martedì 20 Gennaio 2026
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Gianfranco Brumen: “Anche in autostrada no al caffè sgradevole”

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Gianfranco Brumen
Gianfranco Brumen

MILANO – Scrive Gianfranco Brumen: “A proposito dell’articolo “Caffè in Italia” di Sara Uliana concordo che la maggior parte dei proprietari di bar e caffetterie siano attratti dalle offerte commerciali del settore a scapito della qualità del prodotto. Quando viaggio in autostrada, a parte qualche raro punto di ristoro che offre dei caffè a marca diversa dalla predominante, mi vedo costretto a bere una cola piuttosto che sentirmi a lungo l’amaro in bocca di una miscela di bassa qualità.

Infatti un a volta ho contestato la qualità dell’espresso servito in un autogrill e mi è stato risposto che l’azienda non considerava il caffè un prodotto trainante!”

Gianfranco Brumen si espone sulla percezione del marchio nei consumatori

Concordo che nella maggior parte dei casi il consumatore è attratto dalla marca, però nel caso del caffè al bar molto raramente so che miscela bevo, perché spesso non è evidenziata la marca e sotto il nome di una medesima marca possono esserci diversi tipi di miscele di qualità ben diversa.

Vengono ben evidenziate soltanto le miscele al 100% di Arabica e non sempre al bar questo è posto in evidenza. Anche nel caso del caffè è una questione di conoscenza del prodotto e di cultura della qualità che purtroppo si scontrano con l’aumento del costo della materia prima e degli altri costi di gestione.

Tutto ciò comunque non giustifica la somministrazione di un prodotto sgradevole che ti lascia l’amaro in bocca, disaffeziona il cliente e non fa una buona pubblicità alla patria dell’espresso.

Gianfranco Brumen coffee technology senior consultant
Info: brumeng@tiscali.it

Enrico Venuti: “In autostrada non è cattivo solo il caffè”

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Enrico Venuti
Enrico Venuti

MILANO – Io, Enrico Venuti, leggo con ilarità l’articolo della giornalista Sara Uliana da voi puntualmente riportato. Essendo un “kilometrista” autostradale e avendo già degustato questo nuovo “nettare” proposto nei sempre più deserti bar della rete autostradale, non posso far altro che esclamare: “Finalmente qualcuno se ne è accorto!”

Venuti: Non voglio entrare nei dettagli qualitativi o degustativi sarebbe troppo facile e non corretto nei confronti di chi lavora

Ilarità perché questo è il male minore, in un’Italia dove ci hanno imposto di circolare in autostrada a 130 km orari anche con automobili che sono dei gioielli di tecnologia, ma permettono di viaggiare ai camion provenienti dai paesi ex blocco sovietico che sono delle mine vaganti e già tanti disastri hanno combinato; “mentre i nostri devono essere super collaudati e certificati….” in un’Italia dove, dopo averci spremuto con tassazioni da paesi scandinavi, ora ci ritassano e ci spremono come agrumi ma senza togliersi i privilegi, in un’ Italia di sprechi e spreconi, mangioni, corrotti e corruttori, paese che non riesce neanche a farsi valere per riportare a casa i valorosi marò, ma mi facciano un piacere.

C’è ben altro per cui indignarsi che un caffè bevuto in autostrada. Almeno siamo LIBERI e possiamo scegliere se riordinarlo la prossima volta. Questo è quello che ci meritiamo: piegare la schiena, pagare e tacere

Enrico Venuti, libero pagatore di tasse cittadino italiano

Fac e Ipa: il trucco di Sala di infilitrarsi nel gruppo facebook dell’azienda in crisi

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Ipa porcellane fac fratelli sala
Una tazzina Ipa Porcellane

ALBISOLA – Sui quotidiani Il Secolo XIX, il Giornale e Ivg sono usciti questi articoli che riguardano la vicenda drammatica dell’azienda Fac di Albisola e un coinvolgimento di Riccardo Sala, presidente dell’azienda concorrente, Ipa Industria Porcellane di Usmate Brianza provincia di Milano, nonché membro del consiglio direttivo di Confindustria Ceramica Ve li proponiamo Fac, “intrigo” su Facebook Giovanni Vaccaro Fac, «Imu e Tarsu sospese»

Futuro della Fac, ancora un incontro Albisola

– C’è chi legge il futuro nel fondo di una tazzina da caffè e chi prova a condizionare il futuro di un’azienda di tazzine che va a fondo. La guerra fredda si è scatenata anche nel mondo della ceramica industriale. Un’operazione che ha assunto il sapore dello spionaggio è stata condotta attraverso Facebook per mesi sino a essere smascherata da un ragazzino di tredici anni. Il terreno della vicenda è quello su cui sorge la Fac, Fabbrica Albisolese Ceramiche, già azienda leader nella produzione di tazzine da caffè per i grandi marchi internazionali entrata in crisi una decina di anni fa ed oggi chiusa, con i 148 operai impegnati in un presidio permanente per difendere lo stabilimento dalla liquidazione.

A tentare di infiltrarsi fra i dipendenti, gli enti locali e i sindacati è stato in prima persona Riccardo Sala, presidente dell’azienda concorrente, la Industria Porcellane Ipa di Usmate Brianza, nonché membro del consiglio direttivo di Confindustria Ceramica.

Sala ha utilizzato due pseudonimi, Aldo Profeta e Franco Bitta, per intervenire nella pagina Facebook usata da dipendenti della Fac e dagli stessi sindacalisti per comunicare con l’esterno

A smascherare il tentativo è stato però il sindaco di Albisola, Franco Orsi (che ricopre anche la carica di senatore Pdl). Grazie all’aiuto del figlio tredicenne, piccolo genio dei computer, ha scoperto che la foto usata per il profilo di Aldo Profeta era in realtà quella di un cantante e showman inglese, Peter Andre, sollevando i primi dubbi sulla sua reale identità. I sospetti si erano addensati sulla figura di Aldo Profeta poiché, pur non essendo noto ad Albisola, dimostrava una profonda conoscenza del settore e delle vicende della Fac, compresi gli appetiti immobiliari che potrebbero sorgere se la fabbrica venisse smantellata.

Profeta, giusto per tenere fede al nome, era diventato in breve tempo una sorta di “capopopolo”, osannato da un gruppo di dipendenti, contestato da altri per le idee espresse sul presidio e sul futuro della Fac. Alla fine, a far crollare il castello dell’identità fasulla dell’imprenditore brianzolo, è stato un ragazzino di tredici anni. Il figlio del sindaco Orsi ha mostrato al papà un programma su Bing, un motore di ricerca Microsoft che confronta l’immagine inserita dall’utente con tutte quelle disponibili sul web. E in pochi secondi è emerso che la foto di Aldo Profeta (alias Riccardo Sala) era in realtà quella di un attore inglese.

Alla fine lo stesso Sala è stato costretto a rivelare la sua vera identità. Ad Albisola la notizia ha scatenato un terremoto

Il sindaco Orsi ha espresso sconcerto di fronte ai mezzi usati dai titolari della Ipa per infiltrarsi nelle discussioni sulla Fac ed ha reagito con estrema durezza, annunciando di valutare un esposto al collegio di sorveglianza di Confindustria. Oltre ovviamente a smascherare davanti a tutti la vera identità dei fasulli Aldo Profeta e Franco Bitta. Riccardo Sala, con il fratello Roberto, guida la Ipa, unica azienda rimasta sulla scena del mercato italiano delle tazzine da caffè per uso industriale, ha ammesso la sua identità. Ma questo ha lasciato ancor più esterrefatti lavoratori e sindacalisti. «Certo, questo è un alias – ha spiegato Sala, a capo di un piccolo impero che fattura oltre venti milioni di euro e occupa 140 dipendenti -. La scelta della foto dell’attore famoso di certo non voleva contribuire alla sua blindatura. Pensavamo che valessero di più le idee esposte che non chi le dicesse».

Il tentativo di infiltrarsi sotto falso nome, però, non è stato digerito dal sindaco Orsi, che ha definito il “mezzuccio” «Un affronto per tutta la città di Albisola». e poi ha aggiunto:

«Chissà se nel mondo della produzione di tazzine per uso professionale c’è un imprenditore normale o sono tutti strani come quelli che mi è capitato di conoscere. Ma se domani qualche imprenditore con progetti concreti per la nostra città si presentasse, noi siamo pronti ad ascoltarlo». Dello stesso tenore le reazioni dei sindacati. Fulvio Berruti, segretario provinciale Filctem-Cgil, ha però rilanciato: «Se non si è trattato solo di una presa in giro di pessimo gusto, il signor Sala potrebbe venire ad Albisola per incontrarci». Anche solo per prendere un caffè. Dal vero. Fonte: http://www.ilsecoloxix.it/p/savona/2012/04/04/APIRMwEC-facebook_concorrenti_della.shtml#axzz1r9kOLwFR

Il senatore detective smaschera i manager che aizzano gli operai

La fabbrica sta fallendo: Orsi, sindaco Pdl di Albisola, scopre la mossa sleale dei titolari dell’azienda concorrente

di Paola Setti

C’è un’azienda in crisi, la Fac di Albisola, che produce ceramiche e si avvia al fallimento, con un buco in bilancio che viaggia sugli 8 milioni di euro e 148 lavoratori quasi a spasso. C’è una pagina Facebook, «Salviamo la Fac», che diventa un forum fra dipendenti, cittadini e istituzioni, un tavolo di confronto mediatico fra ben 5mila persone alla ricerca di soluzioni perché, al di là dei futuri disoccupati, questa è una fabbrica storica, quella in cui i grandi ceramisti da Salino a Fabbri hanno cotto prestigiosi pezzi della loro arte.

E c’è il sindaco Pdl, il senatore Franco Orsi, che da mediatore si trasforma in detective e smaschera i due agit prop del gruppo, che aizzano i lavoratori contro ogni salvagente, ma altro non sono che il presidente e l’amministratore delegato della massima azienda concorrente, la Ipa Porcellane di Milano. Benvenuti nell’era del web, quella in cui oltre a guardarti da certe cattive gestioni tocca diffidare pure delle imitazioni. Sono due mesi che va avanti così. Il sindaco prospetta una delocalizzazione?

Aldo Profeta e Franco Bitta, l’uno giovane bancario di Sestri Levante, l’altro semplicemente registrato come «uomo», scrivono che no, attenti, così non se ne esce. Il sindaco pensa di proporre alla proprietà di trasformare una parte dei volumi in residenza, a patto di non chiudere la fabbrica? Ohibò: i due con fare ambientalista gridano alla speculazione edilizia dietro l’angolo.

È allora che Orsi inizia a farsi delle domande

«C’è una cosa che non capisco: su questa pagina scrivono molti operai Fac, altrettanti albisolesi e altre persone che ci mettono la faccia. Poi ci sono una serie di personaggi che sui loro profili non hanno una foto né un amico comune». E insomma chi sono? Potenza della tecnologia, il senatore imbraccia uno di quei programmini che tu metti la foto e lui ti dice il nome del fotografato. Se Bitta ha un logo, Profeta invece, sorpresa, ha messo la foto di un giovane attore inglese, Peter Andre. Scoperti, i due confessano: siamo Riccardo e Roberto Sala, titolari di Ipa. Orsi non ci può credere e scrive ai fratelli Sala: qualcuno usa i vostri nomi su Facebook.

Risposta: siamo proprio noi. Ai naviganti, i due fratelli mandano un messaggio conciliante: «La nostra azienda è stata contattata tempo fa dallo studio 3G &partners in quanto è considerata una delle pochissime realtà industriali italiane che potrebbero prendere in seria considerazione il rilancio della Fac. Ma allo stato attuale riteniamo un nostro intervento altamente improbabile». E insomma: «Abbiamo scambiato informazioni, raccolto idee e valutato persone: abbiamo tastato il polso al territorio».

Già. Il problema, annota Orsi, è che «lorsignori avevano tutto l’interesse a smontare ogni azione di salvataggio, che l’obiettivo fosse far fallire un’azienda concorrente, oppure acquisirla». Lui ci vede se non una turbativa del mercato, almeno una violazione del codice etico di Confindustria, visto che Riccardo Sala fa parte del Consiglio direttivo Ceramica. Quindi, ieri ha preparato l’esposto da inviare all’associazione, cui probabilmente aggiungerà la firma anche l’Unione industriale di Savona. Toccherà inserirci anche l’ultimissima dichiarazione dei fratelli Sala, che al «signor sindaco» scrivono, sempre su Facebook: «Qui pubblicamente le dichiaro, visto la sua convinzione ammirevole, la nostra disponibilità di valutare qualsiasi sua proposta che ci faccia ricredere sulla convenienza di intervenire nella Fac, speculazioni vere o false a parte». Appunto.

http://www.ilgiornale.it/interni/il_senatore_detective_smaschera_manager_che_aizzano_operai/04-04-2012/articolo-id=581337-page=0-comments=1

Fac Albisola, fissato l’incontro con la famiglia Sala

La Rsu: “Ogni imprenditore serio è ben accetto” Federico De Rossi “Mi sono sentito telefonicamente con la famiglia Sala, che hanno manifestato interesse per un incontro dopo Pasqua al fine di verificare le opportunità proposte dell’amministrazione comunale sul futuro della Fac, oltre all’esame delle “carte” dell’azienda e la sua situazione. Ho fatto presente che considero chiusa ogni polemica con i titolari dell’Ipa che è un’azienda che rappresenta, dal punto di vista industriale, un interlocutore interessante e credibile per ciò che rappresenta nel settore e per le capacità che ha dimostrato con i numeri della propria produzione e del proprio fatturato”.

Lo afferma su Facebook il sindaco di Albisola Superiore Franco Orsi, dopo le voci su un possibile interessamento da parte della famiglia Sala per la storica azienda albisolese

L’incontro è stato fissato dopo Pasqua proprio quando il liquidatore nominato dalla proprietà avrà in mano il quadro completo e dettagliato sulla situazione patrimoniale dell’azienda, i suoi debiti e le cifre finanziarie del sito produttivo, dove i lavoratori sono ancora in assemblea permanente in attesa di conoscere il loro destino. Il sindaco Franco Orsi, sempre sul social network, ha ribadito la volontà di raccordarsi con dipendenti della Fac e organizzazioni sindacali su ogni possibile ipotesi per salvare l’azienda e riprendere la produzione. “Gli imprenditori con progetti seri, interessati a dare lavoro e sviluppo quanto al loro profitto erano, sono e saranno i benvenuti alla Fac ed a Albisola la mia proposta e’ che il sindaco di Albisola Franco Orsi organizzi un incontro in comune con i fratelli sala le organizzazioni sindacali e la Rsu al più presto, per conoscerci e capire le loro reali intenzioni” sottolinea Alessandro Milanesi della Uilcem Rsu Fac.

Fonte: http://www.ivg.it/2012/04/fac-albisola-fissato-lincontro-con-la-famiglia-sala-la-rsu-ogni-imprenditore-serio-e-ben-accetto/

Wmf ha comprato Cma spa e Wega srl

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wmf
Il logo Wmf

MILANO – Wmf, che oltre a costruire posate e pentole è il colosso mondiale delle macchine superautomatiche per il caffè, ha acquisito contemporaneamente la Cma Spa e la Wega Srl, tra i maggiori costruttori nazionali di macchine professionali. La Wmf ha concordato con la famiglia Dal Tio il prezzo di 35 milioni di euro, considerato basso dagli addetti ai lavori che ora stanno ragionando sui motivi di questa valutazione, e tutti i punti che definiscono l’acquisizione.

Wmf Ag: il consiglio ha accettato nella sua riunione conclusa pochi minuti fa tutti i dettagli dell’acquisizione

Il gruppo Cma Spa e Wega Srl Group produce macchine professionali per il caffè che commercializza principalmente, ma non soltanto, con i marchi Astoria e Wega. Lo scorso anno il fatturato non certificato del gruppo italiano ha chiuso sulla cifra di 50 milioni di euro. Come sempre in questi casi è in corso la due diligence dell’acquirente per la verifica dei conti e della struttura aziendale del gruppo Cma Wega. Alla quale seguiranno le necessarie autorizzazioni dell’antitrust, date le dimensioni della Wmf.

Natascia Camiscia: “Con la torrefazione insegniamo il mestiere dell’export”

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PESCARA. Negli ultimi due anni, nonostante la drammatica congiuntura economica, ha ampliato la pianta organica di dieci unità e ha dato vita ad una scuola di formazione professionale, che attira allievi da tutto il Paese. La crisi economica non frena la crescita di Universal Caffè. Si tratta di una storica azienda abruzzese operante da diversi decenni nel settore della torrefazione del caffè, conosciuta in Italia e nel resto del mondo. La storia di Universal inizia a Pescara nel 1963, quando Raffaele Camiscia apre la sua prima torrefazione artigianale. Rapidamente, grazie alla costante ricerca di miglioramento ed innovazione, l’azienda di famiglia si trasforma in una vera industria del caffè, aprendosi ai mercati internazionali. Amministrata oggi da Natascia Camiscia, figlia del fondatore, Universal esporta, infatti, i suoi prodotti in 25 Paesi esteri. Nonostante le dimensioni industriali, la filosofia dell’azienda è basata sull’incontro tra tradizione e modernità. «Negli anni», spiega l’amministratore unico, Natascia Camiscia, «abbiamo percorso la strada dell’innovazione, adeguandoci alle esigenze in continuo cambiamento, senza però stravolgere le tecnologie di base e mantenendo quell’autentica tradizione artigianale». «La tecnologia di cui disponiamo», aggiunge Camiscia, «contribuisce a fare in modo che il processo di lavorazione dia origine a prodotti di qualità, caratterizzati da elevati livelli di salubrità. I chicchi, infatti, da quando arrivano in azienda nei sacchi di juta a quando escono perfettamente confezionati, non entrano mai in contatto con l’ambiente esterno». L’offerta di Universal è molto varia: dai prodotti per bar e ristoranti a quelli per i consumatori privati, da quelli per la distribuzione automatica a quelli biologici, fino alle cialde, alle capsule e al merchandising. L’azienda, che conta circa 50 dipendenti distribuiti nei diversi settori, ha sede a Moscufo, in una struttura che, tra produzione e uffici, si estende su oltre 15 mila metri quadri. Nel corso degli anni, Universal si è dotata di una serie di certificazioni, come la Iso 9001, la Icea (Istituto certificazione di etica ambientale) per la produzione di caffè biologico, e la Nop (National organic program), che consente l’export delle miscele bio negli Stati Uniti. L’azienda è da sempre impegnata in numerose iniziative no-profit legate al sociale. Ne sono esempio le attività portata avanti in occasione del terremoto del 2009, con la donazione di caffè e macchine da caffè a diverse tendopoli, la realizzazione, grazie ai finanziamenti di Universal, di un appartamento nella Casa-alloggio dell’Agbe a Pescara, e l’adesione ai progetti equosolidali del circuito internazionale Fair Trade. Consapevole delle sfide imposte dalla società moderna in continua evoluzione, cinque anni fa, Universal – unica azienda autorizzata a rilasciare nel centro-Sud Italia certificazioni Scae (l’associazione europea specialisti del caffè) – ha dato vita ad una scuola per professionisti. Quello offerto è un percorso formativo, non soltanto dal punto di vista tecnico, ma anche in termini di consulenza. Fonte: ilcentro

Valle d’Aosta, Fiepet-Confesercenti: “L’espresso rimanga a un euro”

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prezzo cremona rincaro il caffè al bar del tuo cuore varese
Ancora la questione del costo del caffè

MILANO – Dopo l’annuncio di lunedì della Fipe-Confcommercio in Valle d’Aosta si apre tra le due associazioni del settore il dibattito sul prezzo della tazzina che era fermo da cinque anni. Come si ricorderà la Fipe-Confcommercio aveva annunciato un aumento del dieci per cento, con il nuovo listino a 1,10 euro al banco (a cui si sono prontamente adeguati alcuni associati), “inevitabili perché le miscele sono rincarate del 40%”.

Ieri ha risposto la Fiepet-Confesercenti: “Macché aumenti, diamo un segnale e lasciamolo a un euro”

“Pur consapevoli – scrive Fiepet-Confesercenti in una nota – del momento di difficoltà di tanti pubblici esercizi a seguito della forte contrazione dei consumi, degli aumenti delle materie prime, dei costi dell’energia e di una pressione fiscale tra le più alte al mondo, invitiamo i nostri associati a contenere il prezzo della tazzina del caffè”.

E ancora: “Il simbolico prezzo inalterato, sarebbe, per noi un piccolo segnale in controtendenza che potrebbe essere apprezzato dai consumatori. Detto questo, siamo nel libero mercato e ognuno decide ciò che crede meglio per la propria azienda”.

Lattuada: “Il caffè in Italia è espressamente ignorante”

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Andrea Lattuada espresso martini
Andrea Lattuada svela i retroscena di uno dei cocktail più consumati al mondo

MILANO – Andrea Lattuada, coordinatore Scae Italia, ci ha segnalato un articolo scritto da Sara Uliana per il sito www.lenuovemamme.it che affronta il tema della preparazione del barista, senza giri di parole. E giudica molto negativamente il recente cambio di torrefatto nella più grande catena di bar in Italia. Siamo certi che susciterà l’interesse degli addetti ai lavori. E magari qualche opinione differente.

Lattuada: “Non c’è niente di più semplice che entrare in un bar e chiedere un caffè. Quante volte lo facciamo in una settimana? “

È un gesto abituale quasi quanto pettinarsi alla mattina. Prima di arrivare in ufficio, dopo aver accompagnato i bambini a scuola o anche solo in una pausa casalinga, tra la sistemazione delle camere e la pulizia del bagno.

Che cosa stiamo bevendo veramente?

Noi italiani ci sentiamo la patria della tazzina. Forti della nostra tradizione e sicuri di quello che stiamo consumando. Abbiamo ditte storiche, in roccaforti della tradizione della torrefazione.

Chi veramente produce la materia prima?

Nel nostro Paese non viene raccolto nemmeno un chicco. Non producendo la materia prima forse è azzardato considerarsi all’avanguardia e forti di una tradizione che, effettivamente, non nasce qui. Sento puzza di borsa fatta in Cina, assemblata negli stabilimenti toscani e marchiata “made in Italy”. Che poi in negozio paghiamo un botto e sfoggiamo come se fosse frutto di artigianato locale.

Chi è poi quell’uomo che, prima di servircelo al banco, ha valutato bene cosa acquistare?

Continua Lattuada: Mi viene il dubbio che il barista non sia una persona veramente informata sul prodotto che vende, ma piuttosto sia attratto dalle offerte commerciali del settore. Ci vorrebbe un cambiamento nel modo stesso di pensare, una trasformazione simile al mondo del vino dove il consumatore finale si è trasformato in sommelier casalingo.

Conoscendo il prodotto, è consapevole di quello che vuole e, di conseguenza, il mercato si adatta a un pubblico esigente alzando lo standard. Altro campanello d’allarme che mi fa dubitare della nostra approfondita conoscenza è il modo stesso in cui nominiamo il caffè.

Siamo attratti dalla marca non dalla provenienza (nel caso del vino chiediamo prima l’uvaggio e successivamente il nome della cantina e magari l’annata). È  come dire che se gli eschimesi hanno tanti modi diversi di definire la neve, un motivo sicuramente c’è. Noi con “espresso” indichiamo tutto e niente.

Lattuada provoca: avete mai fatto caso a quello che sta succedendo ora nella più famosa catena di bar ristoranti lungo le nostre autostrade?

Chi viaggia per lavoro si sarà sicuramente accorto del cambio di marca nel più diffuso bar italiano. Questa nuova politica fa vedere al consumatore finale il caffè in bella mostra e invita a sentirne l’aroma.

Sopra al bancone trovare un bellissimo plexiglass trasparente con i chicchi che stanno usando per preparare il vostro espresso. Io non ho tanta esperienza del settore, ma un minimo di formazione chimica ancora mi è rimasta.

Fidatevi, quei chicchi sono di una qualità bassissima. È come dire che ci vendono un prodotto discutibile e noi nemmeno ce ne rendiamo conto.

È il momento di cambiare e non farci prendere per il naso, in tutti i sensi. Facciamoci delle domande e poniamole alle persone giuste. Non possiamo farci fregare così palesemente.

di Sara Uliana, giornalista del sito www.lenuovemamme.it

Allarme in gelateria: raccolti di vaniglia scarsi, verso rincari del cono

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gelato ufficio vaniglia
Una coppa di gelato

MILANO – Potrebbe sembrare l’ennesimo allarme prezzi di stagione: il gelato rischia rincari. Ma non è (solo) questo. In tutto il mondo c’è una penuria di bastoncini di vaniglia. Usata anche in medicina e cosmetica, la vaniglia è una delle spezie più costose, seconda solo allo zafferano. In finanza, nell’ormai fantasioso mondo delle opzioni e in quello delle obbligazioni o di altri strumenti, la (plain) vanilla viene indicata come esempio di tradizione e semplicità. Idem in cucina, specialmente in gelateria, dove non esiste gelato, budino, torta o cioccolato degni di essere chiamati tali, senza il tocco di vaniglia.

Vaniglia scarsa: il settore soffre

Succede che quest’anno i raccolti della pianta che produce la preziosa spezia in Messico e India (tra i maggiori produttori assieme al Madagascar) sono stati scarsi. E così, come riporta la rivista alimentare The Grocer, i commercianti hanno fatto incetta in anticipo dei raccolti. Il problema è che, secondo quanto spiega la stessa rivista, dato che la produzione è concentrata in così pochi Paesi, qualsiasi cambiamento nei raccolti, può portare a un rincaro dei prezzi. Ecco allora che il prezzo della vaniglia è già salito da 25 a 30 dollari al chilo, dopo che per sei anni era rimasto fermo a 25.

Tra le conseguenze, il rincaro dei prezzi del gelato

Sempre che venga utilizzata la spezia vera e propria e non la molecola aromatica (sintetizzata chimicamente e venduta a basso prezzo) usata da tempo dall’ industria alimentare come surrogato della vaniglia naturale, ma non dagli artigiani della gelateria.

A San Benedetto si festeggia i primi 150 anni del “Caffè Sciarra”

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Caffè Sciarra a San Benedetto del Tronto
Caffè Sciarra a San Benedetto del Tronto

SAN BENEDETTO DEL TRONTO (Ascoli Piceno) – I primi 150 anni del “Caffè Sciarra” di San Benedetto del Tronto festeggiati con una grande torta, decorata con una bella foto d’epoca, dai discendenti dei fondatori e dagli attuali titolari. Michele e Manuela Ciccarelli insieme alla loro mamma Elena Tassi, dal 1992 gestori dello storico Caffè, hanno infatti organizzato una simpatica festa dedicata anche a tutta la clientela, per ricordare, insieme alla storia del locale, la storia della nostra Città dall’Unità d’Italia in poi. Già, perché, a ben guardare, il Caffè Sciarra è praticamente coetaneo dell’Italia Unita!

“In realtà, – ci illustra in proposito Mauro Sciarra, mostrandoci lo storico documento con cui, nell’anno 1962, al proprio avo Giuseppe veniva rilasciata la licenza numero 10 della provincia di Ascoli Piceno – il Caffè è ben più antico ed esisteva già ai tempi di Domenico, padre di Giuseppe, e probabilmente anche prima, quando questo territorio apparteneva ancora al Regno pontificio. Il censimento degli esercizi commerciali, però, con la concessione delle licenze, nel nostro territorio è iniziato solo dopo l’Unità d’Italia, e così la datazione ufficiale del Caffè è necessariamente quella del 1962, anche se certamente esisteva già da molto tempo prima”.

Storia recente del Caffè Sciarra

Mauro Sciarra appartiene alla quarta generazione di una dinastia storica nell’ambito della caffetteria locale anche se, a dire il vero, l’attività è rimasta “in famiglia” solo fino alla terza generazione. Nel 1992, infatti, la gestione è passata alla famiglia Ciccarelli sebbene il nome dell’esercizio sia poi rimasto invariato, a segnare la continuità con un locale che ha accompagnato la storia di San Benedetto del Tronto. È stata proprio la famiglia Ciccarelli, dicevamo, con Michele, Manuela ed Elena Tassi, ad organizzare la festa per i 150 anni del “Caffè Sciarra” e ad essa, oltre ai clienti, hanno partecipato, ospiti d’onore, i discendenti dei fondatori. In particolare, insieme a Mauro, il cugino Giampiero Sciarra e gli altri familiari tra i quali Brunella Paoletti, Alessandra Sciarra e Riccardo Sciarra, hanno ripercorso con la memoria la storia dell’antico locale, da quando rappresentava il punto di riferimento per i lavoratori della marineria fino a quando, nel secondo dopoguerra, ospitava persino incontri politici.

Ecco come il naso dei profumi usa il caffè per ritrovare l’olfatto

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Un naso professionista al lavoro
Un naso professionista al lavoro

MILANO – Qualche sera fa ero a cena con un amico che di mestiere fa il “naso”: si occupa cioè di profumi, dell’arte un po’ alchemica di combinare essenze, cristalli, aromi (mi perdonino lui e i suoi colleghi per le imprecisioni) al fine di produrre profumi destinati all’industria cosmetica, a quella sanitaria eccetera.

Il Naso del caffè alla ricerca dell’olfatto perduto

È lui che mi ha svelato – quanto sono ingenua vittima del capitalismo avanzato! – che spesso il profumo di biscotto appena sfornato che promana dalle confezioni di dolci comprate al supermercato deriva in realtà da un additivo chimico, un aroma aggiunto al prodotto, e non è il frutto naturale del processo di preparazione.

Ed è lui che mi ha rivelato quello che fa un naso quando, dopo qualche ora di lavoro con le essenze più disparate, ha la sensazione di aver perduto l’orientamento olfattivo

Odora polvere di caffè. O anche, semplicemente, fa un giro alla macchinetta e ne beve uno nella tazzina di plastica. Basta per ritrovare la neutralità e poter riprendere a lavorare.