martedì 30 Novembre 2021

Il caffè di laboratorio, tra perplessità economiche, dubbi scientifici e dilemmi etici

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MILANO – Il caffè da agricoltura cellulare è ormai una realtà, perlomeno a livello sperimentale. I ricercatori del Vtt Technical Research Centre di Espoo (Finlandia) sono infatti riusciti nell’impresa di produrre il caffè senza la pianta, con una coltura di cellule all’interno di un bioreattore. Un’idea nata già nei primi anni settanta e realizzata mezzo secolo più tardi. Comunicaffè è stato tra i primi a dare la notizia, già lo scorso mese.

Ma il caffè di laboratorio sarà un’opzione commercialmente praticabile? Attorno a questa domanda si è sviluppato, in queste ultime settimane, un ampio dibattito, che investe problematiche di ordine economico, giuridico e addirittura etico.

Innanzitutto quanto costa il caffè da agricoltura cellulare? Difficile valutare i costi industriali di una biotecnologia appena nata. Più interessante può essere valutarne i vantaggi in termini di impatto ambientale.

L’industria del caffè contribuisce alla crisi climatica e, al tempo stesso, ne è una vittima. Perché l’estremizzazione del clima crea danni gravi alle colture e riduce le superfici coltivabili, che potrebbero dimezzarsi di qui al 2050.

Vanno poi messe in conto le conseguenze legate all’uso di pesticidi e fertilizzanti. Senza contare l’impronta di Co² dei trasporti, dai paesi produttori a quelli consumatori.

Stiamo lavorando a un’analisi del ciclo di vita di questo processo tecnologico, spiega il dottor Heiko Rischer, a capo del team di ricerca del Vtt.

“Quando avremo i numeri saremo in grado di dimostrare che l’impatto ambientale di questo procedimento è nettamente inferiore a quello della coltura convenzionale”.

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