lunedì 19 Gennaio 2026
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Il museo delle macchine del caffè – Scopriamo altri dettagli della mostra

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Mumac
Il Museo della macchina per caffè Mumac

MILANO – Il museo pensato e creato dal Gruppo Cimbali, in occasione del centenario della propria attività nel 2012. Mumac offre la prima esposizione permanente dedicata alla storia, alla tecnologia; al design e alla cultura delle macchine per il caffè espresso.

Il Museo: dove, come quando

Il Mumac si trova in Via Neruda, 2 a Binasco nei pressi di Milano. L’apertura al pubblico, oltre a date che vengono annunciate in anticipo; per esempio in occasione del Salone del Mobile, può essere prenotata. Semplicemente scrivendo a ufficiostampa@gruppocimbali.com

Cento anni di storia e di innovazioni

Informazioni estese e approfondite. Dettagli puntuali, correttezza filologica e esattezza storica. Il Mumac è il museo di macchine per caffè espresso tra i più articolati e completi del mondo.

Allestito in un’area riqualificata e restaurata della storica sede del Gruppo Cimbal

Il museo vuole essere un vero e proprio tributo a quel settore così tipicamente made in Italy quale è quello del caffè e delle macchine per caffè espresso. Di cui l’Italia è il principale produttore mondiale.

La storia di queste macchine si dispiega lungo un intero secolo

In cui esse si dimostrano, via via, sempre al passo con i tempi, sia dal punto di vista del progresso tecnologico, che dello sviluppo industriale e dei mutamenti culturali e di costume.

Grandi marchi e pietre miliari

Le macchine per caffè espresso da bar non hanno mai smesso di evolversi. Ancora oggi, continuano a seguire quel progresso tecnologico, industriale e culturale che il Gruppo Cimbali ha voluto celebrare. Proprio nell’anno in cui ricorre, per l’azienda, un grande evento: il centenario della nascita.

Un’occasione perfetta per tirare le fila di un lungo percorso. Uno tanto chiaro e completo da potersi cristallizzare in un’esposizione vera e propria; fatta di macchine che sono vere pietre miliari della storia dell’industria italiana.

Da sempre aperte al confronto diretto con le altre grandi del settore, da Faema — oggi parte del gruppo — a Gaggia, Rancilio, o alle storiche La Pavoni e Victoria Arduino.

Per dare forma a questo itinerario articolato e complesso, il Gruppo Cimbali ha scelto di accogliere al proprio interno una delle più grandi collezioni di macchine per caffè espresso oggi esistenti; offrendogli la visibilità, lo spazio e l’importanza che merita: la Collezione Maltoni.

L’esposizione

Un’esperienza multimediale e multisensoriale. Il Mumac è un museo di grande contemporaneità dal punto di vista dell’esperienza che offre al visitatore curioso.

Pronto a lasciarsi coinvolgere in un vissuto sinestesico fortemente evocativo. Snza rinunciare, tuttavia, al rigore di un itinerario storico, ricco di documenti.

Il percorso espositivo

Si configura come un viaggio attraverso le epoche. Ciascuna sala corrisponde a un intervallo temporale caratterizzato. Prevede grandi pannelli introduttivi relativi al periodo storico.

Inoltre, essa è arricchita da foto, cartelloni pubblicitari dell’epoca e oggetti caratteristici e, naturalmente. Poi ospita le macchine, perfettamente funzionanti e spesso inserite in suggestive ricostruzioni d’ambiente.

Infine, gli schermi touch screen. Presenti all’ingresso di ciascuna sala.

Invitano all’interattività e offrono il giusto approfondimento ai visitatori più attenti al dettaglio documentaristico. Sensibili ai racconti sullo spaccato industriale.

Gli albori

Da tempo il mondo occidentale chiede un’evoluzione. Il caffè alla “turca”. L’unico disponibile nei secoli XIII e XIX. Non accontenta però più il consumatore dell’epoca che ambisce a non sentire più sul palato i fastidiosi residui della miscela.

È il 1901 e Luigi Bezzera brevetta il primo modello di macchina per caffè “a colonna”, realizzato poi da Pavoni

L’epoca del caffè “espresso” — un caffè nero, senza crema e rigorosamente prodotto sul momento — è cominciata.

La sala degli “albori” ritrae un mondo caratterizzato, sul piano estetico, dal vitalistico stile liberty. Scosso dai primi vagiti di un’industria ancora frammentaria e disomogenea per tecnologie, interessi e ambizioni; ma che comincia ad aspirare a qualcosa di diverso.

Un mondo totalmente nuovo, solcato dai grandi transatlantici, capace di pensare in termini di “produzione di massa”. Per dare vita alla prima auto definibile “moderna”.

Trieste, da caffè a salotto culturale – Così rinasce il San Marco

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caffè san marco
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MILANO – La notizia non è, come potrebbe sembrare, soltanto di interesse locale. Scongiurato il rischio chiusura per il Caffè San Marco di Trieste.

Caffè San Marco.Lo storico locale

Di proprietà delle Assicurazioni Generali, rinascerà grazie a un progetto di restauro e recupero. Si punta a ripristinare le originarie caratteristiche architettoniche del Caffè. Ma, soprattutto, a restituire al San Marco la sua tradizionale vocazione di luogo culturale.

Il quotidiano di Trieste Il Piccolo

Nel suo numero di sabato, ha dedicato al progetto un ampio servizio, che vi proponiamo di seguito.

TRIESTE – Da caffè a Centro studi con libreria, e salotto di cultura dove anche si mangia. Un luogo di musica in cui è possibile usare Internet, avere fax e stampanti.

Quindi un restauro nel rispetto dell’arte e dell’antico: Con l’esordio di tavolini all’esterno. E poi ancora teatro, letture, pranzi. Infine cene solo su prenotazione ma con una “chef”. In una via pedonalizzata da cui anche l’ingresso principale della Sinagoga potrebbe prendere più luce.

È un progetto senza fine

Ma un progetto che pare di resurrezione dalle ceneri quello che Assicurazioni Generali, proprietaria dei locali, ha condiviso scegliendo i nuovi gestori del Caffé San Marco.

La ricerca messa in campo per evitare la chiusura, che sarebbe stata un clamoroso ulteriore lutto per la città, si è conclusa.

Il caffé più storico di Trieste sta per festeggiare il centenario

Ma fino all’altro giorno era assai a rischio a causa di tempi economicamente magri, diminuito “appeal”. Soprattutto dopo l’improvvisa scomparsa lo scorso dicembre del suo gestore, Franco Filippi. Assieme alla fatica denunciata da moglie e figlia per raccogliere una eredità operativa di così complessa portata.

La nuova gestione è di una società denominata Servizi editoriali

Fa capo a Alexandros Delithanassis, editore col marchio Asterios e titolare della libreria “San Marco”.

A collaborare al progetto che Generali Real Estate ha scelto appunto perché «in grado di restituire al San Marco la vocazione di contenitore culturale».

Con l’editore e libraio ci sono Ivaldo Vernelli, già direttore organizzativo del Teatro Stabile La Contrada. Adesso nello stesso ruolo al Teatro Stabile di Verona (socio di Servizi editoriali), Guido Tripaldi.

Si occupa di innovazione tecnologica (anche nella, e per la, Swg), e Gian Paolo Venier, designer: Socio dello studio di progettazione dell’architetto Luciano Semerani e direttore artistico di un giovane gruppo lanciato nella progettazione di mobili da design.

Tutti entreranno fra poco a far parte di una nuova società, la San Marco srl

Dedicata allo sviluppo del monumentale caffè, che avrà Claudio Magris (così si spera) come presidente onorario del futuro Centro studi.

Proprio Magris, che al San Marco ha la sua seconda casa ideale; aveva lanciato forti appelli alle Generali affinché guardassero al valore culturale del luogo. Quindi non solo a quello economico. Ed ecco qua.

Oggi  l’accordo sarà firmato, a fine giugno entrerà in campo la nuova gestione

A fine anno via ai lavori di restauro, filologici al massimo vista la sacralità artistica del luogo. L’installazione della cucina e rifacimento dei bagni, per un ancora vago preventivo di 200 mila euro di spese.

Generali metterà una parte della somma. «La nostra libreria traslocherà all’interno del caffè. – annuncia Alexandros Delithanassis.

Daremo spazio alla casa editrice. Ma faremo anche “case editrici a km zero”. Ospitando gli editori locali, e poi mostre, degustazioni e corsi sulla gastronomia locale. Chiederemo al Comune di pedonalizzare in anticipo la via Donizetti per sistemare tavoli all’aperto. Prevediamo una cucina veloce a pranzo; creeremo un luogo dove discutere di questioni etiche, politiche in senso lato, proporremo una “newsletter” di attività. Un sito web nuovo. Poi metteremo lì computer e Internet senza password: caffè, salotto di casa e ufficio tutto al San Marco. Con il Centro studi avvieremo un vero progetto culturale.

– prosegue Alexandros – In più avremo musica, letture, inviteremo scrittori, artisti. Qui si pone però anche una sorta di ricatto morale: i triestini credono al San Marco? Dovranno venire da noi».

Fonte: Il Piccolo

Messico – Allarme roya per la ruggine del caffè che colpisce l’Arabica

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MILANO – L’impatto della ruggine del caffè comincia a farsi sentire anche in Messico. Il Gain Report annuale di Usda ha ridimensionato le previsioni per l’anno in corso. La produzione è ora stimata in 4,3 milioni di sacchi (di cui 4,1 di arabica). Ossia 400mila sacchi in meno rispetto ai 4,7 milioni di cui alla stima ufficiale contenuta nella circolare semestrale dello scorso inverno.

Messico: cosa lo aspetta nel prossimo futuro

Per il 2013/14 è atteso un raccolto da 3,8 milioni di sacchi (-11,6%), ma i produttori temono che il calo possa essere di gran lunga maggiore. Almeno se non verranno adottate adeguate contromisure nel far fronte alla malattia.

L’epidemia di roya

La cui propagazione è iniziata a partire dallo stato meridionale di Chiapas, è stata tenuta inizialmente sotto controllo. Grazie all’adozione di varie misure preventive, quali il controllo della vegetazione di copertura, la potatura degli arbusti; il controllo delle infestanti e l’utilizzo di fungicidi rameici.

A partire dall’inizio dell’autunno scorso si è assistito però una recrudescenza del fenomeno

Favorita da una serie di fattori. Quali le condizioni anomale di umidità e temperatura registrate. In particolare, nella regione di Soconusco (Chiapas), la forte ventosità, ha favorito la diffusione delle spore e la carenza di manodopera.

A fronte di questa emergenza, il Segretariato all’agricoltura (Sagarpa) ha incaricato tempestivamente il Servizio nazionale per la sicurezza sanitaria e alimentare (Senasica). Assieme all’Associazione messicana della catena produttiva del caffè (Amecafé) di predisporre delle strategie volte a prevenire il diffondersi epidemico.

Già nell’ottobre 2012 è stato attivato un primo programma di emergenza nel Chiapas

A fine gennaio, il Sagarpa ha varato nella città di Tuxtla (Chiapas), un programma inter-istituzionale di emergenza.

In base al quale Senasica, Amecafé e Sistema Producto Café (il braccio operativo di Amecafé, ndr.) potenzieranno la loro collaborazione nel campo della ricerca.

Ma anche della formazione, dell’assistenza tecnica e della divulgazione delle informazioni in tutti gli ambiti della supply chain, a livello federale, statale e locale.

Detto programma ha trovato applicazione negli stati di Chiapas, Oaxaca, Puebla, and Veracruz.

Gli aggiornamenti diffusi dal Senasica a marzo e aprile

Confermano una presenza dell’Hemileia vastatrix prevalentemente al di sopra dei 600 metri di altitudine e solo più raramente ad altitudini inferiori.

È bene ricordare che nel Chiapas, il principale stato produttore di caffè del Messico, le piantagioni si concentrano in una fascia altimetrica compresa tra i 650 e i 1.200 metri slm.

Più vasta la gamma altimetrica nel Veracruz

Il secondo stato produttore, dove la coltura è diffusa anche ad altitudini inferiori (tra i 150 e i 1.200 metri slm.).

I produttori del Chiapas hanno fatto appello sia ai poteri locali che al governo nazionale affinché vari lo stato di allerta fitosanitario.

Consentendo così l’accesso agli stanziamenti federali, a quelli della Banca per lo sviluppo e a eventuali fondi internazionali.

Secondo i coltivatori, la roya avrebbe colpito circa la metà dell’ettaraggio complessivo dello stato

Quindi non soltanto 45mila ettari come afferma il Senasica. Per affrontare efficacemente la piaga servirebbero almeno 135 milioni di pesos (circa 8 milioni di euro).

Secondo i dati del Sagarpa

L’area coltivata a caffè nel 2012/13 risulta pari, in tutto il Messico, a 737.112 ettari. Quindi in calo del 4% rispetto al 2011/12.

Il caffè è prodotto in una quindicina di stati. Ma la parte più consistente delle piantagioni si trova negli stati di Chiapas. (258.835 ha, che fornisce circa il 40% della produzione). Poi a Veracruz (147.384 ha), Oaxaca (142.766 ha) e Puebla (72.175 ha).

Circa il 96% del raccolto messicano è mediamente costituito caffè arabica

Quindi varietà Bourbon, Caturra, Catimor, Catuai, Maragogipe, Mundo Novo, Garnica e Typica. Il Sagarpa sta promuovendo la produzione di robusta per coprire le esigenze dell’industria nazionale e limitare il ricorso alle importazioni. A tale scopo sono stati impiantati 20mila ettari di nuove piantagioni di robusta, con il sostegno del ministero.

La domanda di questa varietà è forte soprattutto da parte dei produttori di caffè solubile

In particolar modo Nestlé, che sta investendo una somma ingente (oltre 93 milioni di euro) nell’ampliamento dello stabilimento Nescafé di Toluca.

I lavori sono stati avviati il mese scorso

Il rinnovato complesso si estenderà su una superficie totale di 14 ettari. Avrà una capacità produttiva superiore del 30% e sarà, secondo quanto dichiara la multinazionale svizzera, “la più grande fabbrica di caffè solubile del mondo”.

A regime lo stabilimento raggiungerà un fatturato annuo di 410 milioni di euro e darà lavoro

Tra dipendenti e indotto, a quasi 7mila persone.
Il comparto messicano del caffè presenta una serie di problemi strutturali, che sono stati acuiti dalla volatilità recente dei prezzi; dalla crescente instabilità climatica e dai problemi già descritti causati dalla ruggine del caffè.

In molte aree, la produttività rimane bassa a causa dell’elevata età media degli arbusti, della bassa densità di impianto, dalla fertilizzazione insufficiente e della scarsità della manodopera.

Alla quale si sta cercando di ovviare attraverso un accordo sul lavoro stagionale con il Guatemala. Secondo stime, la manodopera incide per quasi l’80% sul totale dei costi di produzione.

Il governo messicano ha avviato da alcuni anni un programma di rilancio

Esteso a tutti gli attori della filiera produttiva, con il quale punta a migliorare l’accesso alle tecnologie, la formazione dei produttori e l’efficacia dei canali di commercializzazione.
Politiche specifiche sono volte altresì a diffondere le certificazioni, le pratiche sostenibile e le produzioni ad alto valore aggiunto. Circa il 35% dell’area di produzione messicana è costituita da colture di alta qualità praticate ad altitudini superiori ai 900 metri slm. Un ulteriore 43% delle piantagioni sorge nella fascia altimetrica compresa tra 600 e i 900 metri slm.

L’export 2012/13 è stimato dal report in 3,6 milioni di sacchi, in crescita rispetto ai 3,3 milioni del 2011/12. Per il 2013/14 si prevede un calo a 3,1 milioni di sacchi, in conseguenza della minore produzione, ma anche del calo dei prezzi internazionali e del riapprezzarsi del peso.
È attesa invece una crescita ulteriore dell’import, che dovrebbe passare da 1,3 milioni quest’anno a 1,5 milioni nel 2013/14.
In passato, le politiche caffearie avevano privilegiato le esportazioni, in funzione degli introiti valutari. Le politiche attuali mirano, al contrario, a promuovere i consumi interni, che nei piani governativi dovranno assorbire entro un decennio il 70% della produzione nazionale.
I consumi del Messico sono stimati in 2,1 milioni di sacchi per 2012/13, pari a un dato pro capite di circa 1,4 kg all’anno.

I consumi di torrefatto superano ormai quelli di solubile anche nel canale alimentare, sebbene quest’ultimo prodotto conservi una share significativa. L’industria ha condotto in questi ultimi anni varie campagne informative e di marketing volte a esaltare i benefici delle bevanda caffè e sfatare i miti negativi.

La forte crescita del comparto delle caffetterie a marchio sta vivacizzando tutto il settore attirando gli investimenti dei grandi gruppi stranieri, ma valorizzando, nel contempo, anche le produzioni e i brand nazionali.

Vietnam – Export di maggio in forte calo

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export vietnamita vietnam

MILANO – Export vietnamita in forte calo nel mese di maggio. Questo secondo il report statistico mensile dell’Agenzia delle dogane.

Export vietnamita: i dettagli

Sono state esportate il mese scorso 116.753 tonnellate di caffè, pari a 1.945.883 sacchi da 60 kg.
Il dato è in flessione del 42% a volume e del 40,8% a valore rispetto a maggio 2012.
Ma segna una ripresa del 5,4% a volume e del 3,9% a valore rispetto al precedente mese di aprile.

Export vietnamita. Le fonti locali

Queste riferiscono intanto che i prezzi interni sono scesi, la settimana scorsa, ai minimi dall’inizio dell’anno solare. Un kg di robusta di qualità standard veniva venduto a 37mila dong .(1,7594 dollari). Contro 39.200 dong la settimana precedente e 42.600 dong a metà maggio.

Uganda – Ucda eleva le stime per l’anno in corso

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ucda Uganda mercati
Caffè prodotto in Uganda

MILANO – Migliorano le prospettive per l’export dell’Uganda. Secondo l’Autorità per lo sviluppo del caffè (Ucda), le esportazioni raggiungeranno, a fine 2012/13, i 3,2 milioni di sacchi.

Ucda: i dati

Aveva indicato già adottobre, un dato pari a 3 milioni di sacchi. Quindi in crescita dell’11% sull’anno precedente.

La revisione al rialzo

Questa è motivata dal buon andamento della campagna caffearia.

“Le condizioni meteo sono state particolarmente favorevoli. Con buone piogge intervallate da brevi periodi secchi, che hanno favorito lo sviluppo del raccolto in tutte le aree di produzione”  ha dichiarato il responsabile strategie e sviluppo dell’organizzazione, Norman Mutekanga.

L’approfondimento – “La storia dello zucchero” di Ernesta e Pasquale Pallotti

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L'aforisma zucchero e dolcificanti zuccheri
Saper scegliere lo zucchero in funzione delle nostre esigenze

MILANO – Il nome zucchero deriva dal Sanscrito “Sarkara” o “Sakkara” che significa sabbia o ghiaia. Da qui il Greco “Saccaron”. Oppure l’Arabo “Sukkar”. Poi il Latino “Saccharum”, zucchero, sugar, azucar, sucre, ecc.

Dagli Arabi era anche chiamato “Tabaxir“. Un termine persiano che significa umore latteo, succo o liquore. In India era conosciuto anche come “Gaura”. Un nome che probabilmente deriva da Gur. Antica monarchia del Bengala dove veniva coltivata la canna.

Zucchero: dall’oriente all’occidente

Il processo di estrazione dello zucchero era già conosciuto in India nel 3000 B.C. Infatti, una corona fatta di canne da zucchero é descritta nello Atharva Veda. Cioè il libro sacro degli Hindú scritto circa nell’800 B.C.

Il generale greco Nearco che accompagnò Alessandro Magno in India nel 4º secolo B.C. fu il primo Europeo a descrivere la canna come pianta che produce il “miele” senza bisogno di api.

Sembra comunque che la canna da zucchero sia originaria delle isole Salomone

Situtate nel Pacifico meridionale perché una leggenda locale dice che i progenitori della razza umana furono generati da un ceppo di canna.

Un germoglio crebbe in maniera anomala ed improvvisamente si trasformo in uomo; mentre un altro si trasformava in donna.

Dalle isole del Pacifico i metodi di coltivazione e lavorazione della canna si propagarono

In Indocina, Cina, India, nei paesi Arabi e successivamente nel bacino del Mediterraneo. Gli antichi Greci e Romani non conoscevano bene lo zucchero di canna che veniva forse usato solo come articolo di lusso. Pagato quindi a peso d’argento.

Usato anche come medicinale nel Medio Evo. Quando si sosteneva che “il Tabaxir va a proposito negli ardori così interiori come esteriori. Anche utile anche nelle febbri coleriche e nelle dissenterie”.

Teofrasto allude alla canna da zucchero quando, parlando del miele, dice che può essere di tre tipi:

Uno prodotto dalle api, cioè il miele vero e proprio; un altro che viene dall’aria, la biblica manna. L’ultimo, ancora, che é estratto dalle canne.

Plinio nomina lo zucchero con il nome di “sal indicum”. Anche Dioscoride e Galeno ne parlano chiamandolo “sacchar”.

Solo nell’ottavo secolo dopo Cristo la coltivazione della canna e i metodi di estrazione e purificazione dello zucchero furono introdotti dagli Arabi.

A Cipro, Creta, Rodi, in Sicilia, in Spagna e nel Sud della Francia.

In Spagna la canna fu coltivata prima a Valencia, poi a Granada e Murcia

In queste zone del Sud della Spagna lo zucchero veniva prodotto in grande quantità.

J. Willoughby, un inglese che viaggiava in Spagna nel 1664, dice: “Sono andato a Olives e a Valencia. Dove, come a Gandia, ci sono “engines” per lavorare lo zucchero, i migliori sono a Olives.

La canna viene coltivata in luoghi bassi e umidi. E’ ben tenuta e concimata, piantata in filari o solchi regolari. A novembre e dicembre viene tagliata vicino alle radici. Le punte poi, che non contengono succo, vengono messe sotto terra fino a marzo; quando vengono piantate nei letti predisposti.

Continua la testimonianza

Da ogni talea germogliano da quattro a sei getti che saranno pronti per il taglio a dicembre. I nodi della canna sono molto ravvicinati uno all’altro alla base, distanti circa un pollice. Ma verso l’alto, dove la canna é più sottile, la distanza é maggiore.

Negli internodi c’é una polpa bianca piena di sciroppo dolce come il miele. A Gandia vendono le canne tagliate a pezzi tra due nodi per mangiarle succhiando il succo dalle due estremità.

Per fare lo zucchero le canne, pulite e tagliate a pezzi, vengono torchiate o con una macina di pietra perpendicolare che gira, come si fa con le mele per fare il sidro o con le olive per estrarre l’olio, oppure con due assi orizzontali, stretti con del ferro, che girano in senso contrario, e poi vengono pressate come si fa con l’uva.

Ancora sulla lavorazione

Il succo ottenuto viene fatto bollire in tre diversi calderoni, messi in serie. Nel terzo diventa denso e scuro. Viene poi messo in recipienti conici che, sul fondo hanno un buco chiuso da zucchero grezzo.

Questi recipienti, una volta riempiti, vengono coperti con una pasta preparata con un tipo di argilla detta “spanish gritty” che si trova vicino a Olives.

Vengono poi messi in altri recipienti di forma diversa. In questi, attraverso il buco sul fondo dei coni, cola lentamente la parte liquida detta melassa.

Si lascia riposare per 5-6 mesi

Durante i quali lo zucchero nei recipienti conici diventa duro. Mentre il liquido che si é separato viene fatto bollire di nuovo per ottenere uno zucchero grezzo rosso di scarso pregio.

I pani conici vengono estratti dai contenitori e fatti seccare per 14-15 giorni. Hanno un colore scuro e possono essere usati così come sono ma per ottenere uno zucchero più bianco. Bisogna farli bollire di nuovo nella serie dei tre calderoni anche se nel processo si perde circa un sesto del prodotto.

Si fa passare lo zucchero fuso da un calderone all’altro appena incomincia a bollire

Filtrandolo attraverso colini di lino, ma nel terzo si lascia bollire fino a che non si alza una schiuma bianca. Questa viene presa con una schiumarola e messa in un lungo truogolo a raffreddare.

Poi si mette nei recipienti conici a scolare. La schiuma che si alza in continuazione é bianca, ma diventa scura raffreddandosi.

Per ottenere uno zucchero più bianco si possono mettere due o tre dozzine di bianchi d’uovo nel terzo calderone. Quello usato per la raffinazione. Quando il processo é terminato, i pani di zucchero nei recipienti conici diventano duri e bianchi in 9-10 giorni”.

Da Valencia la coltivazione della canna fu introdotta nel 15º secolo dagli Spagnoli nelle isole Canarie

Mentre i Portoghesi la portarono a Madera.
Dopo la scoperta dell’America, la coltivazione della canna e l’arte di fare lo zucchero furono estese da diverse nazioni europee. Con grande successo nelle Antille ed in Brasile.

Si pensa dunque che la canna sia stata portata dagli europei in America e che non vi fosse già presente. Ma ci sono buoni motivi per ritenere che questa opinione non sia corretta e che la canna fosse già coltivata dagli indigeni in alcune isole dei Caraibi e sul continente americano.
Padre Hennepin dice “da trenta leghe sotto Maroa fino al mare le rive del Mississippi sono piene di canne”.

Francis Ximenes sostiene che la canna cresceva spontanea vicino al Rio della Plata

John de Laet la menziona come indigena nell’isola di S. Vincent.
Senz’altro fu trovata nel Pacifico nelle isole della Società, isola di Pasqua e alle Hawai.

Dove i nativi conoscevano bene il succo di canna anche se non sapevano fare lo zucchero. La canna di Tahiti portata nelle Antille diede una resa in zucchero molto superiore a quella delle canne precedentemente coltivate.

Dimostrando che non erano specie diverse, ma che il cambiamento di clima e di terreno ne miglioravano molto la qualità.

Sir John Laforet che portò alcune canne Tahitiane e Indiane ad Antigua così descrive la sua esperienza

“C’erano tre tipi di canna prese sulle coste di Malabar (India), a Tahiti e a Batavia (Indonesia). Le prime due avevano un aspetto molto simile. Erano più grandi di quelle coltivate ad Antigua, con gli internodi distanti 8-9 pollici ed una circonferenza di 6 pollici.

Il loro colore e quello delle loro foglie é diverso da quello delle nostre canne. Sono pronte per la raccolta in 10 mesi. Sopportano il clima secco meglio delle altre e non sono attaccate da un insetto detto “borer”.

Quelle di Batavia hanno un fusto color porpora

Internodi corti, circonferenza piccola, ma danno tantissimi getti che crescono molto rapidamente. Circa in un terzo del tempo necessario alle nostre piante”.

Grande produttrice di zucchero, tra le colonie inglesi, divenne la Giamaica. Scoperta da Colombo nel suo secondo viaggio nel 1494, colonizzata dagli Spagnoli nel 1509 e presa dagli Inglesi nel 1656.

La coltivazione della canna vi fu introdotta nel 1660 dal governatore Sir Thomas Modiford da Barbados

Dove lo zucchero si produceva già da qualche anno.

Ligon, nella sua storia di Barbados, narra: “Quando arrivammo sull’isola, nel settembre 1647, constatammo che la produzione dello zucchero era solo agli inizi.

Alcune piante di canna erano state portate dal Brasile e moltiplicate sul luogo fino ad averne una discreta quantità. Era stato costruito un piccolo “ingenio” per fare lo zucchero. Ma, dato che i coloni non conoscevano i segreti del lavoro, i risultati erano scarsi. Lo zucchero prodotto era così umido e pieno di melassa da non meritare di essere portato in Inghilterra.

Con nuovi suggerimenti dal Brasile, consigli di stranieri di passaggio e viaggi fatti dagli abitanti di Barbados in altri paesi per imparare l’arte di fare lo zucchero, la produzione migliorò molto.

Quando ripartimmo, nel 1650

Avevano imparato a raccogliere le canne a piena maturazione, cioè a 15 mesi, e a raffinare lo zucchero fino a ottenerlo bianco; ma non eccellente come quello del Brasile.

Perché la fabbricazione dello zucchero é un processo complicato che richiede la conoscenza di qualche nozione di chimica. Ma, soprattutto, una grande esperienza pratica”.

Nelle colonie Inglesi la lavorazione finiva con la separazione delle melasse

Cioè delle sostanze zuccherine che non cristallizzano, e lo zucchero grezzo veniva spedito alle raffinerie in Inghilterra.

Venezia, che era stata a lungo il principale centro di raffinazione dello zucchero prima della scoperta dell’America, fu soppiantata nel 16º secolo da Antwerp. In Olanda.

Successivamente da Londra dove, nel 1544, furono costruite le prime raffinerie.
Nelle colonie Francesi, Spagnole e Portoghesi lo zucchero veniva raffinato sul posto.

Le melasse, colate dai pani di zucchero, insieme con le scorie della lavorazione venivano fatte fermentare e distillate per produrre il Rum.

La quantità di Rum ottenuto in proporzione allo zucchero variava moltissimo secondo le stagioni e la lavorazione seguita, ma la proporzione che normalmente si ottiene é di 5-6 galloni di Rum per un hundred-weight di zucchero.

La coltivazione della canna e la fabbricazione dello zucchero e del rum divennero presto l’attività principale di molte isole delle grandi e piccole Antille ed i proprietari delle piantagioni su isole come Barbados, Giamaica, Guadalupe, Haiti e Cuba accumulavano enormi fortune che permettevano loro di vivere nel lusso a Parigi, Londra e Copenaghen. Era l’unica ricchezza ed è ancora oggi il principale prodotto delle isole, ma le cose sono cambiate.
“Sono stati i chimici tedeschi a uccidere l’industria dello zucchero di canna”, scrive Michener.

Verso la metà del XVIII secolo lo zucchero era divenuto un genere di consumo indispensabile

Quegli stessi chimici scoprirono che, se è vero che si può ricavare ottimo zucchero dalla canna, se ne può ricavare di ancora migliore, con assai meno fatica.

Anche se a costi elevati, dalle barbabietole.

L’estrazione dello zucchero dalle barbabietole ebbe gran sviluppo nell’Europa napoleonica, durante il blocco continentale

Gli interessi coinvolti giustificarono l’applicazione di misure protezionistiche a favore della nuova coltura. Con grave danno per l’economia dei paesi produttivi di zucchero di canna.

Ora la coltivazione della canna è in parte meccanizzata

Soprattutto negli U.S.A. e nelle nuove zone produttrici del Brasile, e lo zucchero viene estratto e raffinato in moderni zuccherifici.

Tuttavia, esistono ancora in centro e Sud America dei “Trapiche” che lavorano la canna con sistemi tradizionali.

I motori diesel hanno sostituito i buoi. Ma il procedimento seguito non è molto diverso da quello usato tre secoli fa.
Il prodotto ottenuto è detto “dulce de cana” o “tapa de dulce” o “panela”.

Ernesta e Pasquale Pallotti

*Pasquale Pallotti e la moglie Ernesta hanno dedicato una vita alle piantagioni di caffè prima in Africa e poi in America Latina. Oggi è attivo in Costa Rica nella produzione, lavorazione ed esportazione di caffè di alta qualità.

Pasquale Pallotti è anche autore del libro “Il caffè Produzione” (Blu Edizioni s.r.l.). Una guida esauriente e ricca di illustrazioni, tabelle e fotografie, Per chi vuole conoscere il lavoro che si svolge nei paesi tropicali di produzione per giungere alla tazza di caffè. La storia del caffè come bevanda.

La descrizione botanica della pianta del caffè; l’ ambiente in cui vive, le tecniche d’ impianto; le cure agronomiche della piantagione.

La raccolta e la lavorazione delle ciliegie per preparare il caffè verde, crudo o mercantile destinato all’ esportazione. Le caratteristiche del caffè verde. Ancora, i sistemi di classificazione di alcuni importanti paesi di produzione. Dati statistici sulla produzione, esportazione, mercato e consumo del caffè nel mondo negli ultimi anni.

Info: pallotti44@gmail.com

I titoli delle notizie di ieri su Comunicaffè International

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mondo del caffè

MILANO – Come ormai siamo abituati a fare, rendiamo disponibile il sommario delle notizie già pubblicate sul portale internazionale. Per rispondere in costante aggiornamento alla domanda: cosa è successo nel settore caffè?

Sommario dei titoli pubblicati

La risposta è subito fornita dalla redazione di Comunicaffè, che resta sempre informato sull’intera filiera. Quotidianamente restituisce agli operatori e agli appassionati, un panorama dettagliato delle ultime novità.

Il sommario dei titoli inizia con una notizia direttamente dall’estero

MICE 2013 – Annunciati i vincitori degli Australian International Coffee Awards 2013
INDIA – Tata Coffee prevede una crescita del 30% della propria produzione di arabica
GLOBAL – Nespresso aggiunge tre varianti sul tema alla sua collezione di Grand Cru
USA – On line il nuovo sito di S&D Coffee & Tea
USA – Prove di ripresa al Nra Show 2013 di Chicago

Si continua con una visione globale

Global– Dukin’ Donuts pubblica il secondo report di Csr
AFRICA – Starbucks rilancia il caffè del Malawi
SOSTENIBILITA’ – Il caffè “bird friendly” sbarca sugli scaffali della grande distribuzione
CINA – Associazione dello Yunnan chiede dazi zero sui commerci di caffè in area Asean
FILIPPINE – Il caffè aumenta i guadagni dei produttori di noci di cocco

Il sommario ha spaziato da oriente a occidente

Una lettura veloce dei titoli possono aver dato un assaggio ai lettori di come si sia evoluto il settore. Per essere ancora più aggiornati, basterà approfondire gli articoli.

LAVAZZA – Cuochi in vetrina nel Calendario 2014

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MILANO – Inspiring Chefs è il titolo della ventiduesima edizione del Calendario Lavazza, un riferimento dʼeccellenza per gli amanti della fotografia dʼautore e che, con il celebre ritrattista Martin Schoeller, scelto per questa edizione, punta dritto al cuore del proprio mondo e rende protagonisti gli chef, coloro che fanno dellʼispirazione in cucina il proprio mantra.

Conclusa venerdì, a Firenze, Pausa caffè – Come sono andate le competizioni

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pausa caffè

FIRENZE – Il campione italiano di Cup Tasters (assaggiatori di caffè) è Cinzia Linardi di Trieste per il secondo anno consecutivo. Il verdetto è stato decretato a Firenze durante la seconda edizione del festival Pausa Caffè.

Pausa Caffè. La Manifestazione dedicata interamente alla bevanda

La vincitrice del trofeo rappresenterà l’Italia al World Cup Tasters Championship (campionato mondiale di assaggiatori di caffè) che si terra’ a Nizza, in Francia. Dal 26 al 28 giugno.

Cinzia Linardi, 37 anni

Lavora da cinque anni nel suo bar La Chichera Cafe’ (in dialetto trentino vuol dire la tazzina di caffè) a Mori in provincia di Trento. Alle finali hanno partecipato 12 assaggiatori. A classificarsi secondo e terzo sono stati due due toscani: Alberto Cocci di Monsummano Terme e Simone Guidi di Firenze.

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Il podio della gara di Cup tasters disputata nell’ambito di Pausa Caffè: al centro la vicnitrice Cinzia Linardi,  sinistra Simone Guidi 3° a destra Alberto Cocci 2°

A Pausa Caffè è stato proclamato anche il vincitore della 2° edizione di ‘Latte Challenge’

La sfida di latte art (decorazioni di cappuccini). Su 12 concorrenti, provenienti da tutta Italia, si è aggiudicato il podio Francesco Masciullo (a destra nella fotografia in alto), anni 21.

Salentino di nascita ma fiorentino d’adozione, barman presso il locale ‘Volume’ di Piazza Santo Spirito.

È stato giudicato da una giura di esperti del settore, capitanata da Andrea Antonelli. Campione italiano di Latte Art dal 2008 al 2011, in base alla tecnica nella preparazione di cappuccini, al gusto, alla temperatura e al disegno sulla crema di latte. Francesco ha vinto con un ‘tulip reverse’ (tulipano). Al secondo posto Martina Tiseo (Firenze) e Giacomo Vannelli (Cortona).

Antonio Quarta, sulla moda del caffè scontato e la situazione al Sud

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antonio quarta

MILANO – Antonio Quarta, presidente dei torrefattori italiani, interviene sulla moda del caffè scontato che è approdata anche al Sud.

Antonio Quarta contro l’iniziativa

Secondo Quarta il basso prezzo non paga sul lungo periodo. Perché incide pesantemente sulla gestione del locale che ricava oltre un terzo dei suoi utili dalla vendita dell’espresso.

Sulla situazione del caffè al Sud

Quarta ricorda che 2/3 dei 550 torrefattori italiani ha la sua sede al centro-sud. Quindi c’è una grande concorrenza che favorisce la qualità del prodotto.

Punto di forza dei torrefattori locali, nei confronti dei colossi, a cominciare dal leader di mercato Lavazza, è quella di puntare sulla freschezza del prodotto. Fornito agli esercizi pubblici e al commercio al dettaglio.