giovedì 15 Gennaio 2026
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Elisa Molle dopo il mondiale: “In Italia nella caffetteria, siamo obsoleti”

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elisa molle
Elisa Molle

MILANO – Il Wbc si è concluso a Vienna e non ha dato soddisfazioni a tutti allo stesso modo: una cosa normale all’interno di una competizione, che però lascia l’amaro in bocca ad alcuni concorrenti che non sono riusciti a dare il massimo come ci si sarebbe potuti aspettare dopo i mesi di allenamento. Raccontiamo la delusione di Elisa Molle dopo il mondiale.

Elisa Molle: “Ma perché dovrebbe vincere un italiano”

di Elisa Molle

Per tutto il viaggio di ritorno da Vienna verso casa mi ha accompagnata un senso di vuoto e delusione… due anni di lavoro per quei 15 minuti di gara in un attimo non c’erano più… erano finiti il sogno, la gioia, la paura, la possibilità. Eheh… non è mica facile riformulare gli obiettivi improvvisamente!

Non mi rimprovero molto… anzi, non mi rimprovero nulla.. e non per arroganza. Conoscevo l’importanza del mondiale e so di essermi impegnata al 100% delle mie possibilità e di quelle dell’associazione Acib… è stato un pensiero che non mi ha mai abbandonata… neanche per un giorno… ho lavorato sodo con le mie consapevolezze e con i miei limiti, evidentemente non è bastato.

Grazie a questo mondiale e alla sua preparazione, mi trovo ad essere un’altra persona e una professionista e lo dico pensando agli ultimi tre anni della mia vita passati tra lavoro, famiglia, sogni, ambizioni .. valigia sul letto e tripli salti mortali!!! Ero lì… comunque ero al WBC di Vienna … e lo meritavo… e voglio dirlo! Cosa non è andato? Cosa non è andato… mah… ho presentato un progetto che non è piaciuto e, credo, neanche capito dalla giuria, lo stesso progetto che mi aveva premiata come campione italiano!!! Credevo e credo nell’innovazione del mio progetto… e lo porterei ancora per altri 10 mondiali… fino a farglielo capire!!! Ma per ora il risultato è questo… discutibile e “crudele”. C’è però un PERCHÉ che mi sono chiesta in questi giorni. E la domanda non è perché L’Italia non ce la fa…. Ma è “Perché dovrebbe farcela”???

La domanda è perché dovrebbe vincere un italiano? È davvero in Italia che si può bere il miglior espresso del mondo? Obiettivamente la mia risposta è NO

Obiettivamente penso che ci culliamo sulla nostra paternità dell’espresso ma lasciamo ad altri l’evoluzione, il cambiamento, lo studio e la rivoluzione. Lasciamo ad altri la crescita qualitativa, professionale ed economica. Come se nel nostro paese continuassimo a produrre solo automobili a carburatore lasciando ad altri il perfezionamento e l’evoluzione del multijet !!! Ecco…. Questo accade in Italia nella caffetteria… siamo obsoleti. La colpa? Io non la darei ai torrefattori…. Sarebbe ora di finirla. Loro ci propongono il loro contratto e noi (baristi) lo accettiamo. Accettiamo…. Certo accettiamo perché non conosciamo… accettiamo perché ignoriamo… ignoriamo perché il nostro lavoro non richiede qualifiche. .. o meglio, non è “Etichettato”…

Non ha particolari riconoscimenti, non è valutato e premiato, non c’è stimolo di crescita professionale perché si fa in attesa di “trovare di meglio”, lo facciamo per pagarci le spese universitarie ( con tutto il mio rispetto e ammirazione per chi studia e lavora..)… lo facciamo perché è “semplice”… Non siamo qualificati perché la legislatura italiana non lo richiede… anzi gli studi di settore ci impongono prezzi e quantità. Si parla di cartello se la tazza sale sopra l’euro e siamo chiamati a giustificare una dose superiore ai 7gr… e intanto ci incantiamo davanti alle tette di una sexy barista….che fa la sexy barista in attesa di diventare velina!

La conclusione

Cari colleghi, è che non può rappresentare il mondo un popolo che ancora dorme… un popolo che “non conviene” … Noi siamo ancora pochi…. Siamo ancora pochi ad amare questo mestiere… ma possiamo insegnarlo ad altri… Cosa farò ora? Tranquilli …. Ho già in mente altre diavolerie! Un grazie a tutti di cuore, grazie ad Acib, a Sigep, a Water +More, a gruppo Cimbali, a Nuova Simonelli a Pulicaff e a tutti gli altri sponsor Acib. Grazie a chi crede in quello che facciamo, grazie ai ragazzi che erano a Vienna… e a quelli lontani. Grazie ad Eddy Righi, Fabio Menichelli, Carlo Grenci, Francesco Sanapo, Andrea Lattuada, Mariano Semino, Marcello Vitellone, Luca Ventriglia, Alfonso Nero e al Press…e grazie a Valentina…! Elisa molle

Gli Starbucks Coffee spopolano a Londra e negli Usa, uffici del futuro

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Starbucks coffee international coffee day
Starbucks

LONDRA – Il successo degli Starbucks Coffee e di tutte le le altre caffetterie all’italiana che hanno conquistato l’America, la Gran Bretagna e mezzo mondo (e che presto o tardi proveranno a conquistare anche l’Italia) sta non solo nei caffè, cappuccini, latte macchiati e frappè serviti con una formula mezzo italiana-mezzo americana (di tutto, di più, per riassumere il concetto), ma anche nell’atmosfera: comode poltrone e divani, tavolini e banconi su cui leggere i giornali, studiare, lavorare al computer, collegato wifi gratuitamente a internet.

Ma adesso proprio questo particolare, il fatto che in un caffè del genere si può lavorare comodamente, sta diventando un problema. Riferisce il Daily Telegraph che i clienti di alcune di queste caffetterie, perlomeno a Londra, hanno l’abitudine di arrivare al mattino, ordinare un cappuccino, occupare una poltrona e un tavolino, accendere il computer e restare lì a lavorare per ore, senza ordinare praticamente più nulla (magari un sandwich per la pausa lunch).

Pare che altri clienti, che ci vanno solo per consumare un caffè e un croissant, si lamentino, perché molti spazi, inclusi tutti i migliori, sono occupati da gente che lavora a testa bassa sul computer, praticamente barricata nella propria postazione. E naturalmente si lamentano anche i gestori o proprietari delle caffetterie, perché per il prezzo di un cappuccino, o poco più, questi avventori usano il loro locale come un ufficio. Come se lo scontrino del cappuccino equivalesse al pagamento dell’affitto.

Starbucks Coffee o “Cafè conquerors”, come li hanno soprannominati

Conquistatori delle caffetterie, dei caffè. Può darsi che il fenomeno sia aumentato dalla crisi economica: con i tempi che corrono, in un’Inghilterra in doppia recessione (ne ha avute due di seguito), sempre più colletti bianchi e lavoratori part-time non hanno i soldi per pagarsi un ufficio sicché lavorano da casa o da dove capita, e uno Starbucks è un ottimo posto per farlo.

D’altra parte le catene di caffetterie tipo Starbucks offrono l’accesso gratuito a internet proprio come incitamento ai clienti a fermarsi, a considerare il caffè come una seconda casa, che è poi la vecchia originale cultura del caffè all’italiana, un posto dove si va tutti i giorni non solo per prendere di fretta un caffè o un aperitivo ma per incontrare gli amici, fare due chiacchiere, leggere il giornale.

La differenza è che ora molti ci vanno per dialogare con il proprio computer, per motivi personali o di lavoro

Ma o si invita la gente a stare al caffè quanto vuole, con le poltrone e il web gratuito, oppure non la si invita, la si scoraggia, si fa in modo che uno ordini, consumi e se ne vada. Una via di mezzo – sedetevi da noi ma non fermatevi troppo a lungo, oppure se vi fermate consumate in continuazione – sembra difficile da trovare. Dal blog di Enrico Franceschini

Oxfam a sostegno dei piccoli produttori nel Sud di Haiti

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oxfam

MILANO – La rete di organizzazioni mondiali Oxfam ha avviato un progetto di sviluppo sostenibile della filiera caffeicola per riattivare l’economia di un Paese che, già estremamente povero, è stato devastato dal sisma del 2010. Un chicco alla volta: si riparte dal caffè ad Haiti per riattivare l’economia. Già prima del terremoto del 2010, il Paese che affaccia sul Mar dei Caraibi viveva nell’estrema povertà: il territorio disboscato al 90% e la popolazione disoccupata per il 70%.

Oxfam a sostegno della filiera

Una situazione peggiorata dal sisma sulla quale ha deciso di intervenire Oxfam Italia, rete internazionale di organizzazioni che lottano contro la povertà e l’ingiustizia nel mondo. Un mese prima del terremoto, è partito infatti il progetto di Oxfam a sostegno dei piccoli produttori di caffè nel Dipartimento del Sud di Haiti, a Les Cayes, che punta a creare un gruppo di produttori consapevoli di essere una cooperativa, in grado quindi di coordinarsi e di coltivare e vendere caffè di qualità su mercati locali e internazionali, guadagnando dalle loro piantagioni.

Una decisione, quella di Oxfam di lavorare sulla vocazione caffeicola del Paese, che viene dalla necessità di cominciare a rendere indipendente, attraverso l’economia, un territorio che vive di agricoltura di sussistenza.

In piccoli passi, un chicco alla volta, è iniziato il processo di sviluppo sostenibile della filiera del caffè che si è rivelato più lungo del previsto

«Siamo arrivati ad Haiti – racconta Lorenzo Ridi, un responsabile di Oxfam che ha lavorato per sette anni nel Paese caraibico – un mese prima del terremoto, trovando già una situazione disastrosa, e il nostro lavoro è stato bloccato per poterci occupare dell’emergenza».

Il problema nei mercati locali è che, essendo il prezzo definito in Borsa, quando questo si abbassa sulla Borsa di New York, per i produttori non è più conveniente coltivare e così le piantagioni vengono abbandonate. «Per questo è importante – spiega Lorenzo Ridi – raggiungere i mercati internazionali e per farlo bisogna migliorare quantità e qualità del prodotto, rinnovando le pratiche agricole, molto arretrate ad Haiti». Dalla potatura alla fertilizzazione, imparando a usare solo sostanze organiche ed evitando quelle chimiche: questa la formazione che Oxfam ha fatto sui contadini haitiani, dotandoli anche di materiale e infrastrutture.

L’ultimo risultato del progetto Oxfam?

«La costruzione di un magazzino, un punto strategico della filiera produttiva perché è il luogo dove i chicchi vengono divisi e dove avviene lo stoccaggio, che garantisce la qualità del prodotto». Il più grande orgoglio dei piccoli produttori di caffè? Poter dire: «Ho una piantagione che funziona». «In tutti i produttori che ho conosciuto – continua Ridi – anche il più piccolo risultato risveglia subito in loro una grande speranza e la voglia di riscattarsi». Un riscatto che, grazie a Oxfam, ha il profumo della caffeina e che, come la lavorazione del caffè, è un «processo lungo e sofisticato».

Massimo Zanetti, nuovo proprietario svela i progetti per Villa Cipriani

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Massimo Zanetti mette in mostra il mondo della sua azienda

MILANO – Un rinascimento asolano, con eventi di prima grandezza, stelle internazionali del jet-set, festival e riapertura delle gloriose botteghe antiche. Un mecenate che prende casa nel cuore della città, rimette a lustro l’albergo più celebre e inserisce in agenda contatti con i curatori delle grandi mostre, a cominciare da Marco Goldin. Lo scenario è quello delineato da Massimo Zanetti, presidente dell’omonimo gruppo del caffè e prossimo cittadino del borgo sotto la rocca.

Massimo Zanetti e la sua visione

Scenario che è ormai ben lontano dall’essere una proiezione teorica dal momento che Zanetti, una settimana fa, ha acquistato l’hotel Villa Cipriani dalla Sgr padovana EstCapital di Gianfranco Mossetto. Prezzo pagato sei milioni di euro, per risistemarlo e dargli nuovo fulgore ne occorreranno almeno altri quindici. «Un investitore disincantato – ha spiegato il presidente – un affare del genere non lo farebbe mai, non è redditizio. Ma all’hotel Cipriani ci sono affezionato e non sopportavo l’idea del suo spezzettamento in appartamenti».

Dopo alcuni giorni attraversati dalla perplessità e dai timori dell’opinione pubblica sulla sorte dell’albergo-monumento, Massimo Zanetti mette dunque le carte in tavola, comprese quelle del progetto di ristrutturazione elaborato dai suoi proprietari precedenti, già approvato dal Comune ma che a lui piace piuttosto poco. Non ha lo spirito giusto per consentire a Villa Cipriani di ritornare ad essere ciò che è stata per la Asolo degli anni lontani, quando i gaudenti trevigiani di pianura salivano in collina e su quelle terrazze si mescolavano a nobili inglesi e ai vip del cinema e della cultura.

«Non appena sarò cittadino di Asolo – scherza Massimo Zanetti – voglio concedermi lo sfizio di uscire di casa, fare 100 metri a piedi e sedermi a prendere l’aperitivo al Cipriani».

Luogo che diventa la metafora di un’intera città

Una perla di cui la stampa internazionale ancora decanta gli antichi fasti ma con un’ immagine che, vista da vicino, perde pezzi d’intonaco. Il presidente prefigura una nuova «asolanità» di eventi luccicanti, grandi nomi e mostre di risonanza mondiale. Immagina automobili che fanno la spola fra le colline e Venezia per trasportare facoltosi visitatori d’oltralpe dal Cipriani a un’ipotesi di residence sul Canal Grande. Spera che in questo modo riaprano i negozi che hanno chiuso. Tessorie, seterie, scuole di ricamo.

Se poi si parla di manifestazioni dedicate al cinema, come ad Asolo se ne organizzano ormai da molti anni, allora che non siano solo documentari e rassegne di cortometraggi ma appuntamenti veri, con attori famosi in carne ed ossa e ricevimenti esclusivi a bordo piscina fra lo scoppiettare di migliaia di flash. «Non ci vuole poi tanto per dare linfa ad Asolo, alla fine ci sono tre vie e due piazze. Basta volerlo fare».

A cominciare, comunque, dal Cipriani, epicentro e motore di ogni mondanità. Una macchina imprenditoriale oggi logorata da troppi passaggi di mano fra persone con poca passione, sopravvissuta grazie al turismo straniero ed alla qualità del ristorante nonostante il tasso di riempimento troppo basso delle 31 camere.

La struttura oggi fattura circa due milioni l’anno ma non produce profitti, galleggia sulla linea di break even e dunque in una condizione pericolosa se chi la possiede non sopporta più la stagnazione. EstCapital, a cui appartiene dal 2008, aveva inizialmente pensato ad una ristrutturazione ma recentemente si era fatta avanti l’idea di convertire l’immobile in residenziale e, contestualmente, di provare a venderlo.

Continua Massimo Zanetti

«Io l’avrei acquistato anche quando a metterlo sul mercato fu Starwood Hotels, la catena alberghiera cui apparteneva prima. Adesso che l’ho preso davvero in molti mi hanno dato del pazzo, nonostante il prezzo pagato sia interessantissimo.

Ci sono emotivamente legato, al Cipriani si è sposato mio fratello, lì ho conosciuto mia moglie. Lo voglio seguire da vicino, tutti i giorni. Ci si possono fare moltissime cose e spero tanto che i trevigiani, come un tempo, in certe sere o nei fine settimana salgano ad Asolo e si siedano a tavola in un’estensione del ristorante che avrà veduta panoramica sulla valle».

Andrea Illy spinge a Rio de Janeiro a Rio+20 per la sostenibilità

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Andrea Illy carbon free partner sachs illycaffè rigenerazione del capitale naturale Rhône Capital
Andrea Illy, presidente di illycaffè S.p.A.

TRIESTE – Andrea Illy, presidente e amministratore delegato illycaffè, ha partecipato a Rio de Janeiro a una serie di interventi nell’ambito della Conferenza Rio+20, per testimoniare l’impegno dell’azienda verso la sostenibilità. Impegno che è descritto nel Sustainable Value Report di illycaffè, un documento che racconta come l’azienda condivide il valore creato con i propri azionisti è già pubblicato online in questa sezione del sito illy[1]:

Questi gli incontri a cui ha preso parte Andrea Illy

Sabato 16 giugno, c/o Room Alhambra Ii better linking smallholder farmers to markets Organizzatore: United Nations Global Compact All’interno della sezione Sustainable sourcing del Corporate Sustainability Forum E’ stato analizzato come il settore privato sia capace di approvvigionarsi di materie prime agricole in maniera sostenibile e come la società civile, i governi e le aziende stiano formando i piccoli produttori a rispondere alle richieste del mercato.

Andrea Illy ha descritto lo stretto rapporto che lega illycaffè ai coltivatori da cui acquista il caffè verde, senza intermediazioni, e la particolare attenzione che l’azienda dedica alla supply chain, come dimostra la certificazione “Responsible Supply Chain Process” di DNV BA – Det Norske Veritas Business Assurance – che l’azienda ha ottenuto nel 2011. Lunedì 18 giugno, c/o Italian Pavilion, Parque dos Atletas The carbon foot printing public-private projects Organizzatore: Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare Andrea Illy e Corrado Clini, ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, hanno presentato l’accordo volontario fra illycaffè e il Ministero finalizzato all’analisi, riduzione e neutralizzazione dell’impatto sul clima del settore caffè, che ha l’obiettivo di definire un sistema di gestione delle emissioni di carbonio che possa fungere da modello per tutte le industrie che operano nel settore caffè.

In questa occasione, Andrea Illy ha presentato uno studio innovativo sul calcolo delle emissioni di gas ad effetto serra associate alla produzione di caffè, realizzato in Brasile grazie alla collaborazione con Carlos Clemente Cerri dell’Università di San Paolo. Il lavoro, iniziato nel 2010, terminerà nel 2012 e porterà all’individuazione delle aree di inefficienza energetica su cui intervenire. L’iniziativa rientra in un programma articolato messo a punto dall’azienda, basato sugli obiettivi del pacchetto clima-energia fissati dall’UE per il 2020: ridurre del 20% le emissioni di gas a effetto serra, portare al 20% il risparmio energetico e aumentare al 20% il consumo di fonti rinnovabili. Un’ulteriore tappa che riflette l’impegno radicato di illycaffè verso la sostenibilità.

illy viene venduto in oltre 140 paesi in tutto il mondo ed è disponibile in oltre 100.000 fra i migliori ristoranti e bar. espressamente illy, la catena di caffè all’italiana in franchising, tocca ad oggi 30 Paesi con all’attivo più di 230 locali. A livello globale la società impiega 796 dipendenti e ha realizzato nel 2011 un fatturato consolidato di 342 milioni di euro. [1] Il Sustainable Value Report di illycaffè sarà inoltre raggiungibile al link http://valuereport.illy.com

Confida lancia l’allarme per il settore vending al Governo

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lucio pinetti vending confida venditalia
Lucio Pinetti Presidente Confida

MILANO – Lo scorso 9 giugno, presso il Grand Hotel di Rimini, si è tenuta l’assemblea annuale di Confida, l’associazione italiana della distribuzione automatica. In occasione dell’assise, che ha visti riuniti i principali player del settore, sono stati discussi diversi temi. Tra i più importanti, è emersa la questione dei ristorni concessi alle pubbliche amministrazioni, ovvero i canoni che in occasione delle gare d’appalto gli enti pubblici appaltanti (scuole, ospedali, università) impongono come conditio sine qua non per aggiudicarsi l’installazione dei distributori automatici e la loro successiva gestione.

Confida lancia l’appello al Governo

“È ora di dire basta a quello che ormai è diventato un vero e proprio salasso per le nostre imprese. Stimiamo che oltre 40 milioni di euro fatturati dal settore siano destinati ai pagamenti di canoni di concessione, la cui sola finalità è rimasta, in tutta evidenza, quella di spremere chi fornisce il servizio, il tutto a discapito dei consumatori e costituendo un rischio per la qualità dei prodotti”.

A lanciare l’allarme è il presidente di Confida, Lucio Pinetti. L’associazione rappresenta circa l’80% delle aziende dell’intero comparto. “Quando non è il canone esorbitante a dirigere le scelte degli enti appaltanti” prosegue Pinetti “allora è il prezzo al ribasso, la cui base di partenza è spesso già intollerabile per garantire un minimo di marginalità”. Possiamo citare diversi casi, tra gli ultimi quello dell’Università degli Studi di Milano – Bicocca: in questo caso oltre al ristorno pari a 60.000 euro pagato dalla società di gestione, tutti i prodotti sono venduti a 0,20 euro, con i pasti caldi a 0,10 centesimi.

Si tratta di prezzi chiaramente in perdita pur di vincere l’appalto. Gli esempi non finiscono qui

L’ASL di Lecce ha preteso a maggio di quest’anno un ristorno triennale pari a oltre 2 milioni di euro; in base a una gara d’appalto aggiudicata dal Politecnico di Bari, il ristorno richiesto per tre anni è pari a 1,5 milioni di euro. Anche i comuni più piccoli non sono estranei a questa pratica: il Comune di Teramo ha recentemente preteso 22.000 euro di ristorno per consentire l’installazione di 22 distributori automatici.

“Pur di mantenere aperte le imprese e garantire il posto di lavoro al personale, alcune aziende accettano appalti palesemente in perdita, ma questo, oltre a generare dei pericolosi precedenti, contribuisce a deteriorare ulteriormente lo stato di salute complessivo del settore, già pesantemente compromesso dalla attuale crisi e dal forte aumento dei costi che gravano sulle imprese” ha concluso il presidente di Confida Lucio Pinetti.

Arcaffè mette nell’etichetta anche le caratteristiche organolettiche

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sacchetto arcaffè per sce vienna
Sacchetto arc per sce vienna

MILANO – La Fiera World of Coffee organizzata dalla Scae a Vienna la scorsa settimana in coincidenza con i tre campionati del mondo ha offerto numerosi spunti di riflessione sull’andamento globale del settore e svelato, ai più attenti, alcune novità interessanti. La prima arrivava dall’Italia ed è firmata dall’Arcaffè di Enrico Meschini che è anche presidente dell’associazione Csc, caffè speciali certificati. Entrambi i marchi c’entrano con l’etichetta che vedete nella fotografia e che rappresenta un’anteprima.

Arcaffè rivoluziona l’etichetta

Dopo averne sentito tanto parlare ecco un’etichetta stampata per una confezione in vendita che indica la provenienza di tutti i caffè che compongono la miscela. In etichetta anche caratteristiche organolettiche, ben descritte. Grazie alla tracciatura dell’origine di ogni caffè, realizzata e certificata dal Csc, il consumatore che sceglie questa miscela 100% Arabica – che arrivano da tutto il mondo: Guatemala, Finca El Hato Blue; Etiopia, Sidamo special edition; Salvador, Finca San Luis; India, Vellakadai estate; Brasile natirale, Fazenda Samambaia -.

Ma con la tracciatura delle origini c’è anche una miscela 80% Arabica e 20% Robusta, sempre con la descrizione delle caratteristiche organolettiche

Lo stand del Brasile comprendeva una sala assaggio con diversi tipi di caffè. La particolarità era la struttura trasparente: trasparenza del prodotto ma anche la voglia di invitare tutti i visitatori ad una prova. Senza alcuna formalità ci si poteva cimentare con il Cup tasting, come in gara 3 tazze di assaggio alla brasiliana due uguali e una con un altra varietà.

Una bella possibilità di verifica delle proprie abilità e, perché no, per una sfida tra amici. Oltre all’aspetto spettacolare dell’assaggio lo stand del Brasile esponeva molti sacchetti di caffè torrefatto, anche con le scritte in italiano. Per ricordare che il primo produttore mondiale di Arabica sta diventando anche un grande torrefattore.

Hausbrandt: ecco le monoporzioni per i freddi a base di caffè

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logo Hausbrandt 2013
Il logo Hausbrandt

MILANO – Con l’estate debutta la linea di Cappuccini Freddi proposti da Hausbrandt.

Si tratta di sei varianti del tradizionale Cappuccino italiano in versione fredda, riproposto nei gusti Vaniglia, Menta, Fragola, Orzo e Ginseng, servito in monoporzione.

Semplici gli ingredienti: caffè, latte, topping. Altra novità è Mentaespresso in cui l’intensità del caffè espresso Hausbrandt incontra la freschezza della menta completata dalla panna.

Curiosa anche la nuova versione Espresso Freddo, mix tra caffè, zucchero di canna e cubetti di ghiaccio.

Anche in questo caso Hausbrandt offre una valida alternativa, per le giornate d’estate, leggera e fresca, servita in bicchiere di vetro.

Energy drink: l’allarme dell’Anses per il consumo di queste bevande

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energy drink

MILANO – Mentre da noi ci sono bevande energizzanti che fanno pubblicità in tutta Milano, promuovendo giochi acquatici anche ai ragazzini e regalando lattine ai passanti, in Francia l’Anses (Agenzia nazionale per la sicurezza sanitaria e alimentare) ipotizza due morti sospette collegate al consumo “anomalo” di questi energy drink. Gli elementi sono emersi attraverso il sistema di “nutri-soveglianza” messo a punto nel 2009 per raccogliere segnalazioni dei consumatori sulle energy drink, e più in generale su piante medicinali o esotiche presenti all’interno di alimenti arricchiti e integratori non comprese nelle liste della farmaco-vigilanza.

Energy drink: bisogna fare attenzione

Recentemente l’Anses ha rilevato un incremento delle segnalazioni di effetti collaterali indesiderati da parte di chi miscela le bevande energizzanti a superalcolici. Secondo l’Agenzia quando le bibite vengono abbinate a un’attività sportiva intensa, oppure sono mescolate con alcolici, potrebbero avere un effetto sul rischio cardiovascolare oportano ad una diminuzione della percezione degli effetti correlati all’alcol.

L’Agenzia francese pubblicherà in autunno un dossier evidenziando un aumento del consumo di energy drink tra le persone che fanno sport

E il consumo occasionale delle bevande con l’alcol ( ammessa dal 27% delle persone con meno di 35 anni). Il termine “energy drink” non è regolamentato a livello europeo, ma viene attribuito alle bibite che dovrebbero “mobilitare le energie”, stimolando il sistema nervoso, grazie alla presenza di ingredienti apparentemente “stimolanti”, come la taurina, caffeina, guaranà, ginseng e vitamine… Vale la pena ricordare che si tratta di bibite destinate ad adulti, sconsigliate alle donne incinte, e da consumare con moderazione.

Secondo l’Agenzia francese le energizzanti, a differenza delle bevande energetiche a base di sali minerali, non sono adatte all’attività fisica intensa

I ricercatori del Crioc (Centro ricerca e informazioni delle organizzazioni di consumatori in Belgio) un anno fa hanno condotto uno studio su tutte le bevande energetiche. Uno degli elemento emersi riguarda la strategia utilizzata dai produttori per convincere giovani e adulti a consumare gli energy drink, basato sulle promozioni nel corso degli eventi frequentati dai giovani (concerti, manifestazioni sportive …)

Il messaggio da veicolare è un invito a superare i propri limiti (“Mettere le ali”) e i divieti, assecondando quella che è la principale ricerca dei giovani. Le aziende produttrici sfruttano anche il potere di convincimento degli stessi ragazzi, reclutando coetanei nel ruolo di ambasciatori e di promotori, oppure personalizzando automobili cult come le Mini Cooper rivestite con i colori della bibita.

Gli ingredienti delle energy drink sono di per sé innocui, ma possono diventare pericolosi se assunti a dosi elevate

Una lattina da 250 ml contiene in media 80 mg di caffeina – dall’effetto tonico – ma il formato che registra un successo crescente in alcuni paesi europei è quello da mezzo litro. Secondo la normativa francese, un contenuto superiore a 150 mg di caffeina deve essere evidenziato in etichetta. Secondo gli esperti se si assumono più di 300 mg di caffeina l’organismo può andare incontro a palpitazioni, tremori, ansia, insonnia, problemi intestinali e anche dipendenza.

L’aminoacido taurina che in una lattina di Red Bull è presente in misua pari a circa 1.000 mg), il è considerato uno stimolatore cardiaco e di impulsi nervosi. L’abuso causa ipertensione, come hanno dimostrato diversi studi presentati dall’American Heart Association (aumento significativo della pressione sanguigna e del battito cardiaco dopo aver consumato due energy drink al giorno per una settimana). In queste bibite ci sono altri ingredienti come il glucuronolattone, che dovrebbe stimolare la memoria e la concentrazione, e l’inositolo, una vitamina che dovrebbe migliorare l’umore e stimolare il cervello a usare meglio la serotonina.

Il problema maggiore però è dato dal mix energy-drink e alcol perchè la caffeina riduce il senso di ubriachezza e quindi l’individuo può non accorgersi di avere superato i suoi limiti in senso negativo. Il rischio è una perdita di consapevolezza delle proprie azioni, con la possibilità di mettersi alla guida in condizioni precarie. Ogni lattina da 250 ml contiene inoltre circa 9 zollette di zucchero. Si tratta di una quantità non certo trascurabile se la bibita è assunta da giovani con problemi di soprappeso e obesità. Fonte: Fatto alimentare

Argenta e Renault proseguono nel progetto di E-moving

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MILANO – Da oggi due nuovi Renault Kangoo Z.E. fanno il loro ingresso nella flotta di Argenta, tra i big player nazionali nel settore della distribuzione automatica e semiautomatica, per un vending eco compatibile al 100%. A distanza di un anno dalla sigla della collaborazione tra le due aziende nell’ambito del progetto E-moving, sviluppato da Renault per dare impulso alla mobilità a zero emissioni, Argenta prosegue infatti la partnership con la casa automobilistica francese verso una mobilità sempre più green. Il Gruppo, che conta una flotta aziendale di circa 1.000 veicoli, rinnova così il proprio impegno ambientale avvalendosi di una soluzione 100% elettrica.

E-moving si evolve

I due Renault Kangoo Z.E. saranno utilizzati da Argenta nelle città di Milano e Roma per un servizio di rifornimento dei distributori automatici nel pieno rispetto dell’ambiente, con zero emissioni di CO2 nell’utilizzo. La soluzione ideale per due città ad elevato tasso di traffico. Kangoo Z.E., che detiene il titolo di Van of the Year 2012, ha una capacità di carico di 650 kg e si distingue per una praticità ed una funzionalità che la rendono ideale per il trasporto delle merci in ambito urbano.

È equipaggiato di una motorizzazione elettrica da 44 kW, che eroga una coppia di 226 Nm, e ha un’autonomia media di 170 km (in ciclo NEDC). Il mondo del vending si colora così ancora di verde, per dare energia in ogni momento senza sprecare energia. Renault Presente in tutti i continenti con più di 30 siti industriali e più di 18 000 siti commerciali in 118 paesi, Renault sviluppa, fabbrica e commercializza un’ampia gamma di veicoli innovativi e sicuri, fra i quali una gamma di veicoli elettrici accessibili a tutti, porta-bandiera del suo impegno per l’ambiente.

Renault persegue la sua strategia di crescita redditizia con le sue marche associate Dacia e Renault Samsung Motors

Renault ha 12. 000 collaboratori nel mondo. Nel 2011, il gruppo Renault ha realizzato una cifra d’affari di 42.628 milioni di euro e ha commercializzato più di 2,7 milioni di veicoli. Argenta Fondata nel 1968, Argenta è tra i primi operatori nel mercato italiano del vending. L’azienda, guidata da aprile 2012 dal Direttore Generale Stefano Fanti, è stata acquisita nel 2008 da Motion Equity Partners – società europea indipendente di private equity specializzata in operazioni di media dimensione nei settori business services, healthcare, industrial e consumer – e ha un fatturato di oltre 200 milioni di euro. Presente con 22 sedi operative sul territorio nazionale, conta circa 1.500 addetti, oltre che una flotta aziendale di circa 1000 mezzi. * L’utilizzo dell’espressione “zero emissioni” nel presente documento, ogni volta che ricorre, è da intendersi solo in fase di utilizzo del veicolo.