giovedì 22 Febbraio 2024
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Giacomo Vannelli, è il re del brewing: “Ho portato in gara 2 Geisha colombiani”

Il campione italiano pensa già alla prossima tappa: "Melbourne non è poi così lontana e settembre arriva presto: fondamentale sarà preparare questa prova nel modo migliore per essere competitivi e rappresentare al meglio l’Italia."

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RIMINI – Giacomo Vannelli, barista, torrefattore, già arrivato ai mondiali baristi di Boston nel 2019 sfiorando la finale e ora campione italiano brewing. A Sigep ha conquistato la giuria con la sua performance, distinguendosi da Sasha Stefani. Terza, Lisa Zancarelli.

Qual è stata la sua preparazione e il segreto dietro questo nuovo trofeo, ce l’ha spiegato direttamente lui, intanto che rientrava a casa dalla fiera verso la sua Vannelli Coffee, sognando già il prossimo mondiale.

La San Marco

Giacomo Vannelli non è alle prime armi con i campionati, stavolta però si è cimentato con il brewing e ha vinto il primo posto sul podio: perché ha scelto questa categoria e che cosa ha provato sentendo fare il suo nome da vincitore?

“Mettersi in gioco è sempre molto stimolante, soprattutto quando si esce dalla propria “confort zone”. Negli ultimi 12 mesi ho lavorato molto con l’azienda Sanremo nello sviluppo del nuovo macinacaffè X-One e questo progetto è stato fondamentale per capire ancora più approfonditamente il mondo del particolato e del brewing. Ovviamente sentire il proprio nome come primo classificato fa sempre molto piacere.”

Come e con chi si è preparato? È stato più difficile rispetto alla gara da barista?

“È stato un lavoro di squadra, molte persone mi hanno supportato ed aiutato. Ringrazio sicuramente tutto il team di Vannelli Coffee, mio fratello Pietro che ha tostato i caffè portati in gara, Barbara, la nostra brand manager. Un ringraziamento alla mia compagna Monica e a tutta la mia famiglia per essermi stati vicini sempre.

Triestespresso
Giacomo Vannelli con il coach Alessandro Galtieri, (foto concessa da Giacomo Vannelli)

Un ringraziamento speciale va sicuramente ad Alessandro Galtieri che è stato il mio coach e Cristina Caroli. Hanno fatto un lavoro incredibile. Tutti sono stati parte di questo successo.

Per quanto riguarda il paragone tra le due categorie, la gara brewers è molto diversa da quella baristi: a livello organizzativo è sicuramente più semplice, ma a livello tecnico, nell’attenzione ai dettagli, per quanto riguarda l’analisi sensoriale e la replicabilità delle tazze, è una prova difficilissima. Molto più di quanto mi aspettassi.”

La fase del compulsory è quella decisiva e più complessa da gestire, con un caffè che non si conosce: come la ha affrontata e com’è andata?

Vannelli durante la prova, @micheleilluzziphoto e @lucarinaldi.ciao

“La fase compusory è andata molto bene, ed è quella dalle mille insidie. Non potendo gestire né conoscere molte variabili come l’acqua, il macinacaffè e la materia prima, ottenere un buon risultato in poco tempo non è facile. Ci siamo allenati però per cercare di dare il massimo e ci siamo riusciti.”

Mentre la seconda prova? Ci racconta la sua performance?

“La gara open è quella che più mi rispecchia, faccia a faccia con il pubblico, sorridente e felice nel raccontare i miei caffè ai giudici e di condividere la mia idea di speciality coffee.

In pedana ho portato due caffè colombiani. Il primo è un Geisha molto particolare della Finca El Paradiso. Una doppia fermentazione aerobica e anaerobica più un lavaggio con thermal shock. L’altro arriva dalla Finca la Estrella, un Geisha con un processo naturale.

Il blend tra questi due caffè mi restituiva un risultato incredibile dove emergevano aromi di: vaniglia, lampone e fiori dì arancio. In tazza invece emerge una dolcezza incredibile con flavours dì frutta rossa come mela e lampone e anche di pera e melone bianco. Più il caffè si raffreddava e poi diventava bilanciato e complesso”.

Cosa secondo lei ha convinto la giuria sul verdetto finale?

“I giudici sono tutti professionisti molto preparati e veri amanti del caffè. Il loro impegno nelle gare spesso non viene capito ma è incredibile e anche molto difficile. Ho cercato di essere il più perfetto possibile tecnicamente e di essere preciso nel descrivere le tazze. Credo che chi ha valutato abbia apprezzato soprattutto la dolcezza e la ricerca al bilanciamento in tazza.”

Quanto il suo lavoro quotidiano alla Vannelli Coffee ha inciso secondo lei per questo risultato?

“Il mio lavoro quotidiano in Vannelli coffee è fondamentale per migliorare e per cercare di alzare sempre di più l’asticella. Siamo un team giovane che si impegna molto per raggiungere nuovi risultati. Cerchiamo di dare valore a quello che facciamo, di rispettare la materia prima e di diffondere sempre di più lo speciality coffee in Italia e nel mondo.”

È difficile spingere lo specialty da torrefattore? Le cose stanno cambiando? Magari grazie anche alle competizioni

“E’ molto difficile essere un micro torrefattore in Italia, soprattutto se si tratta lo specialty, ma giorno dopo giorno le cose stanno cambiando e ci sono sempre più nuove realtà. È importante essere una community ed avere obiettivi comuni. A tale proposito infatti, sto seguendo un nuovo progetto di caffetteria a Milano che aprirà a maggio e vorrà essere promotore delle piccole realtà di specialty coffees. L’obiettivo è di creare una community di caffè più consapevole e coinvolta. Per questo non sarà una caffetteria mono marca o legata a qualche micro roastery, bensì uno spazio dove molte realtà possono trovare spazio e voce per esprimere il proprio messaggio “specialty”.

Prossima tappa, il mondiale. Sensazioni?

“È sempre bellissimo partecipare ad un mondiale, sono sensazioni uniche e difficile da descrivere. Melbourne non è poi così lontana e settembre arriva presto: fondamentale sarà preparare questa prova nel modo migliore per essere competitivi e rappresentare al meglio l’Italia.”

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