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Antonio Schiavon: “Starbucks? Straordinariamente espresso”

antonio schiavon macap

Antonio Schiavon (a sinistra nella FOTO) ha inviato un intervento in risposta all’opinione di Cristiano Boschi su Starbucks uscito prima di Natale con il titolo“Starbucks basta giochetti, se entrate ditelo subito (e fatelo in grande stile)”.
Ve lo proponiamo.

di Antonio Schiavon

Non ho letto con troppa attenzione l’intervento di Boschi.

Ho trovato una strana affinità col caffè all’americana: era fastidiosamente annacquato.

Mi è sembrato quantomeno ansiogeno: Starbucks arriverà in Italia quando lo riterrà opportuno.

Ricordiamoci tutti che nella fase iniziale Starbucks utilizzava macchine espresso tradizionali e di qualità superiore a quelle che si trovano nella stragrande maggioranza dei bar italici.

Anche i macinacaffè erano prodotti in Italia (è la ragione per cui ho conosciuto direttamente Starbucks e ne sono stato, comunque, impressionato) e un caffè che, per quanto tostato in modo “intenso” certamente è qualitativamente non spregevole.

Starbucks ha avuto una funzione pionieristica nella diffusione dell’espresso arrivando dove pochi italiani erano arrivati: al cuore dell’Impero.

Quindi perchè Howard Schultz aspetta? Vorrei immaginarlo, ricorrendo all’immagine proposta da Sant’Agostino intento a “preparare l’inferno per i curiosi”, a tostare anzitempo i “concorrenti”. Starbucks non ha, comunque, caratteristiche divine e neppure malefiche.

E’ una realtà straordinaria che merita di essere conosciuta senza avversione pregiudiziale.

Non appartiene alla “dark side”: è parte costitutiva del mondo del caffè e tutti gli operatori prima di coltivare una inspiegabile quanto rancorosa inquietudine dovrebbero chiedersi se hanno mai messo “il loro cuore” nel lavoro.

Certo è una frase infantile, degna del bamboccione che alberga in ogni americano, ci verrebbe da dire, a noi colti europei e a noi italiani in primis che di caffè ne capiamo in virtù del luogo di nascita. Spresso solo in virtù di questo.

Ma è veramente così?

Io ne dubito seriamente.

Il riferimento al cuore e alla passione è un richiamo proprio ad un testo di Schultz: dopotutto Starbucks è una realtà cresciuta “one cup at a time”.

Boschi può stemperare la trepidante attesa leggendo la vasta, e spesso notevole, bibliografia sul gigante della Rainy City.

Consiglio “The Starbucks experience” di Michelli, che ha il pregevole sottotitolo “turning the ordinary into extraordinary”.

E’ proprio questa semplicità del quotidiano che si trasforma in “straordinariamente espresso” quello che manca al mondo del caffè italiano.

Stiamo sereni, come direbbe il nostro giovanilistico premier: l’arrivo di Starbucks potrà essere solamente positivo: il panorama del caffè italiano non può certo peggiorare poi molto…

Per ora lasciamo che i curiosi, e i giornalisti sono esperti manipolatori della curiosità, si tostino ancora un poco.

Antonio Schiavon