martedì 20 Gennaio 2026
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Lattuada: “Il caffè in Italia è espressamente ignorante”

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Andrea Lattuada espresso martini
Andrea Lattuada svela i retroscena di uno dei cocktail più consumati al mondo

MILANO – Andrea Lattuada, coordinatore Scae Italia, ci ha segnalato un articolo scritto da Sara Uliana per il sito www.lenuovemamme.it che affronta il tema della preparazione del barista, senza giri di parole. E giudica molto negativamente il recente cambio di torrefatto nella più grande catena di bar in Italia. Siamo certi che susciterà l’interesse degli addetti ai lavori. E magari qualche opinione differente.

Lattuada: “Non c’è niente di più semplice che entrare in un bar e chiedere un caffè. Quante volte lo facciamo in una settimana? “

È un gesto abituale quasi quanto pettinarsi alla mattina. Prima di arrivare in ufficio, dopo aver accompagnato i bambini a scuola o anche solo in una pausa casalinga, tra la sistemazione delle camere e la pulizia del bagno.

Che cosa stiamo bevendo veramente?

Noi italiani ci sentiamo la patria della tazzina. Forti della nostra tradizione e sicuri di quello che stiamo consumando. Abbiamo ditte storiche, in roccaforti della tradizione della torrefazione.

Chi veramente produce la materia prima?

Nel nostro Paese non viene raccolto nemmeno un chicco. Non producendo la materia prima forse è azzardato considerarsi all’avanguardia e forti di una tradizione che, effettivamente, non nasce qui. Sento puzza di borsa fatta in Cina, assemblata negli stabilimenti toscani e marchiata “made in Italy”. Che poi in negozio paghiamo un botto e sfoggiamo come se fosse frutto di artigianato locale.

Chi è poi quell’uomo che, prima di servircelo al banco, ha valutato bene cosa acquistare?

Continua Lattuada: Mi viene il dubbio che il barista non sia una persona veramente informata sul prodotto che vende, ma piuttosto sia attratto dalle offerte commerciali del settore. Ci vorrebbe un cambiamento nel modo stesso di pensare, una trasformazione simile al mondo del vino dove il consumatore finale si è trasformato in sommelier casalingo.

Conoscendo il prodotto, è consapevole di quello che vuole e, di conseguenza, il mercato si adatta a un pubblico esigente alzando lo standard. Altro campanello d’allarme che mi fa dubitare della nostra approfondita conoscenza è il modo stesso in cui nominiamo il caffè.

Siamo attratti dalla marca non dalla provenienza (nel caso del vino chiediamo prima l’uvaggio e successivamente il nome della cantina e magari l’annata). È  come dire che se gli eschimesi hanno tanti modi diversi di definire la neve, un motivo sicuramente c’è. Noi con “espresso” indichiamo tutto e niente.

Lattuada provoca: avete mai fatto caso a quello che sta succedendo ora nella più famosa catena di bar ristoranti lungo le nostre autostrade?

Chi viaggia per lavoro si sarà sicuramente accorto del cambio di marca nel più diffuso bar italiano. Questa nuova politica fa vedere al consumatore finale il caffè in bella mostra e invita a sentirne l’aroma.

Sopra al bancone trovare un bellissimo plexiglass trasparente con i chicchi che stanno usando per preparare il vostro espresso. Io non ho tanta esperienza del settore, ma un minimo di formazione chimica ancora mi è rimasta.

Fidatevi, quei chicchi sono di una qualità bassissima. È come dire che ci vendono un prodotto discutibile e noi nemmeno ce ne rendiamo conto.

È il momento di cambiare e non farci prendere per il naso, in tutti i sensi. Facciamoci delle domande e poniamole alle persone giuste. Non possiamo farci fregare così palesemente.

di Sara Uliana, giornalista del sito www.lenuovemamme.it

Allarme in gelateria: raccolti di vaniglia scarsi, verso rincari del cono

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gelato ufficio vaniglia
Una coppa di gelato

MILANO – Potrebbe sembrare l’ennesimo allarme prezzi di stagione: il gelato rischia rincari. Ma non è (solo) questo. In tutto il mondo c’è una penuria di bastoncini di vaniglia. Usata anche in medicina e cosmetica, la vaniglia è una delle spezie più costose, seconda solo allo zafferano. In finanza, nell’ormai fantasioso mondo delle opzioni e in quello delle obbligazioni o di altri strumenti, la (plain) vanilla viene indicata come esempio di tradizione e semplicità. Idem in cucina, specialmente in gelateria, dove non esiste gelato, budino, torta o cioccolato degni di essere chiamati tali, senza il tocco di vaniglia.

Vaniglia scarsa: il settore soffre

Succede che quest’anno i raccolti della pianta che produce la preziosa spezia in Messico e India (tra i maggiori produttori assieme al Madagascar) sono stati scarsi. E così, come riporta la rivista alimentare The Grocer, i commercianti hanno fatto incetta in anticipo dei raccolti. Il problema è che, secondo quanto spiega la stessa rivista, dato che la produzione è concentrata in così pochi Paesi, qualsiasi cambiamento nei raccolti, può portare a un rincaro dei prezzi. Ecco allora che il prezzo della vaniglia è già salito da 25 a 30 dollari al chilo, dopo che per sei anni era rimasto fermo a 25.

Tra le conseguenze, il rincaro dei prezzi del gelato

Sempre che venga utilizzata la spezia vera e propria e non la molecola aromatica (sintetizzata chimicamente e venduta a basso prezzo) usata da tempo dall’ industria alimentare come surrogato della vaniglia naturale, ma non dagli artigiani della gelateria.

A San Benedetto si festeggia i primi 150 anni del “Caffè Sciarra”

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Caffè Sciarra a San Benedetto del Tronto
Caffè Sciarra a San Benedetto del Tronto

SAN BENEDETTO DEL TRONTO (Ascoli Piceno) – I primi 150 anni del “Caffè Sciarra” di San Benedetto del Tronto festeggiati con una grande torta, decorata con una bella foto d’epoca, dai discendenti dei fondatori e dagli attuali titolari. Michele e Manuela Ciccarelli insieme alla loro mamma Elena Tassi, dal 1992 gestori dello storico Caffè, hanno infatti organizzato una simpatica festa dedicata anche a tutta la clientela, per ricordare, insieme alla storia del locale, la storia della nostra Città dall’Unità d’Italia in poi. Già, perché, a ben guardare, il Caffè Sciarra è praticamente coetaneo dell’Italia Unita!

“In realtà, – ci illustra in proposito Mauro Sciarra, mostrandoci lo storico documento con cui, nell’anno 1962, al proprio avo Giuseppe veniva rilasciata la licenza numero 10 della provincia di Ascoli Piceno – il Caffè è ben più antico ed esisteva già ai tempi di Domenico, padre di Giuseppe, e probabilmente anche prima, quando questo territorio apparteneva ancora al Regno pontificio. Il censimento degli esercizi commerciali, però, con la concessione delle licenze, nel nostro territorio è iniziato solo dopo l’Unità d’Italia, e così la datazione ufficiale del Caffè è necessariamente quella del 1962, anche se certamente esisteva già da molto tempo prima”.

Storia recente del Caffè Sciarra

Mauro Sciarra appartiene alla quarta generazione di una dinastia storica nell’ambito della caffetteria locale anche se, a dire il vero, l’attività è rimasta “in famiglia” solo fino alla terza generazione. Nel 1992, infatti, la gestione è passata alla famiglia Ciccarelli sebbene il nome dell’esercizio sia poi rimasto invariato, a segnare la continuità con un locale che ha accompagnato la storia di San Benedetto del Tronto. È stata proprio la famiglia Ciccarelli, dicevamo, con Michele, Manuela ed Elena Tassi, ad organizzare la festa per i 150 anni del “Caffè Sciarra” e ad essa, oltre ai clienti, hanno partecipato, ospiti d’onore, i discendenti dei fondatori. In particolare, insieme a Mauro, il cugino Giampiero Sciarra e gli altri familiari tra i quali Brunella Paoletti, Alessandra Sciarra e Riccardo Sciarra, hanno ripercorso con la memoria la storia dell’antico locale, da quando rappresentava il punto di riferimento per i lavoratori della marineria fino a quando, nel secondo dopoguerra, ospitava persino incontri politici.

Ecco come il naso dei profumi usa il caffè per ritrovare l’olfatto

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Un naso professionista al lavoro
Un naso professionista al lavoro

MILANO – Qualche sera fa ero a cena con un amico che di mestiere fa il “naso”: si occupa cioè di profumi, dell’arte un po’ alchemica di combinare essenze, cristalli, aromi (mi perdonino lui e i suoi colleghi per le imprecisioni) al fine di produrre profumi destinati all’industria cosmetica, a quella sanitaria eccetera.

Il Naso del caffè alla ricerca dell’olfatto perduto

È lui che mi ha svelato – quanto sono ingenua vittima del capitalismo avanzato! – che spesso il profumo di biscotto appena sfornato che promana dalle confezioni di dolci comprate al supermercato deriva in realtà da un additivo chimico, un aroma aggiunto al prodotto, e non è il frutto naturale del processo di preparazione.

Ed è lui che mi ha rivelato quello che fa un naso quando, dopo qualche ora di lavoro con le essenze più disparate, ha la sensazione di aver perduto l’orientamento olfattivo

Odora polvere di caffè. O anche, semplicemente, fa un giro alla macchinetta e ne beve uno nella tazzina di plastica. Basta per ritrovare la neutralità e poter riprendere a lavorare.

Natascia Camiscia di Universal Caffè: “Con la torrefazione insegniamo l’export”

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natascia camiscia universal caffè moscufo
Natascia Camiscia

PESCARA – Negli ultimi due anni, nonostante la drammatica congiuntura economica, ha ampliato la pianta organica di dieci unità e ha dato vita ad una scuola di formazione professionale, che attira allievi da tutto il Paese. La crisi economica non frena la crescita di Universal Caffè, una storica azienda abruzzese operante da diversi decenni nel settore della torrefazione del caffè, conosciuta in Italia e nel resto del mondo. Lo spiega Natascia Camiscia.

Universal: la storia

La storia di Universal inizia a Pescara nel 1963, quando Raffaele Camiscia apre la sua prima torrefazione artigianale. Rapidamente, grazie alla costante ricerca di miglioramento ed innovazione, l’azienda di famiglia si trasforma in una vera industria del caffè, aprendosi ai mercati internazionali.

Amministrata oggi da Natascia Camiscia, figlia del fondatore, Universal esporta, infatti, i suoi prodotti in 25 Paesi esteri. Nonostante le dimensioni industriali, la filosofia dell’azienda è basata sull’incontro tra tradizione e modernità.

«Negli anni», spiega l’amministratore unico, Natascia Camiscia, «abbiamo percorso la strada dell’innovazione, adeguandoci alle esigenze in continuo cambiamento, senza però stravolgere le tecnologie di base e mantenendo quell’autentica tradizione artigianale».

La tecnologia, l’offerta e le certificazioni

«La tecnologia di cui disponiamo», aggiunge Camiscia, «contribuisce a fare in modo che il processo di lavorazione dia origine a prodotti di qualità, caratterizzati da elevati livelli di salubrità. I chicchi, infatti, da quando arrivano in azienda nei sacchi di juta a quando escono perfettamente confezionati, non entrano mai in contatto con l’ambiente esterno».

L’offerta di Universal è molto varia: dai prodotti per bar e ristoranti a quelli per i consumatori privati, da quelli per la distribuzione automatica a quelli biologici, fino alle cialde, alle capsule e al merchandising.

L’azienda, che conta circa 50 dipendenti distribuiti nei diversi settori, ha sede a Moscufo, in una struttura che, tra produzione e uffici, si estende su oltre 15 mila metri quadri.

Nel corso degli anni, Universal si è dotata di una serie di certificazioni, come la Iso 9001, la Icea (Istituto certificazione di etica ambientale) per la produzione di caffè biologico, e la Nop (National organic program), che consente l’export delle miscele bio negli Stati Uniti.

Il sociale

L’azienda è da sempre impegnata in numerose iniziative no-profit legate al sociale. Ne sono esempio le attività portata avanti in occasione del terremoto del 2009.

Alcuni esempi sono la donazione di caffè e macchine da caffè a diverse tendopoli, la realizzazione, grazie ai finanziamenti di Universal, di un appartamento nella Casa-alloggio dell’Agbe a Pescara, e l’adesione ai progetti equosolidali del circuito internazionale Fair Trade.

Consapevole delle sfide imposte dalla società moderna in continua evoluzione, cinque anni fa, Universal – unica azienda autorizzata a rilasciare nel centro-Sud Italia certificazioni Scae (l’associazione europea specialisti del caffè) – ha dato vita ad una scuola per professionisti.

Quello offerto è un percorso formativo, non soltanto dal punto di vista tecnico, ma anche in termini di consulenza.

Vending, alla Bianchi di Zingonia raggiunto l’accordo sulla cassa integrazione straordinaria

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Logo di Bianchi Vending
Logo di Bianchi Vending

BERGAMO – Da 25 esuberi a un periodo di cassa integrazione straordinaria, con la possibilità di uscite incentivate e volontarie: così si conclude, con la soddisfazione della Fiom-Cgil, la vicenda degli esuberi tra gli impiegati della Bianchi Vending di Zingonia, dove il 1° febbraio scorso era stato annunciato l’avvio di una procedura di mobilità per 25 persone.

Bianchi Vending: l’accordo

Ieri nella sede di Arifl, l’Agenzia Regionale per l’Istruzione, la Formazione e il Lavoro di via Taramelli a Milano, è stato firmato e ratificato l’accordo per una Cassa integrazione per crisi della durata di 12 mesi che interesserà i 25 lavoratori.

Nell’intesa resta aperta anche la possibilità di mobilità volontaria per un anno e fino a 18 posizioni. Alla firma erano presenti rappresentanti di Fiom Cgil, Fim Cisl, le Rsu, Confindustria e un consulente delegato dall’azienda.

Il pensiero di Claudio Ravasio della Fiom Cgil

“Avevamo firmato un’ipotesi di accordo già giovedì 29 marzo, un testo che poi è stato sottoposto ieri mattina al giudizio dell’assemblea dei lavoratori, che ha dato mandato a firmare” spiega Claudio Ravasio della Fiom Cgil di Bergamo.

“Esprimiamo soddisfazione, visto che da 25 licenziamenti siamo riusciti a costruire una gestione degli esuberi che si articolerà con una Cassa straordinaria ed eventuali uscite volontarie”.

Reparti coinvolti di Bianchi Vending

Dopo l’annuncio dell’avvio della procedura di mobilità per i 25 impiegati alla Bianchi Vending era stato proclamato uno sciopero, tenutosi il 16 febbraio.

Le mobilità annunciate il 1° febbraio riguardavano i lavoratori di ufficio amministrazione e controllo, ufficio IT, settore marketing, ufficio commerciale, ricerca e nello sviluppo, Direzione Operation, Risorse Umane, ufficio acquisti ed, infine, logistica e magazzini.

Vending, all’università di Catania spuntano le accise sul caffè

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L'università di Catania
L'università di Catania

MILANO – Caffè più amaro per tutti gli studenti dell”Università di Catania. In seguito alla nuova proposta dello scorso senato accademico, le bevande dei distributori automatici subiranno un aumento di 5 e 10 centesimi. Sembrerebbe proprio una manovra in “stile Monti”: gli aumenti consistono infatti in vere e proprie accise sul caffè.

Sorseggiando un espresso, un cappuccino o un tè caldo ogni studente contribuirà a risanare i conti in rosso dell’ateneo catanese. Liveunict, in attesa di una comunicazione ufficiale del Rettore e dei Presidi di facoltà, ha chiesto spiegazioni alla sovraintendente dell’amministrazione finanziaria dell’università di Catania, la dott.ssa Alice Calamari.

Catania: la spiegazione dell’università

“Non siamo diventati pazzi. La decisione è stata presa in seguito a uno studio sul consumo da parte di caffè da parte di studenti, docenti e personale amministrativo. Si calcola che che ogni giorno nelle facoltà più grandi come Benedettini e Palazzo delle Scienze vengono erogati fino a 700 caffè al giorno.

Applicando una piccola accisa di 5 o 10 cent sarà possibile racimolare fino a 250.000 euro all’anno per ogni facoltà. Gli studenti con un piccolo sacrificio in questo modo potranno autofinanziare la segreterie e parte delle borse di studio”.

Resta il fatto che la decisione, per quanto giustificata, resti discutibile sul piano etico

In questo modo l’Università tratta i propri studenti come vere e proprie macchine “assetate” di caffè.

Rimane inoltre inspiegata la diversa ripartizione delle “accise”: lo stereotipo delle facoltà “ricche”(economia, giurisprudenza, medicina) dove si pagheranno 10 centesimi in più contro le più “povere” facoltà umanistiche è un insulto alla dignità intellettuale di ogni studente.

Cultura del caffè, ora Cambridge sbarca a Trieste

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Libro e cappuccino cambridge
Libro e cappuccino

TRIESTE – L’università di Cambridge sbarca a Trieste. Tempio della formazione accademica e istituzione tra le più nobili e prestigiose al mondo, costantemente ai primi posti – con Oxford, Harvard e Stanford – in tutti i ranking internazionali, l’ateneo britannico è entrato fra gli organizzatori e promotori del master interuniversitario in Economia e scienza del caffè.

Cambridge e Trieste insieme per far cultura

Il corso, di cui è in svolgimento a Trieste la seconda edizione, è sorto per iniziativa della Fondazione Ernesto Illy e della illycaffè, che hanno coagulato dal principio un ventaglio di partner di livello assoluto: le università di Trieste e Udine, la Sissa, il Consorzio di biomedicina molecolare, il distretto del caffè.

A essi si aggiunge ora l’ateneo di Cambridge, attraverso la propria scuola di business. E il primo assaggio del coinvolgimento dell’istituzione britannica avverrà il 23 e 24 maggio con le lezioni di marketing internazionale del professor Eden Yin, uno dei massimi esperti mondiali della materia.

In particolare per quanto concerne le strategie d’internazionalizzazione, l’etica del business e i “prodotti” dell’arte e della cultura si tratta di temi molto vicini al mondo del caffè e in particolare all’azienda triestina e alla fondazione istituita per continuare e sviluppare le idee e l’operato di Ernesto Illy.

Il master in Economia e scienza del caffè

Il master in Economia e scienza del caffè ha preso il via lo scorso anno come un’iniziativa assolutamente «unica nel panorama mondiale», come l’ha definito nella conferenza stampa di presentazione a Bangalore il presidente del Coffee Board dell’India Krishna Rau.

Le peculiarità sono ancor più forti nel panorama universitario italiano, dove l’iniziativa ha realizzato un nuovo modello di collaborazione tra Università e impresa.

Per la prima volta, due atenei – Trieste e Udine – associandosi hanno affidato a una fondazione e a un’azienda privata la gestione di un Master, alla cui pianificazione e direzione è stato chiamato Roberto Morelli, manager di illycaffè e direttore della Fondazione.

«Un’esperienza straordinaria – osserva Morelli – che evidenzia a livello multidisciplinare i livelli di eccellenza che il sistema universitario regionale è in grado di raggiungere»

Il corso si svolge interamente in illycaffè, che è stata così ufficialmente “designata” sede universitaria, con tanto di tabella da affiggere.

Le lezioni

Le lezioni sono tenute per circa metà dai docenti degli atenei e delle istituzioni partecipanti, e per metà dagli esperti dell’azienda triestina, che ha coinvolto numerose personalità internazionali del campo.

Tra essi figurano Decio Zylberstein, docente di strategia aziendale all’Università di San Paolo, e Aldir Texeira e SunaliniMenon, tra i massimi esperti del caffè in Brasile e rispettivamente in India.

Il master è interamente in lingua inglese: prevede 400 ore di didattica “frontale” e 1.500 ore complessive, inclusi tutoraggio e seminari. Dura da gennaio a settembre, mese di discussione delle tesi.

Il corso è suddiviso in 21 moduli didattici, che spaziano in tre aree: biologico-agronomica, ingegneristica-industriale ed economica-marketing.

L’arrivo a Trieste dell’Università di Cambridge s’inserisce in una nuova ma già solida relazione tra l’ateneo e la illycaffè, alla quale l’istituzione britannica dedicherà proprio domani un’intensa giornata d’incontri, a partire da quello tra Morelli e la nuova amministratrice delegata Jan Stiles.

Il presidente dell’azienda Andrea Illy e lo stesso Morelli sono parte del “think tank” della scuola di business.

Barry Callebaut: in calo a 101,16 milioni l’utile del primo semestre

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Barry Callebaut india
Il cioccolato satongo di Callebaut

MILANO – Barry Callebaut, il numero uno mondiale della produzione di cioccolato, ha chiuso il primo semestre dell’esercizio 2011/12, chiuso a fine febbraio, con un utile in flessione del 18% (-11,3% in monete locali) a 101,16 milioni di euro (121,8 milioni di franchi). Una brutta notizia per la Borsa di Zurigo che ieri, dopo l’annuncio, ha fatto scendere il titolo del 2,54 per cento. In una nota diffusa ieri alla stampa, il gruppo che ha la sede centrale a Zurigo spiega tale performance con una diminuzione del risultato operativo Ebit, i ricavi prima delle imposte, del 12,5% (-5,5% in monete locali) rispetto al primo semestre 2010/11, a 175,1 milioni. A ciò si sono aggiunti costi finanziari più elevati nell’ambito di un prestito obbligazionario dell’estate 2011 e una situazione fiscale meno favorevole.

Barry Callebaut: a livello di gruppo, i ricavi sono progrediti del 3%

(+10,4% in monete locali) nel periodo in esame a 2,05 miliardi di euro (2,48 miliardi di franchi svizzeri). In crescita anche il volume delle vendite: +6,7% a 699.058 tonnellate. Per l’esercizio 2011/12, Barry Callebaut conferma gli obiettivi di crescita sull’arco di 4 anni (2009/10 al 2012/13), ossia un aumento dei volumi delle vendite del 6-8% in media e un risultato Ebit in monete locali perlomeno in linea con la crescita del volume.

Aosta: da oggi per un caffè si potrà pagare anche 1,10€

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Il prezzo del caffè al bar

AOSTA – “Tutta colpa delle materie prime”. Così si è giustificata ieri sera la Confcommercio della Valle d’Aosta nell’annunciare da oggi, un nuovo rincaro della tazzina di caffè arrivata a quota 1,10 euro. “Era dall’aprile 2007 che non veniva ritoccato il costo del caffè al bar – ha sottolineato Pierantonio Genestrone, Presidente di Confcommercio Imprese Italia VdA e di FIPE Valle d’Aosta – è chiaro che se la miscela la paghi il 40 per cento in più si ripercuote sulla tazzina. Dobbiamo inoltre tenere in conto che intanto aumentano i costi di attività degli esercizi”.

Aosta: cosa ha detto la Commissione Economica di Confcommercio

Nel mese scorso la Commissione Economica di Confcommercio VdA si è riunita per valutare la situazione “ed è giunta alla conclusione – precisa ancora Pierantonio Genestrone – che il ritocco ai prezzi delle consumazioni effettuate nei pubblici esercizi è ormai indifferibile, ma Confcommercio VdA lascia alla libera scelta degli associati l’eventuale determinazione degli aumenti e la decorrenza degli stessi, invitandoli però, nel caso, a praticarli dopo la fine di marzo”.