dato che possiedo: chiudendo l’anno 2023 ci avvicineremo probabilmente ai 100mila euro di fatturato.

I numeri dipendono sempre da come li guardi: dallo 0 del 2020 con la pandemia di mezzo ed essendo un marchio nuovo, quella cifra non è male, ma non è sufficiente per continuare a stare in piedi senza la possibilità di immettere nuove risorse. All’inizio c’è stato un investimento importante che abbiamo fatto con le sole nostre forze, sperando che si potesse rientrare più velocemente.

Sono contento comunque perché in questi anni sono riuscito a creare una piccola rete composta da un bellissimo gruppo misto di baristi, ristoratori e appassionati, ed è quello che mi fa dire ancora oggi che questo cambiamento sta avvenendo. Basta a volte fare assaggiare i caffè per far capire la differenza, senza fare troppe prediche.

Si tratta di fidarsi dei sensi, più che di inondare tutti con nozioni e tecnicismi. Ho sentito spesso dire tra gli addetti ai lavori che lo specialty è difficile e che il pubblico non è pronto: non è vero.

Quando mi sono confrontato con le persone facendo assaggi senza scendere in troppi tecnicismi, il solo sentire una tazza non bruciata e con delle note diverse dal solito, è stato sufficiente. Partire dal gusto è la cosa più giusta da fare.”

The Smoking Tiger però non ha potuto contare su una rete commerciale

“Ho lavorato da solo, con il sostegno di due soci-amici, ma senza mettere in piedi una rete di distribuzione commerciale: quando ci ho provato, i primi tempi, ho visto che chi opera in questo settore, quando si parla di specialty vive una sorta di contraddizione.

Vivere soltanto di questa materia prima è complicato, così come vendere questo tipo di prodotto proponendo parallelamente un caffè commerciale: è un po’ un paradosso. Quindi non mi sono mosso più in questo senso.”

Come mai non ha voluto fare da consulente come molti suoi colleghi fanno per aumentare le entrate?

“Perché sono l’ultimo arrivato nello specialty e non mi sono sentito sufficientemente esperto per fare da consulente di fronte a dei grandi maestri della torrefazione che sono già attivi.”

E ora qual è il destino di The Smoking Tiger? Non c’è modo di risollevarsi?

“Non so cosa succederà adesso. Qualche tempo fa ho realizzato una piccola serie di un podcast, Coffeelines, dedicato allo specialty.

Vorrei continuare a portarlo avanti e sto progettando di fare una seconda stagione. Credo proprio che la divulgazione sia la chiave per andare avanti. Certo, questi tre anni
hanno creato relazioni con persone che stimo moltissimo e che potrò ancora frequentare.

Ho pensato anche ad aprire una campagna di crowdfunding, ma per farlo sul serio avrei voluto legarla agli investimenti necessari ad un’eventuale apertura di un locale e per allargarsi. Volevo prima trovarlo e partire con questo obiettivo, ma senza di quello non me la sono sentita di chiedere un sostegno economico.

Continuo comunque a guardare in giro delle location potenziali, chiedendo in giro se ci sono delle novità: quindi dico mai dire mai.

Certo poi ho un vincolo legato alla mia età: ho 63 anni e vivo a Loreto, luogo da cui non voglio allontanarmi troppo. Tanti mi dicono di cambiare città, ma io lo escludo. Nelle Marche abbiamo un posto unico, Senigallia, che potrebbe essere un punto ideale legato alla ristorazione, ma per il momento questa esperienza si prende un po’ di tempo per riposarsi.

Naturalmente resto aperto a tutte le idee e proposte che dovessero venirmi da chi ama il caffè come lo amo io, e per questo vorrei invitare chi vuole a scrivermi su antonio@tst.coffee”

Gianluca Tofani, vincitore del Gran Premio nazionale della caffetteria: “Così ho chiuso un cerchio”

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Gianluca Tofani in gara (foto concessa)
Gianluca Tofani in gara (foto concessa)

MILANO – Gianluca Tofani (33 anni), barista riccionese e docente dell’Accademia maestri del caffè con sede a Brescia, ha vinto il “Gran Premio nazionale della caffetteria“, (Aicaf e Altoga), superando una delle cinque selezioni e distinguendosi tra una settantina di baristi di cui quindici finalisti.

Tofani, perché ha deciso di competere nel circuito di gare Aicaf e Altoga, piuttosto che in quelli Sca, che danno la possibilità di confrontarsi anche a livello internazionale?

“Ho voluto, in primis, chiudere un cerchio. Nel 2017 ho cominciato il percorso formativo Aicaf, diventando trainer e certificatore presso questa accademia, che proponeva due competizioni che mi piacevano: la latte art grading di cui sono diventato campione nazionale nel 2021 nel livello Rosso e poi il gran premio Gran premio della caffetteria.

Il Gran premio è una bella sfida: 26 minuti, di cui soltanto 13 di preparazione. In questo breve lasso di tempo si deve allestire il proprio angolo bar – nel mio caso ho ricreato un paradiso tropicale– predisporre la mise en place per i giudici e settare la macchina con il tuo caffè. Poi altri 13 minuti sono dedicati all’esposizione orale, alla presentazione e infine alla preparazione di 2 espressi, 2 cappuccini e 2 cocktail alcolici freddi al caffè.

Allo stesso modo per regolamento, avrei dovuto riprendere anche un elemento della gastronomia italiana all’interno delle mie ricette, nel mio caso è stata la mandorla della Sicilia inserita nell’orzata alla menta. A livello sensoriale era possibile distinguere questo ingrediente dal caffè.

Un altro aspetto sfidante è che si deve servire tutto in contemporanea: si consegnano il totale delle preparazioni all’interno dei 13 minuti, tenendo conto delle diverse temperature di servizio.

Con questa gara sono riuscito a coniugare l’amore per il caffè e per la miscelazione, in particolare quella Tiki.

In ottica gare SCA la categoria Coffee in good spirits mi stuzzica tanto!”

Ma partecipare a queste gare è meno costoso?

“Non ho ancora mai fatto le altre. Non saprei. Di sicuro quando si sceglie di allestire il banco con la propria scenografia e si organizza la mise en place, a seconda di quello che prevedi di realizzare, si deve mettere in conto di investire qualche soldo: ad esempio ho portato dei piatti in bambù per dare un valore in più, che erano pezzi unici, ma non avevano una spesa eccessiva.

Per quanto riguarda la selezione del caffè, anche qui non saprei. Per questa gara ho selezionato uno specialty dalla Colombia, anaerobico naturale che ben si sposa con la mia miscelazione Tiki.

Quello che è oggettivo è che chi arriva in finale al Sigep nelle varie categorie ha sempre un caffè importante, non solo dal punto di vista dell’aroma e dei flavour ma anche per il portafoglio.

Seguo ogni sorta di gara, perché insegnano tanto anche a chi guarda dall’esterno.

Talvolta mi sono chiesto quanto valga il racconto, l’esperienza ed il service in contrapposizione al livello del caffè. Si cercano tazze e bilanciamenti complessi all’interno delle competizione. Sinceramente penso che ci sia già la Cup Of Excellence che decreta quali siano i migliori caffè al mondo!”

Qual è stato il fattore decisivo che l’ha portata alla vittoria sugli altri 15 competitor?

“Penso e spero che l’essermi presentato con due progetti abbia portato bene! ho cambiato la gara dalla semifinale alla finale. Anche se avevo saputo di aver fatto bene al primo turno, in finale ho cambiato Drink e speach.

Mentre in semifinale ho parlato della cultura del Tiki, nato negli anni ‘30 dopo la prima guerra mondiale in America, quando un barman ha deciso di creare cocktail perfetti e serviti in un’ambientazione coinvolgente, in finale ho voluto affrontare l’aspetto legato al cliente e alla sua fidelizzazione, attraverso l’offerta di un’esperienza completa.

Ho esposto alla giuria il modo in cui tratto i clienti nel mio locale, con l’aiuto della mia squadra per garantire il massimo dell’accoglienza e in più, studiando l’offerta giusta al momento giusto. A volte c’è bisogno di preparare drink più leggeri (come il mio con il coldbrew) e altri più strutturati (con doppio espresso) a seconda dei casi. E così, con le stesse bottiglie ho potuto realizzare due bevande.”

Ci parla del caffè colombiano che ha portato in gara? E come l’ha selezionato?

Le preparazioni in espresso (foto concessa)

“Ho selezionato il caffè insieme a Nicolò Zorloni di Nudo Artisan Coffee, e ho continuato con lui dalle selezioni in poi. Dopo 4 mesi abbiamo trovato della Farm “El Libano” nella zona del Carmen un caffè a 1700 metri, anaerobico naturale, con un’acidità che ricorda la frutta tropicale che evolve in note di note di frutta matura e prugne. In cupping aveva un’acidità importante che Nicolò ha saputo limare in tostatura, favorendo i flavour di frutta matura dati appunto dalla fermentazione.

In semifinale per il cocktail ho usato un doppio shot di espresso per dare struttura e bilanciare due once di alcol.

Le note accese assicuravano l’intensità dei sapori. In finale ho fatto un aeropress estratto a freddo, con la stessa granulometria dell’espresso, per una tazza che poteva esser bevuta anche da sola.

Abbiamo trovato il caffè a luglio e i cocktail li ho consegnati a settembre. Le mie gare si costruiscono nel tempo libero e poi nell’ultimo periodo si prova molto.”

Quanto è importante fare parte del mondo delle gare dal punto di vista professionale?

Le gare stimolano il barista: se dovessi solo lavorare dietro al bancone mi stancherei. Se si vuole gareggiare, si deve studiare e così le conoscenze aumentano.

Il confronto con gli altri concorrenti ti arricchisce: da una parte sono professionisti da battere, dall’altra, conoscere le persone da tutta Italia e poi del mondo ti fa scoprire altre realtà.

Quando si sta su un palco bisogna essere all’altezza della giuria e del pubblico e l’importante è restare umili.”

E ora con questa vittoria, pensa che cambieranno delle cose nella sua carriera?

“Ci deve pensare poi il barista a farlo fruttare economicamente, restando propositivo e cercando le occasioni professionali.

Gianluca Tofani con il suo trofeo (foto concessa)

Vorrei servirmi della vittoria per mandare dei messaggi e far evolvere la figura del barista, raccontando che c’è dello studio dietro questo lavoro. Le gare aiutano certamente a distinguersi dagli altri, ma non ci si rilassa dopo la vittoria.

Partecipare a una sfida di questo tipo ti dà sempre qualcosa, ma vincere è una conferma del lavoro fatto fin qui.

Il mondo delle gare continua a piacermi perché è un modo di mettersi in gioco.
L’obbiettivo principale comunque, rimane far bene nel mio locale e provare a far crescere, nel cliente, la curiosità a scoprire che cosa si cela dietro una tazza di caffè.

Siamo a Riccione, fronte mare, per ora un’attività stagionale, speriamo presto di evolvere in un locale annuale e provare a perseguire questo obbiettivo 365 giorni all’anno.

Utilizziamo una miscela bio della Pascucci e poi una selezione di specialty coffee tostati di Nudo che serviamo sia in Espresso che Filtro. La cucina è aperta dalle 9 per il brunch che ci aiuta a vendere meglio le proposte filter.

Il caffè lo utilizziamo anche nel momento serale della mixology: in carta abbiamo la categoria Coffee in goodspirits. Noi facciamo lo Specialty Martini, non l’Espresso Martini.”

Mauro Illiano svela in un libro da oggi in vendita tutti “I 100 segreti del caffè napoletano”

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caffè napoletano copertuna libro Illiano
La copertina del libro di Mauro Illiano "I 100 segreti del caffè napoletano"

Mauro Illiano, napoletano di nascita, trainer e caffe esperto ha cominciato ad occuparsi di espresso napoletano nel 2011. Risale a quell’anno il suo studio, una primizia, per l’Ais Campania, l’Associazione italiana sommelier: era la prima mappatura del caffè partenopeo. Partendo da quella preziosa banca dati e sviluppando tutti gli argomenti sul tema Illiano è da oggi in libreria, e negli abituali canali online, con “I 100 segreti del caffè napoletano”. Si tratta di un libro (in vendita a 17 euro) edito da Diana Edizioni, di 268 pagine, naturalmente bilingue, italiano e inglese, sulla scienza, il mito e le storie dell’espresso più famoso al mondo.

Nella ponderosa prefazione il professor Marino Niola, docente di Antropologia dei simboli, Antropologia delle arti e della performance, Miti e riti della gastronomia contemporanea presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli dove coordina il Laboratorio di Antropologia Sociale, il master in Comunicazione multimediale dell’enogastronomia e dove dirige il Centro di Ricerche Sociali sulla Dieta Mediterranea “MedEatResearch”, scrive tra l’altro “Sulle rive del Golfo di Napoli, all’ombra del Vesuvio, la tazzulella ‘e café non è una semplice bevanda che rende nervosi, è un amblema indentitario, il rito sociale per antonomasia, una cerimonia con i suoi tempo, i suoi ritmi, i suoi strumenti liturgici. Insomma, una categoria dello spirito partenopeo”.

Per mettere in ordine i 100 segreti dell’espresso napoletano l’autore ha organizzato un indice articolato e completo su tutti i temi relativi al tema trattato. Naturalmente si comincia con la storia, si prosegue con la materia prima, la tostatura, senza scordare macchinari e tecniche, bar e barista.

Da pagina 59, 151 in inglese per un utile esame della terminologia nella lingua più usata, Illiano esamina in dettaglio la bevanda, approfondendo da par suo le caratteristiche e le proprietà fisico-chimiche. Non manca il capitolo sulle preparazioni alternative, servizio e deustazione, rito, abitudini di consumo, realtà commerciale. Senza scordare il vasto e affascinante tema arte e cultura.

Tantissime le curiosità svelate sul caffè napoletano, come l’origine del gusto amaro sul quale Illiano haveva già scritto un articolo per Comunicaffè, o della tazza bollente, oppure del significato che il caffè assume nei momenti di festa o di tristezza, passando dall’incredibile rapporto con la cultura musicale e teatrale, che da sempre a Napoli omaggiano il caffè.

Nel libro di illiano sul caffè napoletano i lettori troveranno finalmente una risposta precisa su che cosa rende veramente unico il caffè napoletano. La cremosità, la persistenza del sapore e degli aromi e persino l’acqua di Napoli, senza trascurare i dubbi di questa circostanza: l’acqua nel capoluogo partenopeo non ha dapperutto le spesse caratteristiche fisico-chimiche.

Quella raccontata da Illiano con una prosa essenziale ma intensa è un’esperienza gustativa in una dimensione metafisica tra rito e mito, come quello del caffè sospeso, profondamente legata all’arte, alla musica e alla letteratura.

Mauro Illiano in queste pagine rivela la storia, la scienza e le abitudini di consumo del famoso espresso partenopeo: dall’invenzione della cuccuma ai processi di torrefazione; dalla materia prima alle miscele e alle ricette; dalle tipiche caffetterie ai macchinari e tecniche di estrazione.

Per concludere l’epilogo sui segreti del caffè napoletano dove si racconta de “La favola della Sinfonia del Maestro” cioè la miscela dedicata al Maestro della pasticceria internazionale Iginio Massari. E quello che inizia a pagina 129 perconcludersi a pagina 133 è proprio un omaggio al caffè dell’asso bresciano. Chiude illiano: “Mai definizione fu più appropriata, perché colui che domina profumi, aromi e sapori, domina il cuore degli uomini”.

Dunque un libro che svela tutti i segreti della tazzulella ‘e cafè e una pagina della cultura antica e moderna della città di Napoli.

Con i contributi di: Michele Armano, Peppino Balestra, Francesco Costanzo, Andrej Godina, Gennaro Esposito, Iginio Massari, Roberto Nocera, Paola Passalacqua, Mario Rubino e Pietro Varriale. Con molte illustrazioni a cura di Barbara Carbone.

Mauro Illiano I 100 segreti del caffè napoletano, Diana Edizioni, pagine 268, 17€