sabato 17 Gennaio 2026
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Fenomenologia del caffè mediorientale per nemici di lunga data, possibili amici in futuri incontri

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Il mese scorso ho commesso un errore politicamente scorretto: ho ordinato un “caffè turco” in un bar di Ioannina, vivace città dell’Epiro, in Grecia. L’amichevole cameriere è diventato per un momento meno amichevole e ha detto: “Abbiamo solo caffè greco”, cosa che ho accettato di buon grado.

 di Uriel Halbreich

Ebbene, era esattamente uguale al consueto caffè turco. Più tardi gli ho chiesto di questa sua insistenza sul caffè greco, e lui ha ribadito il concetto: “In Grecia, niente caffè turco”, accompagnandolo con un certo numero di commenti sprezzanti su chi oggi governa in Asia Minore.

Ho discusso l’episodio con diversi amici greci nel corso di un lungo pranzo pre-Quaresima a base di frutti di mare, e loro mi hanno rispiegato che la Grecia era sotto occupazione ottomana già prima del 1453, quando gli Ottomani completarono la loro conquista dell’Impero Bizantino, e vi rimase fino alla guerra d’indipendenza greca del 1821.

Anche dopo l’indipendenza, il conflitto greco-turco è continuato, alimentato dall’aspirazione dei greci di far rivivere la “Grande Bisanzio” e dalla presenza di milioni di greci in Asia Minore.

Uno scontro finale e decisivo si ebbe dopo la prima guerra mondiale, quando la Grecia tentò di prendere l’Asia Minore, che per i Turchi rappresenta il cuore della loro patria.

In seguito alla sconfitta greca, milioni di greci che vivevano a Smirne (Izmir per i turchi) e in altre regioni dell’Anatolia vennero espulsi dai turchi e si riversarono in Grecia.

Questa ondata di profughi, molti dei quali in possesso soltanto dei vestiti che avevano addosso, gravarono sulla già precaria situazione economica della Grecia nel primo dopo-guerra, ulteriormente peggiorata con la grande depressione mondiale.

Cinquecento anni di crudeltà, schermaglie e spargimenti di sangue culminarono in uno scontro finale disastroso. Oggi, novant’anni dopo, molti greci continuano a provare (a dir poco) avversione verso i turchi, ma entrambi fanno parte dello spazio economico e politico europeo, in cui condividono molti interessi, e vivono in pace gli uni con agli altri.

Nelle foto: il “monumento” alla cuccuma finjan nel villaggio arabo-druso di Pek'in (in Alta Galilea, Israele) e, subito sotto, un pacchetto di caffè “turco” israeliano
Nelle foto: il “monumento” alla cuccuma finjan nel villaggio arabo-druso di Pek’in (in Alta Galilea, Israele) e, subito sotto, un pacchetto di caffè “turco” israeliano

Una settimana più tardi mi trovavo da un collega palestinese e il suo assistente ci ha offerto un “caffè arabo”. Era esattamente uguale alla bevanda turca e a quella greca, ma chi ce lo serviva insisteva che si trattava di “caffè arabo”.

Per la verità era un po’ meglio, perché avevo chiesto un po’ di hal (cardamomo), che l’assistente aveva volentieri portato in tavola e aggiunto al caffè.

Mi è anche capitato di bere del “caffè egiziano” e del “caffè libanese”. In Israele siamo soliti ordinare un “turco piccolo” o un “turco grande”. Sarà, ma personalmente sono convinto che sono uguali: vengono tutti da una cuccuma finjan molto simile.

Le differenze, quando ci sono, dipendono dalla bravura, dalla creatività e dal tocco finale della singola persona che lo prepara. In tutti i casi gli intenditori devono essere pazienti e lasciare che il caffè bolla diverse volte prima che sia pronto per una gradevole degustazione.

L’interpretazione della storia del caffè turco-arabo-greco è lasciata al lettore.

Per quanto mi riguarda, posso dire d’averne tratto due ammaestramenti principali.

1) Le somiglianze in fatto di modo di vivere, mentalità, costumi e vita quotidiana nel Mediterraneo orientale sono innegabili. Anche se le sfumature vengono enfatizzate. E ci si differenzia orgogliosamente sulle definizioni.

2) Anche se cinquecento anni di uccisioni lasciano effettivamente un sedimento di “antipatia”, gli ex nemici alla fine imparano a vivere insieme, fianco a fianco.

Bere caffè insieme fin da adesso

Per quanto riguarda israeliani e palestinesi. Non dobbiamo per forza aspettare altri quattrocento anni tenendoci per la gola: iniziamo a bere il caffè insieme fin da adesso.

Davanti a una bollente cuccuma finjan, sorseggiando un buon caffè, potremo amabilmente discutere della sua definizione.

 

Un caffè con Tim Cook vale più di 600.000 dollari, pari a 462.000 €

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MILANO – Quanto sareste disposti a spendere per un caffè in compagnia di Tim Cook all’ interno della sede di Apple? Non c’è dubbio che tra gli utenti Apple più facoltosi ci possa essere qualcuno capace di pagare cifre folli pur di avere l’ opportunità di conoscere e scambiare le proprie opinioni con il ceo dell’ azienda di Cupertino, ma stando ad una recente asta di beneficenza, anche parlare di follia sembrerebbe essere decisamente riduttivo.

Tim Cook per beneficienza

Si tratta di un’ iniziativa avanzata dal sito di aste online ChairityBuzz che, tra le diverse proposte volte a raccogliere fondi destinati alla beneficenza, ha recentemente inserito un caffè con il numero uno di Apple all’ interno della sede di Cupertino. Più precisamente, il vincitore dell’ asta avrà diritto ad un incontro della durata di 30-60 minuti con Tim Cook valido per due persone che potrà essere programmato entro un anno dalla scadenza dell’ asta. Non è, inoltre, consentito rimettere all’ asta il diritto maturato.

Volano le cifre da record

Se la cifra di 50.000 $ stimata dagli organizzatori sembrava già essere più che discutibile, però, appare quasi inspiegabile quella raggiunta in queste ore ad ancora 17 giorni dalla chiusura dell’ asta. Con ben 86 offerte al rialzo, infatti, il prezzo attualmente richiesto per l’ incontro con il Ceo di Apple ha superato l’ incredibile cifra di 600.000 $, quasi 462.000 euro, ma il timore, tutt’ altro che ingiustificato, è che quella raggiunta il prossimo 14 Maggio possa addirittura sforare il milione di dollari. Insomma, potrà anche essere per una giusta causa, ma spendere cifre del genere per passare qualche minuto insieme al CEO di Apple onestamente non sembra essere il modo migliore per investire il proprio denaro.

Massimo Zanetti da imprenditore a politico si candida come sindaco di Treviso

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TREVISO – Massimo Zanetti, 65 anni, patron di Segafredo e già senatore di Forza Italia che ha raggruppato le forze centriste del territorio, è in corsa per la carica di sindaco di Treviso per il quale si vota a fine maggio. Zanetti concorre ad una poltrona per la quale sono in corsa sei candidati. Perché sei sono le liste che hanno presentato i propri simboli per concorrere alla carica di primo cittadino nella prossime elezioni comunali.

Torna l’eterno Giancarlo Gentilini, 84 anni il prossimo 3 agosto, che è pronto a scendere in campo anche da solo, ha poi raccolto l’investitura ufficiale di Lega Nord e Pdl. A sfidare lo sceriffo l’avvocato Giovanni Manildo, 43 anni, ex segretario cittadino del Pd, che raggruppa 5 liste del centrosinistra.

Zanetti in politica

Quindi l’incognita Alessandro Gnocchi, 38 anni, candidato del Movimento Cinque Stelle. Poi l’ex assessore comunale alle Attività produttive Beppe Mauro che si presenta con la lista Grande Treviso.

Indipendenza Veneta punta invece sulla giovane Alessia Bellon. Mentre le liste associate ai candidati sono ben 18.

Caribou Coffee su Facebook: «Non fare finta che il problema non esista»

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La pagina facebook di Caribou coffee
La pagina facebook di Caribou coffee

MILANO – Caribou Coffee è una catena di caffetterie nata negli Stati Uniti all’inizio degli anni Novanta. In vent’anni si è espansa su tutto il territorio nazionale, costruendo un impero secondo solo al colosso Starbucks. Ma le cose non sono andate troppo bene e nel 2012 l’azienda è stata comprata da una compagnia tedesca. Inevitabilmente, Caribou Coffee ha annunciato la chiusura di 88 store in tutti gli Stati Uniti, con il conseguente licenziamento di quasi mille persone entro il 2014.

Questo succedeva qualche settimana fa: la chiusura è stata annunciata con un comunicato stampa ufficiale il 5 aprile. Mille persone che perdono il lavoro tutte insieme sono tante. Fa paura anche solo l’annuncio. Non è stato il comunicato stampa a far scoppiare la bomba: probabilmente molte delle persone interessate e le rispettive famiglie lo sapevano o lo sospettavano già da qualche tempo. E quando un’azienda annuncia tagli, il clima si fa presto bollente. Anche sui social.

Caribou Coffee, lo scorso 8 aprile sulla pagina Facebook di inaugura la settimana con il classico “post del lunedì”

Una bella foto di un bagel con l’invito ai clienti a dire la propria sul nuovo prodotto: Foto: SocialMediaToday. [“Avete provato la nostra colazione con il bagel? Cosa ne pensate?” – “Il minimo che potreste fare per mostrare rispetto ai dipendenti che stanno perdendo il lavoro è smetterla con questi post. A nessuno interessano le vostre promozioni. Ci interessa degli amici che non hanno più una busta paga.

Per favore, smettetela con questi update”] I commenti negativi non finiscono qui, tanto che l’admin della pagina decide di cancellare il post. Non serve a un granché, però. I fan di Caribou Coffee – tra cui molti parenti e amici dei futuri disoccupati – prendono d’assalto la pagina per esprimere tutto il proprio dissenso con le scelte aziendali.

Ancora oggi, a tre settimane di distanza dall’annuncio dei licenziamenti, ogni singolo post riceve commenti di biasimo e non solo per via dei licenziamenti

Molti clienti, infatti, sono semplicemente scontenti del fatto che la loro caffetteria preferita non esiste più. [Fonte: Forbes] Ora. Tutti siamo su Facebook e il mondo è piccolo. Ognuno dei tuoi fan può potenzialmente essere un parente o un amico di uno dei tuoi esuberi. E in un periodo di crisi come questo l’annuncio di un maxi licenziamento non può essere certo accolto da cori di cherubini.

In questo caso Caribou Coffee non ha sbagliato a gestire la crisi sui social

Ha semplicemente negato di avere un problema facendo sistematicamente finta di niente e, in fin dei conti, rifiutandosi di comunicare con i propri fan. Più il social media manager si intestardisce a pubblicare foto di cappuccini e a stimolare l’engagement dei fan più questi continuano a esprimere tutto il proprio disagio. L’incantesimo che fa funzionare l’idillio tra il brand e i suoi fedelissimi si è rotto: è rimasto un estenuante dialogo tra sordi, dove gli obiettivi comunicativi dell’azienda e le necessità dei clienti procedono su due binari paralleli non solo senza mai incontrarsi ma, addirittura, tappandosi vicendevolmente la bocca.

Era inevitabile che l’annuncio della chiusura di così tanti punti vendita con il conseguente licenziamento di così tanti dipendenti si ripercuotesse anche sui social media: Caribou Coffee avrebbe dovuto prendere in considerazione l’idea di usare i social per instaurare un vero dialogo con i propri fan e clienti, spiegando nei limiti dei possibile la situazione dell’azienda. La strategia adottata, invece, è stata quella tipica dei media top-down, dove la comunicazione è a senso unico.

Peccato solo che su Facebook gli utenti abbiano la facoltà di interagire con il brand – guarda caso, è fatto apposta – e che questi siano riusciti a far capire forte e chiaro quale fosse l’argomento di cui volessero realmente parlare. E, purtroppo, l’argomento in questione non erano i bagel. Lesson Learned: Azienda, cosa ci stai a fare sui social se poi non comunichi davvero? Comunicare sui social media non significa solo pubblicare belle foto e sperare di ricevere tanti like, ma gestire al meglio il rapporto con i tuoi clienti, anche e soprattutto quando l’azienda sta attraversando un periodo di crisi.

L’autrice dell’articolo: Valentina Spotti Nasce nel 1984 e vede per la prima volta una pagina web sul finire degli anni Novanta: ci rimane male perché si immaginava chissà cosa. Poi vennero i blog, YouTube e i social network, e nel 2009 una tesi sulla costruzione della reputazione in Rete la porta alla laurea in Scienze della Comunicazione. Per un certo periodo si è occupata di Media Education in quel di Bruxelles, poi è tornata a Milano ed è diventata web editor.

Fenomenologia del caffè mediorientale per nemici di lunga data

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Caffè greco
Il caffè greco

MILANO – Il mese scorso ho commesso un errore politicamente scorretto: ho ordinato un “caffè turco” in un bar di Ioannina, vivace città dell’Epiro, in Grecia. L’amichevole cameriere è diventato per un momento meno amichevole e ha detto: “Abbiamo solo caffè greco”, cosa che ho accettato di buon grado. Ebbene, era esattamente uguale al consueto caffè turco. Più tardi gli ho chiesto di questa sua insistenza sul caffè greco, e lui ha ribadito il concetto: “In Grecia, niente caffè turco”, accompagnandolo con un certo numero di commenti sprezzanti su chi oggi governa in Asia Minore.

Ho discusso l’episodio con diversi amici greci nel corso di un lungo pranzo pre-Quaresima a base di frutti di mare, e loro mi hanno rispiegato che la Grecia era sotto occupazione ottomana già prima del 1453, quando gli Ottomani completarono la loro conquista dell’Impero Bizantino, e vi rimase fino alla guerra d’indipendenza greca del 1821. Anche dopo l’indipendenza, il conflitto greco-turco è continuato, alimentato dall’aspirazione dei greci di far rivivere la “Grande Bisanzio” e dalla presenza di milioni di greci in Asia Minore.

Caffè greco e caffè turco: uno scontro finale e decisivo si ebbe dopo la prima guerra mondiale

Quando la Grecia tentò di prendere l’Asia Minore, che per i Turchi rappresenta il cuore della loro patria. In seguito alla sconfitta greca, milioni di greci che vivevano a Smirne (Izmir per i turchi) e in altre regioni dell’Anatolia vennero espulsi dai turchi e si riversarono in Grecia. Questa ondata di profughi, molti dei quali in possesso soltanto dei vestiti che avevano addosso, gravarono sulla già precaria situazione economica della Grecia nel primo dopo-guerra, ulteriormente peggiorata con la grande depressione mondiale.

Cinquecento anni di crudeltà, schermaglie e spargimenti di sangue culminarono in uno scontro finale disastroso. Oggi, novant’anni dopo, molti greci continuano a provare (a dir poco) avversione verso i turchi, ma entrambi fanno parte dello spazio economico e politico europeo, in cui condividono molti interessi, e vivono in pace gli uni con agli altri. Nelle foto: il “monumento” alla cuccuma finjan nel villaggio arabo-druso di Pek’in (in Alta Galilea, Israele) e, subito sotto, un pacchetto di caffè “turco” israeliano Una settimana più tardi mi trovavo da un collega palestinese e il suo assistente ci ha offerto un “caffè arabo”.

Era esattamente uguale alla bevanda turca e al caffè greco, ma chi ce lo serviva insisteva che si trattava di “caffè arabo”

Per la verità era un po’ meglio, perché avevo chiesto un po’ di hal (cardamomo), che l’assistente aveva volentieri portato in tavola e aggiunto al caffè. Mi è anche capitato di bere del “caffè egiziano” e del “caffè libanese”. In Israele siamo soliti ordinare un “turco piccolo” o un “turco grande”. Sarà, ma personalmente sono convinto che sono uguali: vengono tutti da una cuccuma finjan molto simile. Le differenze, quando ci sono, dipendono dalla bravura, dalla creatività e dal tocco finale della singola persona che lo prepara. In tutti i casi gli intenditori devono essere pazienti e lasciare che il caffè bolla diverse volte prima che sia pronto per una gradevole degustazione.

L’interpretazione della storia del caffè turco-arabo-greco è lasciata al lettore

Per quanto mi riguarda, posso dire d’averne tratto due ammaestramenti principali. 1) Le somiglianze in fatto di modo di vivere, mentalità, costumi e vita quotidiana nel Mediterraneo orientale sono innegabili, anche se le sfumature vengono enfatizzate e ci si differenzia orgogliosamente sulle definizioni.

2) Anche se cinquecento anni di uccisioni lasciano effettivamente un sedimento di “antipatia”, gli ex nemici alla fine imparano a vivere insieme, fianco a fianco. Per quanto riguarda israeliani e palestinesi, non dobbiamo per forza aspettare altri quattrocento anni tenendoci per la gola: iniziamo a bere il caffè insieme fin da adesso. Davanti a una bollente cuccuma finjan, sorseggiando un buon caffè, potremo amabilmente discutere della sua definizione.

Fonte Jerusalem Post, 4.4.13

 

Goldman Sachs ridimensiona l’outlook sui prezzi degli Arabica

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Goldman Sachs

MILANO – Cresceranno meno del previsto i prezzi degli arabica. Questa la previsione di Goldman Sachs, che in un recente report ha ridimensionato l’outlook sulle quotazioni degli arabica alla borsa di New York. La potente banca d’affari americana pronostica un sostanziale appiattimento verso il basso delle quotazioni del contratto “C”, con una previsione di 145 centesimi per libbra sia a 3 che a 6 e 12 mesi. La precedente stima era rispettivamente di 155, 165 e 175 centesimi. A ridimensionare le aspettative di Goldman Sachs il positivo sviluppo del raccolto brasiliano.

Goldman Sachs: le previsioni

Il favorevole regime delle precipitazioni durante il mese di marzo ha contribuito a migliorare ulteriormente le stime, già ottimistiche delineate nei mesi scorsi. Ricordiamo che la prima stima ufficiale Conab (la seconda è attualmente in fase di elaborazione ed è attesa per le prossime settimane) prevede per il 2013/14 un raccolto compreso tra i 47 e i 50,2 milioni di sacchi, in calo contenuto rispetto al dato record di 50,8 milioni di sacchi registrato per l’annata 2012/13.

Accanto alle stime, tradizionalmente molto caute, del minagricoltura di Brasilia, vanno citate le previsioni di varie fonti indipendenti, decisamente più ottimistiche. Adm investors services international, ad esempio, stima il raccolto 2013/14 di 52 milioni di sacchi. La previsione fatta a dicembre dall’autorevole analista indipendente Safras & Mercado era di 49,1-52,3 milioni di sacchi, contro una stima di 54,4 milioni per il 2012/13. Comexim (Comissária Exportadora e Importadora), uno dei più importanti esportatori del Brasile, ha indicato a inizio febbraio il dato di 53,2 milioni di sacchi, di cui 36,4 di arabica.

Il migliorato outlook per il raccolto brasiliano dovrebbe compensare il calo produttivo previsto invece in America centrale, per effetto del diffondersi epidemico della ruggine del caffè. Risultato: “Il mercato degli arabica sarà probabilmente in lieve deficit o potrebbe addirittura rimanere in equilibrio” scrive nel report l’analista Damien Courvalin. Ulteriori tagli alle stime produttive in America centrale potrebbero “fornire un modesto supporto ai prezzi”, ma va anche tenuto conto delle scorte di riporto dal precedente raccolto brasiliano che “peseranno sui prezzi nei mesi a venire” sostiene ancora Goldman Sachs.

Sempre secondo S&M, i produttori brasiliani avevano commercializzato, alla data del 31 marzo 2013, il 75% del raccolto, contro l’86% alla stessa data dello scorso anno. Previsioni sfavorevoli giungono invece dal Messico, dove fonti ufficiali del ministero dell’agricoltura prevedono, per il 2012/13, un raccolto di 3,9 milioni di sacchi, in calo del 10% circa rispetto al dato del 2011/12. Il direttore della divisione produttività e sviluppo tecnico del dicastero messicano Belisario Dominguez ha dichiarato a Reuters che tale evoluzione negativa dipende soltanto parzialmente dalla ruggine del caffè e che tra i fattori penalizzanti vanno annoverate anche l’età avanzata delle piantagioni e la mancanza di fertilizzazione adeguata.

Il ridimensionamento è notevole se si pensa che, ancora a febbraio, Città del Messico prevedeva un raccolto di 5,2 milioni di sacchi

In crescita di oltre il 20% sull’anno precedente. Sul fronte roya, la campagna anti epidemica lanciata inizialmente in Chiapas, Veracruz, Puebla e Oaxaca è stata estesa a una dozzina di stati su un totale di 110mila ettari di piantagioni. Le autorità stanno monitorando con continuità il fenomeno e valutando l’introduzione di nuove varietà resistenti alla malattia.

Il rinnovo delle piantagioni potrebbe avvenire nell’arco di un quinquennio, ha dichiarato Dominguez. Intanto, i dati diffusi dall’Associazione messicana della catena produttiva del caffè (Amecafé) indicano che l’export ha subito in marzo un calo del 5,7% rispetto allo stesso mese del 2012, risultando pari a 344.906 sacchi da 60 kg. Rimane comunque ampiamente positivo l’andamento del primo semestre 2012/13, durante il quale gli imbarchi hanno raggiunto un totale di 1,62 milioni di sacchi, in crescita del 20,57% sul pari periodo dell’annata caffearia trascorsa.

Host: 18-22 ottobre a FieraMilano, 1.500 buyer da tutto il mondo

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host

MILANO – Con 1.600 aziende attese da 45 Paesi, l’edizione 2013 di Host — fiera milanese sui temi dell’ospitalità — punterà con forza sull’internazionalità. Confermando così la tendenza di questo settore (come di molti altri dell’economia italiana in questo periodo) a guardare sempre più fuori dall’Italia, verso i Paesi che conservano ancora ritmi di crescita interessanti. A favorire il dialogo tra le decine di lingue nazionali sarà un accurato programma di match-making tra le aziende presenti e i 1.500 hosted buyer provenienti da tutti i mercati, in particolare dai Paesi del Medio Oriente, dal Nord e Sud America, dalla Russia e dagli Stati Uniti.

Host: l’appuntamento con il Salone, che si svilupperà su una superficie espositiva di 100mila metri quadri netti

E’ da venerdì 18 a martedì 22 ottobre prossimi presso il quartiere fieramilano a Rho. Lo stesso clima cosmopolita si respira nel riconfermato accordo con Fcsi (Foodservice Consultants Society International), associazione globale che annovera tra le sua fila consulenti esperti nello sviluppo, progettazione e pianificazione. A Host 2013 Fcsi organizzerà seminari specializzati, che spazieranno dalla consulenza e l’utilizzo degli strumenti social media alle nuove opportunità di business dei nuovi mercati, dall’organizzazione di grandi eventi fino alla sostenibilità e la green economy.

Coinvolgeranno protagonisti da tutto il mondo anche i due award organizzati da Host in collaborazione con Poli. design, consorzio per la promozione del design del Politecnico di Milano

HOSThinking è il riconoscimento che premierà i migliori progetti in grado di esprimere l’evoluzione delle tendenze nell’ambito dell’ospitalità professionale e dei nuovi spazi ibridi di consumo e di vendita. Mentre SMART Label è il “bollino intelligente” che verrà distribuito durante Host 2013 a tutti i prodotti, servizi o progetti partecipanti alla fiera che si distingueranno per caratteristiche innovative, selezionati secondo severi criteri di funziona-lità, tecnologie, sostenibilità ambientale, etica o risvolti sociali.

Host sta portando la presenza degli operatori direttamente sui principali mercati emergenti con Food Hospitality World, rassegna nata dalla collaborazione con TuttoFood (il salone dell’agroalimentare di Milano), che farà tappa in India (a Bangalore) dal 12 al 14 giugno e in Cina (a Guangzhou) dal 12 al 14 settembre prossimi. Fonte: la Repubblica

Costa Coffee si prepara all’apertura di una location a Parigi

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kraft foods caffetterie a marchio costa coffee kraft
Un locale della catena inglese Costa Coffee (Wikimedia Commons)

MILANO – Le insegne di Costa Coffee si accenderanno presto nella Ville Lumière. Lo indicano voci e indiscrezioni secondo le quali un importante immobiliarista britannico sarebbe alla ricerca di spazi commerciali in location di prestigio della capitale francese per conto della popolare catena inglese. I diretti interessati non hanno voluto commentare la notizia. Costa ha comunque confermato, per mezzo di un suo portavoce, l’imminente inaugurazione di un locale all’interno dell’aeroporto di Nizza, che andrà ad aggiungersi alla caffetteria già aperta in Francia in un altro importante snodo di traffico: la Gare de Lyon, una delle principali stazioni ferroviarie parigine.

Costa: prosegue intanto l’espansione in India

– dove Costa opera dal 2005, grazie alla joint-venture con il partner locale Devyani International Limited, e conta attualmente oltre un centinaio di locali nelle principali metropoli e più di 1.500 dipendenti.

Lo scorso mese è stato aperto il primo locale a Chennai, capitale dello stato di Tamil Nadu

Città nella quale Costa intende attivare altri cinque locali entro la fine dell’anno. La catena inglese punta a triplicare la sua presenza in India entro il 2015-16.

Dersut Caffè dà nuova vita a un palazzo storico mantovano con la caffetteria

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dersut caffè

MANTOVA – Torna a rivivere un palazzo storico del centro di Mantova, da tempo abbandonato, con l’aiuto di Dersut Caffè. Si tratta di quell’edificio austero che si affaccia su via Roma e che fino a una decina di anni fa era la sede della Banca commerciale italiana. Da tempo l’immobile è oggetto di lavori di ristrutturazione per riconvertirlo in negozi (al primo piano) e in uffici e appartamenti a quello superiore, che sono in fase di conclusione.

Dopo anni di vuoto, il palazzo di marmo, che mette a disposizione una superficie complessiva di 1.500 metri quadrati, tornerà a riempirsi di facce e di cose. Una libreria, un ristorante, un caffè e un ufficio di rappresentanza di un grosso gruppo di informatica sono pronti ad occupare uno spazio che, quando c’era la banca, era molto ambito per la sua centralità.

Dersut Caffè nuovi ospiti del palazzo

A «scovare» i nuovi inquilini o proprietari (ancora non è dato sapere a che titolo ognuno vi entrerà) è stato Piero Franzon per conto del Centro immobiliare mantovano. È a lui che la proprietà dell’immobile, la Virus srl con sede a Viadana (soci i parmensi Adiconsult e Fiduciaria Poldi Allai), si è affidata. Franzon fa il punto della situazione e annuncia l’arrivo, nei quattro negozi del piano terra, della Feltrinelli, attualmente sotto i portici di corso Umberto, di Dersut caffè, un gruppo del nord est che a Verona vanta già tre locali di tendenza e si prepara a sbarcare per la prima volta nel Mantovano:

«Questi – dice l’intermediario – sono quelli sicuri, di cui posso fare il nome; poi arriverà un ristorante italiano specializzato nella cucina del pesce e, se riusciremo, è pronto anche un grosso informatico che ci ha manifestato il suo interesse, ma con il quale non abbiamo ancora nulla di scritto».

Entro settembre verranno consegnati i negozi al grezzo, il che significa che poi ogni azienda personalizzerà il proprio spazio con gli arredi

Entro fine anno toccherà ad appartamenti e uffici. La Feltrinelli sarà la prima ad aprire a ottobre; i metri a disposizione saranno meno degli attuali in corso Umberto. A stretto giro dovrebbe alzare le saracinesche la nuova caffetteria della catena Dersut. Per un edificio che torna a vivere però c’è un altro vuoto che rischia di aprirsi: è l’ampio spazio che la Feltrinelli lascia libero in corso Umberto. Il futuro dell’attuale sede della libreria è tutto da immaginare. Fonte: La Gazzetta di Mantova

A Valenzatico c’è Ashoka, miscela 100% di arabica dell’India di OrientalCaffè

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L'assaggio di Ashoka
L'assaggio di Ashoka

VALENZATICO (Pistoia) – C’è ancora chi si avventura nella preparazione di miscele di caffè raffinati: una storia da raccontare. Si chiama “Ashoka”, è una nuova miscela di caffè 100% arabica dall’India, corposa e decisa dalla crema uniforme e di notevole aromaticità. Eccola qua l’ultima idea di Samuele e Sandro Bonacchi, titolari dell’OrientalCaffè, l’azienda quarratina che opera nel settore della torrefazione di caffè.

Ashoka (disponibile anche in cialde) è stata presentata nella cornice della Veranda di Cristallo di Villa Zaccanti

Una presentazione in grande stile, alla presenza di esperti del settore e di tanti amanti della polvere nera. Per l’occasione Claudio e David gli chef di Villa Zaccanti avevano preparato un menù dove l’attore principale è stato proprio il caffè. La degustazione di Ashoka (foto Giovanni Fedi) di Marco Angioli “Siamo soddisfatti – hanno detto Samuele e Sandro Bonacchi – di quello che abbiamo realizzato. Nei giorni scorsi abbiamo ricevuto i complimenti da parte di grandi esperti del settore. Le caratteristiche tecniche sono di una miscela 100% arabica di importante struttura dove emerge il carattere particolarmente cioccolatato del caffè indiano.

L’analisi sensoriale parla di una buona vena di mandorle e cereali, gradevole l’amaro del retrogusto di cacao mitigato da sensori fruttati”.

Adesso la parola spetta ai clienti e naturalmente i Bonacchi brother’s si augurano di ricevere anche da loro parole positive. Ma da cosa deriva il nome “Ashoka”.

Ashoka era un sovrano dell’impero Maurya, vissuto tra il 304 e il 232 avanti Cristo. Dopo diverse conquiste militari regnò su un territorio del subcontinente indiano, l’odierno Afghanistan, parte della Persia (Iran), Bengala (oggi diviso tra India e Bangladesh) e Assam. Dunque anche un riferimento storico-culturale per questo prodotto.

OrientalCaffè protagonista a Villa Zaccanti (foto G. Fedi) Al termine della serata c’è stato anche spazio per la solidarietà

Attraverso l’acquisto di pacchetti di caffè le persone presenti hanno donato un contribuito alla Fondazione “Cure2Children” che aiuta i bambini con malattie gravi nei paesi in via di sviluppo ad avere la migliore assistenza direttamente nel loro paese. OrientalCaffè, collabora attivamente con questa fondazione grazie alla collaborazione con la formazione dilettantistica C.A. Montemurlo, presente con dirigenti e numerosi atleti. Tutto questo dimostra che qualità e solidarietà sono due parole sostenibili e possono regalare progetti importanti. Le donazioni proseguiranno nel corso della rassegna enogastronomica “Benedetta Primavera” che si svolgerà a Villa Zaccanti nelle prossime settimane.