domenica 30 Novembre 2025
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Gli auguri che gli italiani vorrebbero ricevere a Natale: 7 su 10 vorrebbero una vita senza stress

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Le speranze degli italiani per Natale (immagine concessa)

MILANO – Basta con i tradizionali “auguri a te e famiglia”. Ciò che gli italiani vorrebbero davvero augurarsi a Natale è una vita senza stress ed ansia (71%), prospettive lavorative migliori e stabili (59%), la serenità di vivere in un mondo all’insegna della pace (66%) e la salute per sé stessi e i propri cari (62%).

L’anno sta volgendo al termine e in un periodo in cui le sfide globali mettono a dura prova la nostra società, emerge dunque una profonda necessità di ritornare ai valori fondamentali e alle priorità più preziose.

Gli italiani, infatti, sono sempre più in affanno e la condizione di precarietà si ripercuote anche sui buoni auspici che si augurano a Natale spingendo a riflettere su ciò che è veramente significativo.

L’indagine Baci Perugina promossa per Natale

È quanto emerge da un’indagine promossa da Baci Perugina condotta da metodologia SWOA (Social Web Opinion Analysis) su un campione di 1200 utenti web e attraverso un monitoraggio dei principali social network, forum, blog e community nazionali.

Quest’anno Baci Perugina, in occasione del Natale, ha infatti lanciato le nuove confezioni natalizie e la festive edition gusto Amaretto che, per la prima volta, non conterranno cartigli con frasi d’autore, bensì messaggi di auguri e buon auspicio.

Ecco perché Baci ha indagato su questo tema, rivelando che dopo gli auguri di buon compleanno (25%) i più attesi dagli italiani sono proprio quelli di Natale (22%), seguiti da matrimonio (16%), Capodanno (14%), laurea (10%), e Pasqua (9%). Il Natale è infatti da sempre un periodo speciale, capace di portare serenità e magia e di far rallentare quanto basta per riflettere sulle cose che veramente contano nella vita.

Il 64% degli intervistati, infatti, attende il periodo natalizio poiché è un momento di pausa dove alcuni gesti ricevono maggiore attenzione. Ma non solo, c’è anche chi lo definisce “il periodo preferito dell’anno” (56%) o chi lo accosta ad un’atmosfera ideale per i buoni sentimenti (49%) e per sentire persone solitamente distanti (44%).

Cosa sicuramente non può mancare a Natale, dopo i regali, sono le frasi d’augurio e buon auspicio, che gli italiani scrivono principalmente utilizzando frasi standard (25%), in modo personalizzato (24%), con citazioni d’autore (21%) oppure scegliendo versi di canzoni (18%).

Ma in un momento storico sempre più frenetico e convulso – in cui tutto ciò che si vive è anche online – non sorprende, inoltre, che per scrivere i propri biglietti d’auguri il 29% attinga da internet, il 26% dai social, il 22% dai libri seguito da una percentuale che seppur minore stupisce: il 17% chiede di scriverli direttamente all’intelligenza artificiale (ChatGPT).

Ma non solo, prima ancora dei classici cartoncini scritti a mano che accompagnano i regali ad amici e parenti (26%), gli italiani preferiscono inviare i propri auguri di Natale tramite Whatsapp (32%). A seguire, poi, i tradizionali auguri fatti a voce nel giorno di Natale o alla Vigilia (21%) e quelli scritti per e-mail a clienti e colleghi nei giorni che precedono le festività (14%).

Non ci sono dubbi, invece, sulle persone da cui gli italiani preferirebbero ricevere gli auguri: al primo posto il partner (30%), seguiti da genitori (27%), amici (22%) e infine parenti (15%). Diverso è il periodo in cui si preferisce fare i propri auguri, dove gli intervistati si dividono a metà tra chi li manda durante la mattina di Natale (32%) – o nel corso della giornata – e chi invece la vigilia (31%), senza contare chi li invia le settimane precedenti per condividere gli auguri con colleghi, clienti e amici prima della chiusura (11%).

Infine, per accompagnare un messaggio di auguri, gli italiani optano maggiormente per un regalo personalizzato (26%), seguito dal tradizionale cesto natalizio (23%) – in cui potersi sbizzarrire tra cibi tipici locali, vini, panettoni o scatole di cioccolatini – gioielli (17%), giochi (14%) e infine anche le piante (13%).

Ma in un periodo di incertezze, frenesia e instabilità sociale ed economica, quali sono gli auguri che gli italiani vorrebbero fare a sé stessi sotto il periodo di Natale? Baci Perugina lo ha domandato a 1200 utenti web, stilando la top ten degli auguri più desiderati.
In cima alla classifica, gli italiani, più di tutto, esprimono il desiderio di una vita senza stress ed ansia (71%).

Sette intervistati su 10 vorrebbero, infatti, riuscire a bilanciare lavoro e vita privata, spesso troppo frenetica e con poco tempo a disposizione. Ma non solo, le continue notizie di cronaca hanno scosso la coscienza globale, ricordando quanto sia fondamentale promuovere la pace e la stabilità, soprattutto in un periodo come il Natale: ecco perché al secondo posto tra gli auguri che gli italiani vorrebbero fare a sé stessi e alle persone care c’è il desiderio di trovare serenità e vivere in un mondo all’insegna della pace (66%). Al terzo posto invece, complici le sfide sanitarie degli ultimi anni e la ricerca di benessere personale, c’è l’augurio di salute per sé stessi e i propri cari (62%).

Al di là del grande desiderio di pace, serenità e salute, però, i conflitti dell’ultimo periodo hanno portato ad incertezze e precarietà anche nel mondo del lavoro. Per questo, nella top 5 degli auguri, quasi 6 italiani su 10 si augurano di trovare un lavoro stabile (59%) e di raggiungere un rapido successo lavorativo (48%).

Accanto ai desideri più concreti e in un’epoca in cui la connessione umana può sembrare fugace e frammentata, c’è anche un’ambizione più profonda e personale: al sesto e settimo posto gli italiani augurano di poter trovare l’anima gemella (55%) e avere le persone care sempre vicino (51%).

Infine, nonostante le incognite del periodo attuale, i desideri degli italiani a fine classica rivelano una determinazione e coraggio nel voler sfidare la situazione e cambiare vita (41%) e nel voler reinventarsi per affrontare le difficoltà (45%).

A chiudere la top ten, finalmente, emerge il desiderio di viaggiare e conoscere il mondo (37%), sintomatico di una ricerca di leggerezza, spensieratezza e quasi “estraniazione” dal presente da parte degli intervistati.

In questo periodo di festività natalizie, dunque, gli italiani condividono i loro desideri più profondi abbracciando quei valori fondamentali e quelle aspirazioni concrete che delineano in modo realistico il quadro della società moderna.

Ecco la top ten:

1. una vita senza stress e ansia
2. serenità e di vivere in un mondo all’insegna della pace
3. la salute per me e la mia famiglia
4. trovare un lavoro stabile
5. trovare l’anima gemella
6. avere le persone care sempre vicino
7. essere realizzato/a nel lavoro
8. saper affrontare sempre le sfide che la vita mette davanti
9. trovare il coraggio per cambiare vita
10. poter viaggiare e conoscere il mondo

Segafredo rilancia i packaging delle miscele per l’horeca con ATC

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Segafredo rivoluziona con ATC – All Things Communicate i packaging delle proprie linee di miscele (immagine concessa)

BOLOGNA – Segafredo ha scelto ATC – All Things Communicate per un progetto ambizioso e affascinante: il rilancio del packaging destinato al canale horeca. Il cuore di questa rivoluzione è il redesign completo delle due linee di prodotto Classici e Premium, in cui la volontà di stabilire una forte coerenza interna è stata bilanciata dall’altrettanto importante necessità di dare a ogni singola miscela una specifica riconoscibilità individuale.

Segafredo sceglie ATC – All Things Communicate

Per la linea Premium, il risultato è un’architettura costruita su un mix seducente di finiture preziose e grafica rigorosa, un vero e proprio “abito da sera” che assegna ad ogni referenza una tonalità di colore ricercata e distinta, e trova nella firma di Massimo Zanetti il gesto che suggella l’immagine dei caffè più pregiati di Segafredo.

Il design della linea Classici è imperniato invece sul ruolo centrale e distintivo dell’iconica lettera S del logo Segafredo: una scelta grafica e di comunicazione che riflette la volontà di valorizzare la riconoscibilità, la storia e il prestigio del marchio. Anche in questo caso, sono i colori a dettare la scansione delle diverse referenze all’interno della range.

La scelta di premiare la continuità grafica all’interno delle linee riflette la determinazione a posizionare fortemente Segafredo in quanto marca capace di offrire ai professionisti del canale horeca un portfolio di prodotti vasto e differenziato, ma sempre garantito dalla storia e dalla competenza di un brand storico in Italia.

Questa impostazione, espressa con colori e finiture raffinati, consente anche di trasformare le linee Classici e Premium in veri e propri elementi d’arredo da esporre sugli scaffali di un bar o di una pasticceria, in una relazione di valorizzazione reciproca tra Segafredo e i suoi clienti.

Nel video ideato e realizzato da ATC per lo scenario globale dell’horeca, il repackaging è stato inserito in un contesto più ampio, vissuto come un nuovo importante capitolo di una grande storia: la storia di Segafredo Zanetti.

Con uno storytelling d’impatto supportato da super e voice over emozionali e dalla regia dinamica di Francesca Moscheni, viene raccontata l’evoluzione del marchio attraverso i suoi valori, gli oggetti iconici, le figure chiave e i canali di vendita in cui il nome Segafredo ha saputo fare la differenza ieri e oggi. Un crescendo narrativo che culmina con la spettacolare presentazione dei nuovi pack, realmente “rivoluzionari” nel capitalizzare la riconoscibilità della gamma.

Nella clip, realizzata in 3 differenti cut in italiano e inglese e girata in prevalenza all’interno di locali storici milanesi, si intrecciano le vite dei clienti e dei professionisti Segafredo in contesti differenti: dal bar al ristorante, dalla pasticceria agli hotel.

Ciò che emerge costantemente con forza è la scelta e la lavorazione del miglior caffè e la capacità di Segafredo di rivelarsi in ogni occasione il partner ideale al fianco del trade, come sottolineato dal claim finale: “Sempre più vicini a te.”

Ferrero interessata all’acquisizione dell’azienda di biscotti francese Michel et Augustin da Danone

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Il logo della Ferrero

La multinazionale di Alba intende dare il via ad una nuova acquisizione all’estero tramite la sua holding belga Cth invest, per mezzo di una negoziazione con Danone, al fine di comprare il brand di biscotti francese Michel et Agustin. Ferrero continua perciò la sua linea d’acquisti dall’estero di quest’anno cominciata con l’acquisizione della fabbrica della barrette Nutrisun dalla Germania. Leggiamo di seguito la prima parte dell’articolo pubblicato sul portale Distribuzione Moderna.

La negoziazione di Ferrero per Michel et Agustin

ALBA (Cuneo) – Ennesimo deal internazionale per Ferrero, che, attraverso la sua holding belga, Cth invest, ha dato il via a una negoziazione esclusiva per aggiudicarsi, da gruppo Danone, Michel et Agustin. L’azienda, con sede a Issy-les-Moulineaux, vicino a Parigi, è nata nel 2004 su iniziativa di Augustin Paluel-Marmont e Michel de Rovira. Opera nei biscotti salati per aperitivi, nella biscotteria dolce, nei dessert e negli yogurt. Il fatturato ammontava, nel 2021 (ultimo dato disponibile) a 43,4 milioni di euro.

È entrata nell’orbita di Danone in due mosse: al 40% nel 2016 e al cento per cento nel 2020.

I prodotti Michel et Agustin sono venduti principalmente in Francia e in altri 6 mercati, fra i quali il regno belga, la Svizzera, la Gran Bretagna e la Germania.

“L’operazione – si legge in una nota – sarà sottoposta alla consultazione degli organi di rappresentanza dei dipendenti e si prevede che si concluderà nei prossimi mesi”.

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Taylor Sheridan, creatore della serie tv Yellowstone, fa causa al brand di caffè dell’attore Cole Hauser per il furto del logo

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Il logo Bosque Ranch, brand di Taylor Sheridan

Taylor Sheridan, creatore della serie tv di successo Yellowstone, ha fatto causa al brand di caffè di Cole Hauser, suo collega attore, con l’accusa di avergli rubato il logo del Bosque Ranch, la linea di miscele dello stesso Sheridan. Secondo i documenti del tribunale ottenuti da People, la causa accusa Free Rein di “violazione del marchio, concorrenza sleale e falsa pubblicità”. Leggiamo di seguito la prima parte dell’articolo pubblicato sul portale Cinema e Serie Tv.

La disputa legale delle star di Yellowstone sui brand di caffè

MILANO – Taylor Sheridan, creatore di Yellowstone, ha fatto causa al brand di caffè lanciato da Cole Hauser, suo collega attore nella serie, sostenendo che abbia rubato il logo del Bosque Ranch, il caffé di Sheridan. Nel mondo di Yellowstone le faide non sono solo nel ranch.

Il logo Free Rein, brand di Cole Hauser

Secondo i documenti del tribunale ottenuti da People, la causa accusa Free Rein di “violazione del marchio, concorrenza sleale e falsa pubblicità”. Un punto di scontro riguarda i loghi delle due aziende, entrambi disegnati sullo stile di un marchio a fuoco con lettere intrecciate.

“Né Hauser né gli imputati hanno chiesto o ricevuto il permesso o l’autorizzazione da Sheridan o Bosque Ranch per utilizzare un marchio simile a quello BR per prodotti praticamente identici“, si legge nella denuncia. Entrambi gli uomini sono relativamente nuovi nel settore del caffè.

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Solbiati Cioccolato apre il primo store monomarca a Brescia

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Il negozio monomarca a Brescia (immagine concessa)

BRESCIA – La maître chocolatier Simona Solbiati ha inaugurato venerdì 1 dicembre 2023 a Brescia il suo primo monomarca Solbiati, la rinomata cioccolateria artigianale milanese.
“Credo in questo territorio e amo la città e il suo centro storico” racconta Simona parlando di questa nuova avventura nel segno della dolcezza e della creatività.

La Boutique del cioccolato

Una vera e propria Boutique del cioccolato, un luogo di delizie per gli occhi e di piacere per la gola, raffinato ed essenziale, in cui trovare un prodotto di altissima qualità e una vasta selezione di cioccolati, praline e piccole opere d’arte interamente lavorate a mano, tutte da gustare.

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L’interno del negozio (immagine concessa)

Una location dal design elegante e minimal caratterizzata da soffitti a volta e una grande vetrina affacciata sul un luogo storico del centro cittadino, Corsia del Gambero.

La scelta delle cromie, un ampio banco espositivo progettato e realizzato su misura da Tecnoarredamenti e un uso sapiente di volumi e luci, permettono di far risaltare le caratteristiche e i dettagli dei prodotti esposti.

Indirizzo: Corsia del Gambero, 10 Brescia

Orario apertura: Lunedì/sabato 10.00/14.30 – 15.30/19.00 – Aperto tutte le domeniche di dicembre.

Per un Natale solidale

Il Natale è forse il momento di massima espressione per la creatività e la maestria della maître chocolatier che ogni anno disegna ed elabora una ricca collezione di soggetti natalizi: slitte, trenini, alberelli di Natale di varie forme e dimensioni, renne, orsetti ed elfi.

In occasione della nuova apertura e per rendere questa festività davvero speciale e solidale Simona Solbiati ha creato e messo in vendita in esclusiva nello store di Brescia una speciale Christmas Box di palline di cioccolato il cui ricavato andrà a sostegno della fondazione bresciana Carolina Zani Melanoma Foundation.

La Christmas Box di palline di cioccolato (immagine concessa)

Nata all’inizio del 2021 in memoria di Carolina, scomparsa prematuramente nel 2017 a causa del melanoma, la fondazione ha come obbiettivo quello di sostenere chi combatte in prima linea contro il melanoma, attraverso attività di prevenzione, ricerca, cura e sostegno a malati e famiglie. Presenti all’inaugurazione Enrico Zampedri e Patrizia Ondelli, presidente e fondatrice della fondazione.

La storia di Simona Solbiati

Simona Solbiati è una creatrice, un architetto del cioccolato, tra le sue mani, piccole e raffinate, il cioccolato è come creta che lei lavora e plasma dando vita a creazioni dall’aspetto particolare anche grazie ai suoi studi d’architettura che l’hanno indotta a cercare sempre la perfezione e l’armonia delle forme.

“Non avrei mai pensato che i miei studi mi avrebbero aiutato a creare dolci” dichiara Simona “ma anche quando si lavora il cioccolato bisogna confrontarsi con forma, volume, composizione, proporzioni, colori e texture in modo corretto. La giusta combinazione di tutti questi fattori mi permette di dar vita a creazioni ben equilibrate”.

Il laboratorio milanese

Un piccolo spazio artigianale aperto nel 2009 nel cuore di Milano. E’ qui che la maître chocolatier, con l’aiuto di due collaboratori, studia e calibra tutti gli ingredienti con precisione scientifica, dando forma ad architetture golose, pezzi unici, capaci di stimolare sensorialmente tutti i cinque sensi.

La cioccolata dei Medici: la storia del cacao dal Codice Fiorentino del 1577

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La produzione di cioccolato (Pixabay License)

Dagli Aztechi all’Europa: alla Biblioteca Laurenziana è tracciata la storia del cacao a partire dal Codice Fiorentino, anche nota come Historia general de las cosas de Nueva España, enciclopedia delle tradizioni dei nativi americani. La cioccolata era una bevanda considerata peccaminosa ma alcuni esponenti della medicina la riconobbero in poco tempo come un rimedio naturale per trattare numerose malattie di cuore e fegato. Leggiamo di seguito la prima parte dell’articolo di Donatella Lippi per Il Corriere della Sera.

La storia della cioccolata

MILANO – “Un grande vascello indigeno con venticinque rematori venne al nostro cospetto, il loro capo riparato sotto una tettoia ci offrì tessuti, begli oggetti di rame e mandorle, che fungono da moneta e con le quali preparano una bevanda”. Così scriveva Cristoforo Colombo il 30 luglio 1502 da Guanaja, isola dei Caraibi.

Quelle mandorle erano le fave del cacao, il prezioso contenuto delle cabosse, da cui si ricavava una bevanda, a cui si aggiungeva mais macinato, acqua, peperoncino.

Al cacao, che Linneo chiamò “cibo degli dèi”, è dedicata la mostra in Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze, Cacao entre dos mundos, che ripercorre la storia del suo arrivo nella vecchia Europa (fino al 2 febbraio 2024).

Una delle fonti primarie per ricostruire questo percorso è la Historia general de las cosas de Nueva España, nota come Codice Fiorentino (1577), redatta dal frate francescano Bernardino de Sahagún, che, in lingua nahuatl, descrisse nei 12 volumi di quest’opera enciclopedica, riccamente illustrata, gli usi e i costumi, la vita, la cultura delle popolazioni native.

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Come riconoscere un buon tè? Basta fare pratica di cupping con Teatips e Mumac Academy

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I corsi online teatips (foto concessa) tè
I corsi online teatips (foto concessa)

MILANO – Il tè da scoprire con la pratica, in compagnia ancora una volta (la prima è stata qui) dell’esperta Elisa Moratello, fondatrice di Teatips, per il secondo livello del corso “Come riconoscere un buon tè”, organizzato insieme a Mumac Academy di Cimbali Group. Appassionati, astemi da caffè, naturopati, curiosi, professionisti del chicco, tutti collegati online per acquisire un metodo per approcciarsi a questa materia più consapevolmente.

Tra le mani dei corsisti, 4 tè: un oolong, un verde, un nero e uno non classificato.

Teatips: obiettivo, diventare dei mini tea taster

In appena due ore e mezza, come sarà possibile?

Il primo step è l’esser muniti di un set da cupping: il kit arrivato nelle case dei corsisti è dotato di una cup con coperchio e seghetta sul bordo.

Questo è lo strumento che permette di infondere il tè: quando è il momento, si dovrà versare il contenuto in una seconda ciotola, capovolgendo la cup, incastrandola nella ciotola, dove farà colare il liquore attraverso i dentini – per i primi tentativi, il consiglio è quello di tenere lontano e al sicuro oggetti elettronici -.

La parte aromatica potrà esser apprezzata nella cup, mentre il liquore nell’altro contenitore. Nell’analisi, è sufficiente valutare tre parametri: l’aspetto delle foglie, l’aroma, il sapore e la modalità di lavorazione per individuare pregi e difetti.

Ma che cosa influisce davvero sulla qualità di questi elementi?

La cultivar (la varietà botanica della pianta che, quando indicata, può aiutare a comprendere meglio la tracciabilità), la varietà e il terroir.

Per esempio, ad Alishan, in Taiwan, le piante del tè crescono spesso in alta montagna, con una resa molto diversa da quelle dell’India e dell’Africa che crescono nelle coltivazioni pianeggianti, a contatto con la luce diretta che fa accumulare meno clorofilla nella pianta ma fa sviluppare anche più polifenoli, con un risultato tendente all’amarognolo e all’astringente.

Oltre al fattore ambientale, entra in gioco la lavorazione delle foglie: l’aspetto è determinato dal produttore stesso, che decide di attribuire una forma specifica.

Da un buon tè in foglia generalmente ci si aspetta di trovare una grandezza uniforme, dei colori omogenei e accesi, pochi rametti.

Al contrario, in un tè cattivo si troveranno foglie arrossate, strappate o bucate (per via di una lavorazione svolta con una forte umidità o non controllata), molti rametti, polvere. Infine, se il tè è stato conservato in maniera scorretta, a volte si presenta più spento.

L’altitudine è un altro elemento che impatta molto, anche a causa del sole che raggiunge o meno le colture. Il tè verde Gyokuro ad esempio, si sviluppa all’ombra, e risulta così molto più dolce.

La pratica: bagnate le foglie e liberate dal liquido, si procede all’analisi

Dal kit inviato per il corso, si parte dal primo tè: un oolong taiwanese, il Baozhong. Pesati due grammi in 200ml d’acqua a 90 gradi per 2 minuti.

Si apre quindi la tazza, si versano le foglie bagnate sul coperchio ribaltato in modo da poter osservare le foglie, ora idratate e aperte.

Il colore si è intensificato da un verde smeraldo ad una tonalità più mimetica. In questo caso è possibile individuare dei dettagli interessanti, come le tracce di rosso sui bordi, caratteristica molto diffusa nei tè Oolong: questo è dovuto alla lavorazione che prevede una fase di rolling, la stessa che determina l’aromaticità fruttata-floreale e conferisce il rosso alle foglie.

Anche il tossing, lo scuotimento, distribuisce l’umidità all’interno della foglia e come risultato, il suo bordo si arrossa.

Segue l’assaggio con cucchiaio alla mano, introducendo l’aria per percepire nitidamente gli aromi del liquore del tè. In uno buono, la complessità armonica, sia aromatica che cromatica, è positiva. Anche la morbidezza delle foglie, è indice di una buona conservazione.

Per dare più contesto: Taiwan è un’isola molto ricca di tè di altissima qualità, ed è la casa di più di 26mila farm in cui si produce tè bianco, tè verde, oolong e nero. Gli stessi cinesi portano il proprio Pu-erh dallo Yunnan e lo stoccano a Taiwan proprio per approfittare della qualità dell’aria, qui più pulita.

Il focus sull’aroma: note fruttate, floreali, vegetali, dolci (da non confondere con i sapori)

Si passa all’Hojicha Asamiya Oyako, un tè verde che però si presenta alla vista marrone perché tostato (processo che determina anche la sua aromaticità e lo rende molto indicato per l’autunno-inverno). Viene ricavato dalle foglie (bancha) più grandi del tè, che si trovano nella parte più bassa della pianta, e sono quindi meno cariche di caffeina.

Questo lo rende anche molto amichevole rispetto alle temperature e si presta ad un’acqua che varia tra gli 85 e i 90 gradi.

Alla vista le sue foglie si presentano quasi frammentate – nei tè giapponesi esiste una fase di cottura per bloccare l’ossidazione, fatta a vapore – e con dei rametti: l’Hojicha in alcuni casi può trovarsi anche con questi elementi presenti.

Questo perché nascono dalla pianta matura del tè e derivano un po’ dalla rimanenza della foglia della pianta dopo la selezione per i tè verdi di livello più alto come il Sencha o il Gyokuro (non come quello che si trova in bustina in polvere).

Gli steli delle foglie e di quelle più grandi, trovano una nuova vita per i tè con basso livello di caffeina più adatti al consumo quotidiano, ad esempio nei menù dei ristoranti giapponesi, abbinati magari ai pasti (anche eventualmente per sgrassare dei piatti piuttosto pesanti).

Alla luce di questo, non viene fatta una selezione delle foglie così puntigliosa.

La tostatura invece, conferisce caratteristiche particolari a livello olfattivo e gustativo.
Infine, l’Hojicha esiste anche in versione polverizzata e viene utilizzato molto per la preparazione di ricette.

Saper individuare l’aroma è tanto importante quanto non così scontato e va a braccetto con l’aspetto delle foglie

Nel tè vogliamo che l’aroma sia presente in maniera armonica ed evidente, in modo che non suggerisca sentori negativi come plastica, cenere carta, o prodotti chimici.

Un punto che fa discutere è l’aroma di umidità: alcuni tè fermentati in realtà hanno una caratteristica che ricorda il sottobosco, ma non è esattamente di muffa. Quando vira verso il fungo, allora deriva dall’eccessiva presenza di umidità.

Gli altri aromi che esistono si incasellano sotto le categorie di vegetali, fruttati, floreali, nutty, dolce, speziato, empireumatico.

Gli aromi si possono annusare direttamente portando le foglie al naso, in un momento che preannuncia l’esperienza gustativa.

Oppure, si possono percepire attraverso un canale retro olfattivo, all’interno della bocca.

Gradazioni delle foglie per attribuire la qualità

Esistono diverse sigle che vengono utilizzate nella produzione dei tè neri e anche dei tè oolong: ci troviamo in una zona molto specifica, India, Sri Lanka e Africa, ovvero il contesto definibile come ex colonia britannica. In Cina ad esempio, le foglie non vengono valutate in questa maniera.

Questa indicazione è un riferimento all’aspetto, all’interezza, alla quantità di gemme, al livello di aromaticità. Quella che è quasi sempre presente è la Orange Pekoe (OP) per valutare la foglia intera. Poi c’è Tippy (T), per il tè ricco di gemme. Golden (G) è per i tè neri ed indica ulteriormente un grado ancora maggiore di gemme.

Flowery (F), segnala la foglia grande. Fannings o Dust e Broken, è la sigla presente per le foglie spezzettate come quelli che si trovano nei tè neri in bustina. Della stessa categoria fanno parte anche Dust and Fannings, per individuare i tè composti dagli scarti dalla lavorazione, quindi ridotti in polvere.

Finest e Super Finest, determinano un livello qualitativo maggiore. CTC, Cut, Tear, Curl, valuta il grado delle foglie lavorate dall’omonimo macchinario, che le taglia, le strappate e le arriccia, di solito usato per la produzione industriale e intensiva.

L’assaggio del Black Lotus, dal Vietnam

Il focus si sposta quindi sul sapore e sull’aroma del liquore, con l’analisi di un tè nero profumato ai fiori di loto (durante la lavorazione, le foglie raccolte, appassite, arrotolate, sono messi a contatto con i pistilli e i fiori di loto per diverse ore – sino a 10 con un cambio continuo dei fiori che devono essere freschi – che poi vengono filtrati e ne resta soltanto il profumo).

L’aroma agrumato si traduce nel sapore di dolcezza, con un’acidità di fondo, che poi evolve con l’abbassarsi della temperatura.

Una curiosità emerge dai corsisti: per il cupping del caffè si svolgono tre assaggi in tre tempi diversi.

Nel tè viene fatto allo stesso modo, in più momenti, per testare la resa del liquore con il calo della temperatura e avere così una valutazione completa. Il cupping inoltre viene fatto solitamente da una sola persona, per non avere interferenze per le impressioni di altri sullo stesso tè.

La conclusione nel blind tasting

Dei tè di cui si è stati dotati per il corso, una bustina conteneva una polvere misteriosa, di cui non si sapeva niente proprio per lasciare spazio ai partecipanti di mettere alla prova ciò che avevano imparato durante la lezione.

A prima vista si possono notare le foglie ridotte in polvere, che potrebbe essere siglate come Dusting, dal colore disomogeneo. In infusione, restituisce poco a livello olfattivo (con note di tabacco, fieno). In bocca, lascia le gengive ruvide.

Dopo aver affrontato con i sensi questo tè sconosciuto, l’insegnante ha svelato l’arcano: si tratta di un tè verde Sencha, di cui però non è indicata l’origine. Non si sa dunque se è stato prodotto in Giappone o in Cina (dove solitamente la selezione è meno accurata).

La sorpresa – che non era tanto sorpresa già in fase di assaggio -: è un tè commerciale, di quelli in bustina.

Esperimento riuscito: dopo l’assaggio di 3 tè di qualità, il quarto è risultato evidentemente distante dalla prime proposte. A dimostrazione che, una volta imparato e provato dei liquori di alto livello, la differenza è lampante anche per un consumatore dal palato non allenato.

Francesca Caon, la Maitre Chocolatier: “A 18 anni la prima competizione, ora ho creato un mio brand”

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Francesca Caon con il suo cioccolato tra le mani (foto concessa)
Francesca Caon con il suo cioccolato tra le mani (foto concessa)

MILANO – Francesca Caon è una giovanissima Maitre Chocolatier che ha iniziato a specializzarsi sul cioccolato appena diciottenne: dalla sua prima competizione, il suo percorso di crescita professionale è andato avanti arrivando anche alle origini del cacao e si è trasformato in un brand di prodotti di qualità e artigianali, Caon Chocolate.

Caon, la storia dietro molti professionisti del cioccolato come lei è legata al territorio piemontese e alla pasticceria: qual è stato il suo personale percorso per diventare Maitre Chocolatier?

“Effettivamente noi piemontesi abbiamo una storia molto lunga nel campo del cioccolato, che io stessa porto nelle mie radici. Siamo cresciuti con le più importanti cioccolaterie storiche di Torino e non solo, pensiamo a Ferrero di Alba: tutte queste hanno condizionato l’evoluzione del cioccolato artigianale e industriale dei nostri luoghi e non solo.

Infatti, la maggior parte dei dolci tradizionali della pasticceria italiana deriva sempre dalle ricette piemontesi. Sicuramente abbiamo alle spalle uno studio dell’arte dolciaria davvero importante.

Quando ho iniziato a studiarla non ne apprezzavo il reale valore e ora, con il senno di poi, guardando anche molte persone che si improvvisano, so che molte basi scientifiche e chimiche servono a completare la competenza dietro al professionista che crea i prodotti.

L’enciclopedia della pasticceria e della cioccolateria è vasta ed è necessario conoscerla per partire.

Importante è creare delle buone basi per poi specializzarsi: ho sempre fatto la pasticceria e poi sono stata spinta dalla mia docente verso il mondo delle gare di cioccolateria. A 18 anni ho fatto la mia prima competizione senza avere delle fondamenta ben salde.

Successivamente ho investito per approfondire la materia prima.

Purtroppo i costi per diventare Maitre Chocolatier sono elevati e il percorso di studi è particolarmente oneroso. Un corso può costare tra i 1000 e i 2000 euro. Da quando avevo 18 anni ne ho seguiti tanti e sono ancora all’inizio della scalata.

Anche la cioccolateria è in continua evoluzione e ciò che andava bene 10 anni fa non funziona più oggi. Bisogna aggiornarsi.”

Il Maitre chocolatier esattamente, cosa fa e cosa è necessario avere in termini di  competenze?

“Dev’essere non solo chi ti dice tutto sul mondo del cioccolato, riconoscere i suoi ingredienti principali, il temperaggio, il rifornimento della materia prima, ma sa anche offrire qualcosa che nell’industria non si può ottenere.

Deve prepararsi su tutta la filiera del cacao, che è qualcosa molto di nicchia. Altro aspetto fondamentale: esser competenti sul futuro e adottare un approccio diverso anche solo sul mondo del senza zucchero e della sostenibilità.

Anche la parte del digitale deve esser sviluppata: non sono tanti ad esser presenti su questo canale tra i miei colleghi più anziani.

Il suo potenziale era assolutamente sconosciuto prima di esser obbligati un po’ a studiarlo per la pandemia. La bottega fisica ancora vince nella mentalità di questo settore. Invece bisogna dare una chiave moderna: l’online è il futuro e si deve permettere di ordinare il proprio prodotto per arrivare nelle case.

Dentro il suo laboratorio (foto concessa)

Monto anche video in cui racconto e mostro la mia attività quotidiana, e questi sono diventati la mia bottega digitale. Sono io che comunico anche sui social direttamente con i miei clienti e così mantengo un rapporto diretto con loro.

Ovviamente non tralascio la parte fisica, partecipando agli eventi e alle manifestazioni. Ho un laboratorio ma non uno store: da una parte è un vantaggio perché ammortizzo i costi di affitto e personale, ma dall’altra è un problema perché si perde la gente di passaggio che solitamente frequenta sempre i negozi.

Quindi è più difficile in questo senso farsi conoscere. “

È una figura spendibile anche al di fuori della cioccolateria, magari in un ristorante?

“Di base all’estero è avvertita con maggiore autorevolezza. In Francia, Belgio, la cioccolateria affascina molto e anche tutto ciò che viene da fuori: l’Italia è molto forte, ma non siamo vocati all’internalizzazione.

Va bene lavorare con il territorio e quindi localmente, ma si dovrebbe avere anche un occhio verso altri Paesi con curiosità e innovazione. Ora l’italiano ha un approccio sempre più multiculturale e vuole poter scegliere rispetto alle novità del mercato.

La figura del Maitre chocolatier è molto ben vista all’estero quindi, ma sempre di più sono le aziende anche da noi che quando cercano informazioni si rivolgono ai professionisti specializzati.

Lo si potrebbe pensare simile al sommelier, anche se questi si trovano molto più facilmente nei ristoranti, perché sono gli stessi consumatori ad avere una maggiore conoscenza e curiosità sul vino.

Nel cioccolato ancora non si è pronti per uno specialista che sappia raccontare allo stesso livello il prodotto.”

Cosa invece deve saper fare il chocolate taster?

Caon: “E’ un degustatore, assaggia, acquista prodotti già confezionati disponibili online e dai produttori locali. Trascorre il suo tempo ad analizzare tutto il mondo del cioccolato, in modo molto professionale.

Faccio parte dell’International Institute of Chocolate & Cacao Tasting insieme a tantissimi alunni chocolate taster con cui analizziamo la fermentazione, la tostatura, ogni singolo aspetto della trasformazione per arrivare al nostro prodotto finito che è la barretta di cioccolato, esattamente come si farebbe con caffè e vino.

Però ho un punto di vista un po’ diverso, perché sono sia taster che artigiana e devo dire che si dovrebbe riflettere di più da assaggiatori: spesso si lavora in poco tempo su un prodotto e ci si ferma ad una prima impressione.

Invece si dovrebbe indagare molto di più: criticare con semplicità prodotti di alto livello che in quel preciso caso hanno presentato qualche difetto per qualsiasi motivo, può avere un effetto controproducente sull’azienda ed essere un giudizio parziale.

A volte si deve semplicemente confrontarsi con gli stessi produttori, che magari spiegheranno il perché di quel risultato.

La mia visione è: parlare con le persone alle origini. Non basta la tavoletta finita per definire tutto ciò che sta dietro di quel cioccolato.”

E a proposito, lei è mai andata in origine?

“Sì, sono stata in Perù nel 2018 a San Martin e in Mexico nel 2022. Sono andata a visitare Wolter chocolate che per scelta etica ha deciso di rispettare la biodiversità del territorio, con agrumi, alberi centenari, mango, non soltanto coltivando monorigine di cacao per non impoverire il territorio. È importante parlare con questi coltivatori per toccare con mano quella realtà.

Ad esempio ho scoperto qualcosa di nuovo, avendo chiesto ai produttori quali sono le malattie del cacao: loro me ne hanno elencate tre, quando io ne conoscevo soltanto una.

Questo dà la misura di quanto ignoriamo di ciò che accade in questi luoghi. Solo loro possono dare le giuste informazioni per comprendere anche i punti critici di materia prima e filiera.

Per questo cerco sempre di spiegare che si tratta di un cibo storico, legato alle civiltà pre-colombiane.

Ha una sua origine specifica che va rispettata. Mi affascinano molto i racconti sui Maya che ho approfondito ancora di più andando lì nei siti Archeologici come Chichén Itzá e Uxmal .”

Lei poi ha vinto tante competizioni, compresa l’ultima del 2023 nell’Italian /Mediterranean Craft Chocolatier Competition 2023: sono importanti questi riconoscimenti per la carriera professionale?

Cinquanta e cinquanta: si può affermare o pensare di creare un cioccolato buono, ma soltanto una volta attestato da un giudice esterno sarà assodato. Partecipo alle gare per mettere alla prova e in discussione i miei prodotti.

Sicuramente le competizioni aiutano perché danno una maggiore visibilità soprattutto per chi è nuovo. Lo consiglierei per chi sta iniziando, senza mai tralasciare la fase dello studio e della ricerca e trovando il giusto equilibrio tra la ricetta dall’effetto wow per vincere la medaglia e le esigenze concrete del mercato.”

Come comunica lei il cioccolato di qualità artigianale al consumatore italiano, ancora un po’ a digiuno sulla materia?

“Questo è l’aspetto più difficile per chi ha un prodotto di questo valore da sponsorizzare. I social ci aiutano a condividere contenuti, seppur molto brevi.

Allora si devono sfruttare diversi canali, presenziando ad eventi, entrando nelle scuole, partecipando ai convegni: quelle sono le occasioni in cui si può far valere la propria competenza tecnica.

La mia mission non è solo vendere il mio brand, ma educare i consumatori e trasformarli i choco lovers di prodotti di qualità.”

Nel suo laboratorio, cosa sta studiando per il cioccolato del futuro?

La tecnica dietro il risultato finale (foto concessa)

“La risposta è forse un po’ banale. Vorrei soltanto che per una donna diventi più semplice portare avanti un’attività in proprio e avere una vita personale in equilibrio. Esser sempre reperibile e non potersi permettere di staccare mai, è difficile.

Per sviluppare il mio brand dovrei poter contare su un collaboratore e nel futuro mi piacerebbe averne uno di fiducia così da aiutarmi a crescere e avere allo stesso tempo una famiglia.

C’è un dato reale: le imprenditrici donne non hanno condizioni per la maternità alla pari di quelle che sono dipendenti. Ecco per me nel settore del cioccolato futuro sarebbe bello avere un’azienda florida e parallelamente una famiglia. Tantissime donne oggi sono di ispirazione e portano avanti questo discorso.

Prima o poi diventeremo una maggioranza che avrà un maggiore impatto.

Parlando invece del mercato: vorrei sempre di più un prodotto legato alla sostenibilità. Ormai soltanto l’5% dei miei imballaggi è di plastica. Quest’anno ho acquistato in Belgio un packaging di fave di cacao compostabile per i cioccolatini gourmet e ne sono felicissima.

In Italia ancora siamo indietro in termini di prezzi e rifornimenti di questo genere. Mi chiedo: se tutti cambiassimo in questa direzione, forse ci sarebbe più richiesta e i costi sarebbero alla portata anche dei piccoli artigiani.

Purtroppo non si può fare molto altro in termini di filiera, perché si devono affrontare per forza i trasporti per appropriarci della materia prima di altri Paesi. Si può scegliere di collaborare con dei fornitori che lavorano in maniera responsabile ed etica e portare avanti lo stesso discorso per i fornitori italiani.”

Ico prevede produzione e consumi a livelli record nell’annata 2023/24

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Ico export mondiale prezzi caffè robusta G7 mercati
Il logo dell'Ico

MILANO – Nel report mensile di novembre, l’Ico rifà i conti per le due annate trascorse, ma soprattutto rende nota la sua prima stima per l’annata caffearia attuale (2023/24), che prevede un’impennata della produzione mondiale (+5,8%) destinata a raggiungere il dato, senza precedenti, di 178 milioni di sacchi.

Ma andiamo con ordine, l’organizzazione londinese ha innanzitutto livellato al ribasso i dati sulla produzione 2021/22 e 2022/23, che stima ora in 168 e 168,2 milioni di sacchi.

Rivisti anche i dati sui consumi mondiali. Il dato per il 2021/22 è stato elevato di un milione di sacchi circa a 176,6 milioni.

Quello per il 2022/23 è stato invece tagliato drasticamente (-5,4 milioni), a 173,1 milioni.

Per effetto di queste rettifiche, il deficit complessivo tra domanda e offerta, per queste due annate, si attesta ora 13,5 milioni, 880 mila sacchi in meno rispetto a quanto sin qui stimato.

La produzione mondiale volerà nel 2023/24, secondo l’Ico, a 178 milioni di sacchi (+5,8%). Ma saranno da record anche i consumi, che saliranno a 177 milioni (+2,2%).

Si prefigura dunque un surplus di offerta contenuto, di appena un milione di sacchi.

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Lavazza e De’Longhi vincono il World Branding Awards assegnato ai migliori marchi del mondo

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Il logo di Lavazza Group

La nuova edizione dei World Branding Awards, tenutasi nel prestigioso Kensington Palace a Londra, ha premiato alcuni dei traguardi raggiunti dai migliori marchi del mondo. Tra i vincitori del premio sono spiccati i nomi di alcune eccellenze italiane, tra cui Lavazza e De’Longhi. Leggiamo di seguito la prima parte dell’articolo pubblicata sul portale dell’Ansa.

World Branding Awards: Lavazza e De’Longhi trionfano alla premiazione

LONDRA – La diciassettesima edizione dei World Branding Awards ha premiato il successo e i traguardi raggiunti da alcuni dei World’s Best Brands (Migliori marchi al mondo) come vincitori nazionali, regionali e globali.

I 2023 – 2024 World Branding Awards (Premi mondiali per il branding) hanno visto oltre 1.500 marchi provenienti da più di 40 Paesi nominati Brand of the year (Marchio dell’anno). Di questi, meno di 200 sono stati dichiarati vincitori.

La prestigiosa cerimonia di premiazione si è tenuta nella sede dei premi, Kensington Palace, nel Regno Unito, dove sono stati accolti oltre 100 ospiti da tutto il mondo. La conduzione dell’evento è stata affidata a David Croft, famoso presentatore televisivo.

Dē Longhi logo
Il logo De’Longhi

Tra i vincitori globali che hanno dimostrato eccellenza e branding impeccabile nel proprio settore si sono distinti Yakult (Giappone), CoCo (Taiwan), LURPAK (Danimarca), Marriott International (Stati Uniti) e The Body Shop (Regno Unito).

Tra i vincitori italiani: Sparco, Lavazza, Pirelli e De’Longhi. Tra gli altri vincitori per la categoria National: Thai Life Insurance (Thailandia), Chow Tai Fook (Hong Kong), Cine Yelmo (Spagna), Munchy’s (Malesia), FERN-D (Filippine), Blacklist Coffee Roasters (Australia), Poh Heng (Singapore), Cape Aqua (Sudafrica), Boots (Regno Unito) e Skanska (Svezia), per citarne alcuni.

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