venerdì 02 Gennaio 2026
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Saeco, incontro a luglio con i sindacati dei lavoratori di Gaggia Montano

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gaggio montano saeco
Lo stabilimento

MILANO – La storica azienda di Gaggio Montano che produce macchinette per il caffè è stata acquisita nel 2009 dalla Philips. L’allarme su una possibile delocalizzazione lo dà la Fiom: “A maggio l’ufficio personale non ha voluto verbalizzare le garanzie per il mantenimento degli organici”. Ma la direzione getta acqua sul fuoco: “Nell’incontro del 31 luglio chiariremo tutto” La paura è quella di rivedere un film già andato in onda più e più volte. Chiusure, esuberi, cassa integrazione, delocalizzazioni all’estero e un territorio messo in ginocchio. L’azienda è uno di quei nomi che contano: la Saeco, una delle marche più importanti al mondo per la produzione delle macchinette per il caffè.

Saeco, ridimensionamento del personale

La società, dal 2009 in mano alla multinazionale Philips, starebbe pensando, secondo quanto dicono i sindacati, a ridimensionare gli addetti, quasi un migliaio in totale, che lavorano a Gaggio Montano, sull’Appennino bolognese, dove l’azienda ha le sue produzioni più importanti. Un quarto di loro potrebbero essere a rischio. “Le nostre preoccupazioni sono iniziate quando il responsabile del personale dell’azienda non ha voluto verbalizzare le garanzie sul mantenimento degli organici”, spiega oggi a ilfattoquotidiano.it Amos Vezzali, della Fiom-Cgil.

Da lì c’è stato un susseguirsi di informazioni, rumors giunti dall’interno dell’ azienda e timori per il futuro di uno dei pilastri dell’economia di quelle zone. A rischio chiusura – secondo Fiom-Cgil e Fim-Cisl, i due unici sindacati in azienda – ci sarebbe uno dei tre stabilimenti in appennino, esattamente quello in località Panigali. “All’azienda che si occupa della mensa è stato detto che da gennaio non dovranno più servire quella struttura”, racconta un’operaia delegata sindacale in fabbrica. Gli operai verrebbero quindi trasferiti negli altri due siti produttivi di Torretta e Casona.

Ma in Saeco c’è aria di riorganizzazione: il mercato non tira e c’è bisogno di fare qualcosa

A novembre l’azienda presenterà un piano per rilanciare gli affari e si temono sorprese. I timori dei sindacalisti sono soprattutto per quei dipendenti, oltre il 25 %, affetti da malattie professionali contratte dopo anni di lavoro proprio negli stabilimenti Saeco. I loro problemi fisici e l’impossibilità di essere adoperati in alcuni stadi della catena di montaggio (un problema diffuso è per esempio il tunnel carpale) renderebbero la loro posizione più vulnerabile.

Giovedì scorso, durante il Porretta soul festival, uno dei degli appuntamenti musicali più importanti in regione, una delegazione di lavoratori è salita sul palco per spiegare agli spettatori le loro preoccupazioni. “Temiano esuberi, temiamo il trasferimento delle produzioni di Panigali all’estero, magari in Romania dove l’azienda ha già uno stabilimento. Da mesi chiediamo chiarimenti alla proprietà, ma finora niente, nessuna garanzia messa per iscritto”, spiega ancora Vezzali.

Solo timori dunque per ora

“Sono informazioni molto attendibili che ci giungono da più parti conclude Vezzali. Perché l’azienda non le smentisce e verbalizza i suoi impegni per il futuro?” Sembrano così lontani i tempi in cui l’azienda nata a Gaggio 31 anni fa, aveva raggiunto una tale floridezza da sponsorizzare la gloriosa squadra di ciclismo, una delle più forti al mondo. Il team, guidato prima da Mario Cipollini, poi da Ivan Gotti, Gilberto Simoni e Damiano Cunego, vinse tra la fine degli anni Novanta e i primi del nuovo millennio tre Giri d’Italia (27 le vittorie in tappe singole) e nove traguardi di tappa al Tour de France. L’azienda – interpellata da ilfattoquotidiano.it – sembra però smentire e promette che nell’incontro fissato per il 31 luglio, negli uffici della Provincia di Bologna, chiarirà tutto. “Sono le solite voci e chiacchiere che si sentono da cinque anni”, spiega Michele Onorato, responsabile del personale per gli stabilimenti di Gaggio Montano.

Il 3 luglio scorso un altro incontro era stato rinviato e in questo le organizzazioni sindacali ci hanno visto un ennesimo segnale d’allarme. “È stato annullato a causa di nostri impegni, nient’altro. La verità – chiarisce Onorato – è che nell’ultimo triennio 2010-2012 non ci sono state aziende nel territorio bolognese floride come la nostra per liquidità, che non hanno fatto uso nemmeno di venti giorni di cassa integrazione”. Poi Onorato va giù duro e il riferimento ai sindacati sembra evidente: “C’è qualcuno che deve giustificare il suo ruolo”.

Dei quesiti sollevati dai rappresentanti dei lavoratori, Onorato risponde solo a uno. “Lo stabilimento di Panigali non è in chiusura”, assicura. “Il 31 luglio faremo probabilmente un comunicato stampa”, spiega Onorato che poi ironizza: “Temo però che qualunque cosa diremo ci sarà qualcuno che speculerà sulla tranquillità degli operai, che purtroppo sono costretti ad ascoltare cretinate”. Fonte: ilfattoquotidiano.it

Nestlè scambia i diritti dei lavoratori dello stabilimento Perugina di San Sisto

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perugina
Lo stabilimento Perugina

PERUGIA – Nestlé è «fortemente convinta» che lo stabilimento Perugina di San Sisto «possa affrontare e vincere le nuove sfide competitive, pur in un contesto di crisi, tanto da aver proposto al sindacato l’adozione di un “patto generazionale per favorire l’occupazione giovanile”. L’azienda «a fronte dello slittamento delle pensioni, che rischia di sbarrare la strada alle occasioni di lavoro per i giovani, ha ritenuto opportuno offrire ai lavoratori che volontariamente accetteranno di ridurre l’orario di lavoro da 40 a 30 ore settimanali, la possibilità dell’assunzione di un figlio presso lo stabilimento di San Sisto».

Perugina: in un comunicato, Nestlé Italiana

Definisce questa proposta una «risposta seria, responsabile e coraggiosa in un momento di difficoltà per l’economia, non solo in Umbria e in Italia, ma in molti Paesi europei». E non si fermerà a Perugia la proposta della Nestlè per una sorta di «patto generazionale» in termini di contratto di lavoro tra genitori e figli. «Se ci sono le condizioni verrà estesa anche ad altre realtà, per esempio agli uffici di Milano» ha detto Gianluigi Toia, direttore relazione industriale del gruppo Nestlè.

«Non si tratta di un automatismo, la scelta è a totale discrezione del lavoratore o lavoratrice – afferma Toia – nel caso abbiano figli idonei». «Non tutti se la sentono di continuare a lavorare fino a 67 anni, diciamo – ha proseguito Toia – che la proposta è una diretta conseguenza della riforma Fornero». Se ci sono le condizioni, è lo stesso dipendente con un contratto di 40 ore, a proporre di lavorarne 30; in tal modo – prosegue il direttore delle relazioni industriali della Nestlè – si vedrà decurtato lo stipendio del 20% anziché del 25%. Il figlio o la figlia, se considerati idonei, verranno assunti con un contratto a tempo indeterminato a 30 ore per iniziare. Insomma – dice Toia – in una famiglia entra uno stipendio e mezzo invece di uno. Tra molti lavoratori la proposta ha suscitato commenti positivi, anche sul web.

Molti hanno detto «perché no?»

Una proposta quindi figlia della riforma Fornero ? «Finora si andava in pensione a 60 anni, oggi a 67. Per alcune persone – spiega – può andare bene, ad altri può non entusiasmare, preferiscono passare meno ore al lavoro. Il vantaggio di un’azienda sta nel giusto equilibrio tra forze »imparate« e forze fresche. In tal modo introduciamo forze fresche, sfruttando allo stesso tempo l’esperienza. Per quelli che non se la sentono è un’opportunità, così come quella per un giovane di avere un contratto a tempo indeterminato di questi tempo. La precarietà di cui parlano i sindacati non so dove la vedono» «Non ci vedo nulla di strano. Spero che le resistenze dei sindacati possano essere superate.

Se così sarà, l’iniziativa potrà essere estesa, realisticamente potrebbero essere interessati gli uffici milanesi. È ancora da discutere, tanto rumore per nulla». In Italia il gruppo Nestlè ha 18 sedi e conta oltre 5.500 dipendenti; le più grandi sono la Perugina a San Sisto e la sede di Milano, con oltre un migliaio di addetti l’una. A proposito di Perugia l’azienda smentisce l’ipotesi circolata di 150 esuberi. La Cgil: “La proposta Nestlè è una provocazione”

La proposta di Nestlè di barattare i diritti dei lavoratori dello stabilimento Perugina di San Sisto

Acquisiti negli anni, con una prospettiva di lavoro, comunque flessibile per i figli, è «assolutamente inaccettabile oltre che impraticabile». La Flai Cgil l’ha già respinta al tavolo ufficiale in Confindustria, «prima di tutto – si legge in una nota – perché non risolverebbe né i problemi occupazionali, né quelli della fabbrica. Quello che serve realmente, e che il sindacato chiede da tempo, è un piano pluriennale serio di rilancio dello stabilimento di San Sisto e non certo un improbabile scambio tra diritti, che peserebbe comunque tutto sulle spalle dei lavoratori».

«Se Nestlè – continua la nota – vuole veramente guardare al futuro e favorire l’occupazione giovanile, lasci perdere queste uscite estemporanee, e realizzi investimenti, assumendo giovani lavoratrici e lavoratori, senza per questo penalizzare chi per anni ha costruito la ricchezza di questa fabbrica. Le guerre tra generazioni in stile Fornero non ci interessano. Gli errori commessi in questi anni dal management non posso ricadere sempre sulle spalle delle lavoratrici e dei lavoratori di San Sisto che non hanno certo responsabilità».

«Infine – conclude la nota – facciamo notare che a forza di processi di mobilità e di riorganizzazione l’età media in fabbrica si è talmente abbassata che nella stragrande maggioranza dei casi i figli dei dipendenti oggi sono minorenni e l’assunzione dei minorenni è una pratica che siamo certi Nestlè non voglia adottare in nessuna parte del mondo». E «Sulla pseudo vertenza che si è aperta a Perugia dopo la proposta avanza dalla Nestlè su una sorta di patto generazionale», la Flai Cgil respinge le accuse di «arretratezza culturale e politica». In questo momento, afferma il sindacato, «i lavoratori della Perugina si sono riuniti in assemblea, hanno detto no alla proposta e hanno fatto sciopero».

«La Flai è all’avanguardia per la qualità delle relazioni sindacali – afferma il segretario generale Stefania Crogi – e ha già siglato accordi, fin dal 2004, che hanno permesso l’ingresso dei giovani. Penso ai 400 giovani a part time ai quali abbiamo offerto concrete prospettive di stabilizzazione; agli accordi per la flessibilità, per l’organizzazione del lavoro, per il rilancio della produttività». «Di sbagliato nella proposta della Nestlè vi è innanzitutto – secondo Crogi – la scelta della via mediatica per comunicarla: una multinazionale come la Nestlè con cui abbiamo relazioni sindacali forti e consolidate, ha scelto le pagine dei giornali invece del tavolo di confronto, e questa è una modalità sbagliata, sempre e comunque, a prescindere.

Quanto al merito, le cose non vanno meglio, e quando si ricevono proposte come quella fatta ai lavoratori della Perugina, bisogna capire le reali implicazioni che hanno, e magari questo non è il ruolo di un economista. Portare a riduzione di 10 ore l’orario equivale, su un salario netto medio per un lavoratore Perugina, passare da 1400 euro a 1000 circa; significa, grazie alla riforma Fornero che ci vedrà andare in pensione con il sistema contributivo, una incidenza di uguale entità sulla misura della pensione».

Il confronto: “Nelle banche nessun passaggio automatico lavoro padre-figlio solo impegni a latere dei contratti, mai negli accordi”

Assumere figli dei dipendenti che accettino di ridursi l’orario. È la proposta avanzata da Nestlé per la Perugina, che ha già suscitato l’alzata di scudi da parte dei sindacati. Un qualcosa di simile, il passaggio del posto di padre in figlio, lo si ritrova nella tradizione delle banche, tanto che i sindacati dei bancari lo hanno sperimentato nel corso della concertazione.

«Quello che è accaduto nel settore bancario -spiega Massimo Masi, segretario generale della Uilca- è in realtà un po’ diverso, perché non si è mai trattato di uno scambio tra padre e figlio a fronte di una riduzione dell’orario, ma semmai di una possibilità di lavoro per il figlio offerta a fronte dell’uscita totale dal lavoro, per pensionamento, del padre».

E comunque, precisa Masi, «su questo non è mai stato fatto un accordo». «Ci sono state delle lettere di impegno da parte delle aziende a latere dei contratti -aggiunge- come nel caso di Unicredit, che si impegnava a fare un colloquio al figlio nel momento in cui il genitore andava via e il figlio si doveva rivelare idoneo all’assunzione. In alcune banche, come in alcune Bcc, è stato fatto in passato uno scambio padre-figlio -ricorda ancora Masi- così come questo scambio era un fatto molto presente in certe banche come la ex Banca di Roma, ma lì non si è trattato mai di una riduzione di orario». Al Monte dei Paschi c’erano (ma ora non più) «addirittura due concorsi diversi: uno per tutti, più pesante, e uno per i figli dei dipendenti, più semplice, così come alla Bpm c’erano accordi per un ricambio generazionale, ma mai -sottolinea Masi- l’assunzione del figlio era garantita da un accordo sindacale e non è mai stata un automatismo completo».

E la UILA: La Nestlé torni ad investire in Italia

«Stupisce, innanzitutto, che la proposta sul cosiddetto patto generazionale abbia generato tanta attenzione mediatica e anche giudizi che denotano scarsa informazione, a 20 giorni di distanza dalla presentazione, da parte della Nestlé, del piano industriale che riguarda lo stabilimento Perugina di San Sisto (Pg)». È questo il giudizio del segretario nazionale della Uila-Uil Pietro Pellegrini sulle vicende che stanno interessando il gruppo Nestlé. La proposta sul patto generazionale, sottolinea il sindacalista, «potrà anche essere positiva per qualche lavoratore e, se l’azienda intende portarla avanti, noi non alzeremo barricate: è e resterà sempre una scelta individuale che ciascun lavoratore potrà fare, ma i problemi sono altri.

Rispetto ai contenuti del piano presentato da Nestlé, infatti -spiega Pellegrini- quella proposta appare come uno ‘specchietto per allodole che nasconde una realtà molto diversa e più complessa; quella di un gruppo che, negli anni, ha preferito investire in altri paesi piuttosto che in Italia e che mira a ristrutturare lo stabilimento di San Sisto della Perugina, per trasformarlo in un sito per produzioni stagionali».

L’azienda, infatti, sottolinea, «ha chiesto di introdurre, nei momenti di picco produttivo, un orario di lavoro di 6 ore al giorno per 6 giorni la settimana, distribuite su quattro turni; una soluzione che penalizzerebbe i lavoratori due volte con la perdita di 4 ore di lavoro (rispetto alle 40 settimanali previste dal Ccnl) e, sul versante salariale, degli elementi straordinari e accessori della retribuzione. Come se non bastasse, il piano prevede che, ai periodi di massima produzione, ne seguano altri con l’applicazione di contratti di solidarietà, con la conseguente riduzione dei salari del 40%. Questo è per noi inaccettabile! L’azienda deve tornare a investire seriamente anche in Italia e mirare a de-stagionalizzare la produzione dello stabilimento di Perugia. Per questo, però, al di là delle buone relazioni sindacali esistenti, serve un cambio di indirizzo da parte di Nestlé Europa».

Benkiser fa un’offerta di quasi 1 miliardo di dollari per Peet’s Coffee & Tea

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Benckiser
I prodotti Benckiser

MILANO – Parlerà tedesco Peet’s Coffee & Tea, Inc., la storica azienda californiana, fondata a Berkeley, nel 1966, dall’immigrato olandese Alfred Peet. Peet’s ha infatti comunicato nei giorni scorsi di avere accettato l’offerta del gruppo tedesco Joh. A. Benckiser, che ha messo sul piatto un’offerta da quasi un miliardo di dollari (circa 977,6 milioni), pari a un sovrapprezzo per azione del 29% rispetto alla chiusura registrata dal titolo.

Benckiser si espande

Un annuncio un po’ a sorpresa, se si considera che Benckiser, veicolo di investimento della famiglia Reimann, è una società controllata ad ampio flottante che ha il suo core business nel settore della cosmetica e del luxury, pur detenendo una quota di minoranza in D.E. Master Blenders 1753, la società pure-play recentemente nata dallo scorporo del ramo caffè di Sara Lee. Tra gli asset nel portafoglio di Benckiser, i colossi Coty (produttore dei celebri smalti da unghie OPI e di popolari linee cosmetiche sponsorizzate da vip della musica, del cinema e dello sport) e Labelux Group (marchi Jimmy Choo e Bally).

La vendita di Peet’s Coffee & Tea era nell’aria da mesi

E molti erano pronti a scommettere sulla sua entrata nell’orbita di Starbucks. Voci insistenti parlavano di trattative avviate e di una possibile sinergia dei due brand nel canale alimentare. Sarebbe stato un ritorno alle origini. Alfred Peet fu infatti ispiratore e mentore della prima ora di Starbucks, di cui fu inizialmente fornitore per il caffè torrefatto.

Correva l’anno 1971 e l’avvento dell’era Schultz era ancora lontano. Fu proprio uno dei cofondatori di Starbucks, Jerry Baldwin, a rilevare nel 1984, assieme ad alcuni soci, i 4 locali a marchio Peet’s operanti nell’area di San Francisco, che Alfred Peet aveva ceduto nel 1979 a Sal Bonavita. Per concentrarsi su Peet’s, Baldwin decise, tre anni più tardi, di vendere Starbucks a un giovane imprenditore proprietario di una catena di caffetterie denominata “Il Giornale”: Howard Schultz, per l’appunto. Peet’s Coffee & Tea conta attualmente poco meno di 200 locali.

Oltre che in California opera con le sue caffetterie negli stati di Washington, Oregon, Colorado, Illinois e Massachusetts. È presente inoltre in importanti scali aeroportuali (tra cui il Jfk di New York), nei campus di alcuni prestigiosi atenei californiani e nelle stazioni di servizio Bart. Quotata dal 2001 ha aperto un moderno stabilimento ecosostenibile ad Alameda (California) nel 2007. Nel dicembre 2009 ha corteggiato vanamente la torrefazione californiana Diedrich Coffee, passata poi sotto il controllo di Green Mountain Coffee Roasters per la somma di 290 milioni di dollari. I risultati di gestione di Peet’s hanno risentito recentemente dell’aumento dei costi di materia prima e della maggiore competizione. Riscontri positivi sono giunti comunque dalle vendite nel canale alimentare, in particolare nella nicchia dei caffè aromatizzati.

Peet’s manterrà l’attuale management e la sede rimarrà a Emeryville

Il ceo Patrick O’Dea ha dichiarato che la ricerca dell’eccellenza nel campo del caffè e del tè rimarrà centrale nella filosofia aziendale e nella brand identity. Il closing dell’operazione è previsto entro 3 mesi. Gli analisti ritengono tuttavia probabile un’offerta concorrente o un’obiezione degli azionisti a fronte di una presunta sottovalutazione dell’azienda. A questo proposito, si apprende da comunicati stampa che vari studi legali di tutti gli States, specializzati in azioni collettive e tutela dei diritti degli azionisti, si stanno già incaricando di vagliare la fondatezza di eventuali ipotesi di violazione degli obblighi fiduciari da parte del Board of Director di Peet’s. Le indagini riguardano in particolare il prezzo per azione offerto da Benckiser di 73,50 dollari, nettamente inferiore al consensus indicato dagli analisti.

De Longhi: per il 2012, i ricavi in crescita anche per le capsule Nespresso

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Il Logo Dē'Longhi

MILANO – La De Longhi, tra i maggiori produttori mondiali di macchine per caffè non professionali, ha annunciato ieri i risultati preliminari del primo semestre 2012, i ricavi consolidati sono di 644 milioni di euro, in crescita rispetto all’anno precedente del 9.3%. Il secondo Q, in linea con il primo, ha fatto registrare ricavi per 326 milioni pari a +8.3% del medesimo quarto del 2011. I ricavi sono per la maggior parte, circa il 70%, originati dalle vendite di macchine per il caffè ed elettrodomestici da cucina. Geograficamente sono ancora una volta i mercati emergenti a sorreggere la crescita.

De Longhi non smette di crescere

I mercati più maturi hanno sostanzialmente mantenuto invariati i livelli di vendite, mentre per i paesi mediterranei si è registrata una contrazione. Italia, Spagna, Grecia, Portogallo pesano per circa il 15% dei proventi e le loro prestazioni negative sono state più che compensate dai risultati delle altre aree. Il comunicato non delinea nel dettaglio la suddivisione dei ricavi, ma con buona probabilità ci attendiamo che la crescita sia dovuta principalmente all’aumento dei volumi e ad un piccolo effetto positivo derivante dal vantaggio sulle valute, i prezzi invece dovrebbero essere sostanzialmente invariati. I risultati dei primi sei mesi dell’anno in corso sono una sorpresa più che positiva e largamente sopra alle attese, in particolare la performance acquisisce importanza nel contesto in cui è stata registrata.

Le aspettative per il 2012 sono di ricavi in crescita del 7%

Il che significa che basterebbe ottenere una crescita media nei prossimi mesi di circa il 5% per poter raggiungere l’obiettivo. Storicamente il terzo trimestre è il più impegnativo per l’azienda, proprio per questo sono prossimi al lancio nuovi prodotti ed una revisione del listino prezzi che dovrebbero sostenere le vendite anche durante i mesi più difficili. I dati ufficiali saranno resi noti soltanto il 28 agosto, ma con i ricavi che sono stati preannunciati ci attendiamo miglioramenti in tutti gli indici di profittabilità. L’azienda ha dimostrato ancora una volta la sua resilienza (resistenza e flessibilità), anche in contesti e fasi di mercato particolarmente avversi.

Migros portata in causa da Nestlé: nel mirino, le capsule del marchio

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Migros nestlé fust

BERNA – Dopo le cause intentate conto la Fust e la Denner, la Nestlé scende ora in campo anche contro la Migros. Si tratta di un’offensiva giudiziaria molto differente dalle precedenti, perché sin qui la Nestlé si era guardata bene dal portare in tribunale il colosso dei supermercati elvetici. Non certo per rispetto o altri motivi, ma semplicemente perché la catena svizzera è il primo cliente in patria del colosso degli alimentari. Che adesso è stato portato in tribunale a causa delle sue capsule per il caffè compatibili con le macchine Nespresso.

Migros: Urs Peter Naef, portavoce, ha confermato informazioni pubblicate dei domenicali “SonntagsZeitung” e “Matin Dimanche”

Il gigante della distribuzione ha affermato di non essere sorpreso della causa, ma di essere convinto di non aver violato nessun brevetto o marchio. Le capsule – ha aggiunto il portavoce – continueranno ad essere vendute nei negozi Migros fino alla decisione di un tribunale. Altre battaglie giuridiche vedono opposti il gigante alimentare e Fust, filiale della Coop, nonché Denner, filiale della Migros, che offrono pure capsule compatibili con il sistema Nespresso. Dopo un divieto temporaneo, entrambe le reti di negozi possono di nuovo vendere i loro prodotti in attesa di perizie. La multinazionale vodese ha anche avviato cause in vari paesi europei per proteggere le proprie capsule che nel 2011 hanno generato un giro d’affari di 3,5 miliardi di franchi.

Gaggio montano lancia l’allarma per una possibile delocalizzazione

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gaggio montano saeco
Lo stabilimento

MILANO – La storica azienda di Gaggio Montano che produce macchinette per il caffè è stata acquisita nel 2009 dalla Philips. L’allarme su una possibile delocalizzazione lo dà la Fiom: “A maggio l’ufficio personale non ha voluto verbalizzare le garanzie per il mantenimento degli organici”. Ma la direzione getta acqua sul fuoco: “Nell’incontro del 31 luglio chiariremo tutto” La paura è quella di rivedere un film già andato in onda più e più volte. Chiusure, esuberi, cassa integrazione, delocalizzazioni all’estero e un territorio messo in ginocchio.

Gaggio Monano è uno di quei nomi che contano

La Saeco, una delle marche più importanti al mondo per la produzione delle macchinette per il caffè. La società, dal 2009 in mano alla multinazionale Philips, starebbe pensando, secondo quanto dicono i sindacati, a ridimensionare gli addetti, quasi un migliaio in totale, che lavorano a Gaggio Montano, sull’Appennino bolognese, dove l’azienda ha le sue produzioni più importanti. Un quarto di loro potrebbero essere a rischio.

“Le nostre preoccupazioni sono iniziate quando il responsabile del personale dell’azienda non ha voluto verbalizzare le garanzie sul mantenimento degli organici”, spiega oggi a ilfattoquotidiano.it Amos Vezzali, della Fiom-Cgil. Da lì c’è stato un susseguirsi di informazioni, rumors giunti dall’interno dell’ azienda e timori per il futuro di uno dei pilastri dell’economia di quelle zone. A rischio chiusura – secondo Fiom-Cgil e Fim-Cisl, i due unici sindacati in azienda – ci sarebbe uno dei tre stabilimenti in appennino, esattamente quello in località Panigali.

“All’azienda che si occupa della mensa è stato detto che da gennaio non dovranno più servire quella struttura”, racconta un’operaia delegata sindacale in fabbrica. Gli operai verrebbero quindi trasferiti negli altri due siti produttivi di Torretta e Casona. Ma in Saeco c’è aria di riorganizzazione: il mercato non tira e c’è bisogno di fare qualcosa.

A novembre l’azienda presenterà un piano per rilanciare gli affari e si temono sorprese

I timori dei sindacalisti sono soprattutto per quei dipendenti, oltre il 25 %, affetti da malattie professionali contratte dopo anni di lavoro proprio negli stabilimenti Saeco. I loro problemi fisici e l’impossibilità di essere adoperati in alcuni stadi della catena di montaggio (un problema diffuso è per esempio il tunnel carpale) renderebbero la loro posizione più vulnerabile. Giovedì scorso, durante il Porretta soul festival, uno dei degli appuntamenti musicali più importanti in regione, una delegazione di lavoratori è salita sul palco per spiegare agli spettatori le loro preoccupazioni.

“Temiano esuberi, temiamo il trasferimento delle produzioni di Panigali all’estero, magari in Romania dove l’azienda ha già uno stabilimento. Da mesi chiediamo chiarimenti alla proprietà, ma finora niente, nessuna garanzia messa per iscritto”, spiega ancora Vezzali. Solo timori dunque per ora. “Sono informazioni molto attendibili che ci giungono da più parti conclude Vezzali. Perché l’azienda non le smentisce e verbalizza i suoi impegni per il futuro?”

Sembrano così lontani i tempi in cui Gaggio Montano nata a Gaggio 31 anni fa, aveva raggiunto una tale floridezza da sponsorizzare la gloriosa squadra di ciclismo

Una delle più forti al mondo. Il team, guidato prima da Mario Cipollini, poi da Ivan Gotti, Gilberto Simoni e Damiano Cunego, vinse tra la fine degli anni Novanta e i primi del nuovo millennio tre Giri d’Italia (27 le vittorie in tappe singole) e nove traguardi di tappa al Tour de France. L’azienda – interpellata da ilfattoquotidiano.it – sembra però smentire e promette che nell’incontro fissato per il 31 luglio, negli uffici della Provincia di Bologna, chiarirà tutto. “Sono le solite voci e chiacchiere che si sentono da cinque anni”, spiega Michele Onorato, responsabile del personale per gli stabilimenti di Gaggio Montano. Il 3 luglio scorso un altro incontro era stato rinviato e in questo le organizzazioni sindacali ci hanno visto un ennesimo segnale d’allarme.

“È stato annullato a causa di nostri impegni, nient’altro. La verità – chiarisce Onorato – è che nell’ultimo triennio 2010-2012 non ci sono state aziende nel territorio bolognese floride come la nostra per liquidità, che non hanno fatto uso nemmeno di venti giorni di cassa integrazione”. Poi Onorato va giù duro e il riferimento ai sindacati sembra evidente: “C’è qualcuno che deve giustificare il suo ruolo”. Dei quesiti sollevati dai rappresentanti dei lavoratori, Onorato risponde solo a uno. “Lo stabilimento di Panigali non è in chiusura”, assicura. “Il 31 luglio faremo probabilmente un comunicato stampa”, spiega Onorato che poi ironizza: “Temo però che qualunque cosa diremo ci sarà qualcuno che speculerà sulla tranquillità degli operai, che purtroppo sono costretti ad ascoltare cretinate”.

Nicolas Barreau racconta la magia del cacao e di Parigi in un libro appetitoso

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Nicolas Barreau Gli ingredienti segreti dell'amore Nicolas Barreau
La copertina del libro

MILANO – Parigi e la sua magia. Una chef affascinante e il suo piccolo ristorante. Un libro e il suo autore misterioso. Con “Gli ingredienti segreti dell’amore” che sarà pubblicato da Feltrinelli alla fine di agosto, l’autore Nicolas Barreau vuole dimostrare che le coincidenze non esistono. Aurèlie Bredin ne è sicura. Giovane e attraente chef, Aurèlie gestisce da qualche anno il ristorante di famiglia, ‘Le Temps des cerises’.

Nicolas Barreau costruisce una trama che profuma di cacao

È in quel piccolo locale con le tovaglie a quadri bianchi e rossi in rue Princesse, a due passi da boulevard Saint-Germain, che il padre della ragazza ha conquistato il cuore della futura moglie grazie al suo famoso Menu d’amour. Ed è sempre lì, circondata dal profumo di cioccolato e cannella, che Aurèlie è cresciuta e ha trovato conforto nei momenti difficili. Ora però, dopo una brutta scottatura d’amore, neanche il suo inguaribile ottimismo e l’accogliente tepore della cucina dell’infanzia riescono più a consolarla. Un pomeriggio, più triste che mai, Aurèlie si rifugia in una libreria, dove si imbatte in un romanzo intitolato Il sorriso delle donne.

Incuriosita, inizia a leggerlo e scopre un passaggio del libro in cui viene citato proprio il suo ristorante

Grata di quel regalo inatteso, decide di contattare l’autore per ringraziarlo. Ma l’impresa è tutt’altro che facile. Ogni tentativo di conoscere lo scrittore – un misterioso ed elusivo inglese – viene bloccato da Andrè, l’editor della casa editrice francese che ha pubblicato il romanzo. Aurèlie non si lascia scoraggiare e, quando finalmente riuscirà nel suo intento, l’incontro sarà molto diverso da ciò che si era aspettata. Più romantico, e nient’affatto casuale.

La ricotta e il caffè: prende vita la pellicola dedicata a Giuseppe Fava

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la ricotta e il caffè
La locandina

MILANO – Sono iniziate ieri in Puglia le riprese di “La ricotta e il caffè”, un cortometraggio scritto da Camilla Cuparo, diretto da Sebastiano Rizzo e dedicato alla figura di Giuseppe Fava, il giornalista catanese ucciso nel 1984 dalla mafia. Nel cast Luca Ward e Barbara Tabita. “La ricotta e il caffè” e’ il titolo curioso e insieme tragico di una storia che racconta l’umanità intima e forte tra un padre e una figlia, e che insieme rende il contrasto cromatico e disgustoso tra il caffè e la ricotta: tra un gesto rituale d’amore familiare e un linguaggio rituale di odio e violenza tra conterranei.

La ricotta e il caffè: il racconto del coraggio

Quella di Pippo Fava è una storia di coraggio e di coerenza che divide ancora la Sicilia, tra chi lo ricorda e lo celebra e chi invece lo oltraggia, pur senza poterlo dimenticare. “La ricotta e il caffè” è l’immagine di una società che si mescola ad un’altra e la sovrasta, per intimorirla e per dominarla, un atto criminale riuscito e pure non completamente, purché se ne parli, purché si ricordi e ci si lasci ancora interrogare, smuovere e commuovere. Giuseppe Fava è stato il simbolo della denuncia giornalistica sulla connivenza tra mafia e politica.

Il progetto cinematografico e’ stato voluto e prodotto da Draka Production (Giovinazzo e Milano), con la partecipazione di L’Amico del Verde – Gruppo Crespi Bonsai (Milano)

Gruppo Argenta più forte nel Veneto, apre nuova filiale a Padova

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Gruppo Argenta
Il logo Argenta

VIMERCATE (MB)- Gruppo Argenta, tra i leader italiani del settore della distribuzione automatica e semiautomatica, ha inaugurato oggi la sua nuova sede veneta, situata a Padova in Viale della regione Veneto 20. La nuova location, di circa 4.000 mq e destinata a raggruppare in una sede unica le due precedenti filiali di Padova e Mestre, impiega, in continuità, tutte le oltre 100 risorse precedentemente operanti sul territorio, in una costante ottimizzazione della logistica e della funzionalità.

Gruppo Argenta si rafforza sul territorio veneto

La sede di Mestre – mantenuta attiva e interamente dedicata ai servizi di logistica – viene infatti rafforzata, in modo da consentire, attraverso i suoi 20 addetti, la gestione del servizio “su barca” verso tutti i clienti presenti nell’area lagunare di Venezia e il mantenimento dei servizi su terraferma.

Quest’apertura evidenzia la significativa crescita di Argenta nella regione Veneto, che rappresenta per il gruppo la prima area per importanza strategica e redditività su tutto il territorio nazionale. Nel 2011, infatti, l’azienda ha raggiunto in Veneto un fatturato di quasi 64 milioni di euro, su un totale di 200 milioni di ricavi annuali complessivi: risultati che, nel corso degli ultimi due anni, hanno portato l’azienda a una crescita del 3% nella regione, in controtendenza rispetto alla difficile congiuntura economica attuale.

“Il Veneto – ha sottolineato Stefano Fanti, direttore generale di Argenta – incide sui nostri ricavi per più del 30%. Se consideriamo che la maggior parte del nostro fatturato deriva dalle consumazioni all’interno delle aziende, questo risultato mostra una buona tenuta occupazionale della regione, nonché una certa familiarità dei cittadini veneti per l’utilizzo dei distributori automatici. Nel 2011, sul territorio, abbiamo registrato 166 milioni di consumazioni.”

Anche i primi mesi del 2012 hanno registrato in Veneto dati incoraggianti, con un fatturato superiore ai 27 milioni di euro nel periodo compreso tra gennaio e maggio

A guidare i consumi regionali sono i prodotti più tradizionali, come le bevande calde, con oltre 44 milioni di consumazioni dall’inizio dell’anno, e gli snack, con 13 milioni di consumazioni. Fondata nel 1968, Argenta è tra i primi operatori nel mercato italiano del vending. L’azienda, guidata da aprile 2012 dal direttore generale Stefano Fanti, è stata acquisita nel 2008 da Motion Equity Partners – società europea indipendente di private equity specializzata in operazioni di media dimensione nei settori business services, healthcare, industrial e consumer – e ha un fatturato di oltre 200 milioni di euro. Presente con 22 sedi operative sul territorio nazionale, conta circa 1.500 addetti, oltre che una flotta aziendale di circa 1000 mezzi.

Valeria Solarino: “Non mi piacciono tutti i caffè, ma quelli Nespresso sì”

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valeria solarino
Valeria Solarino beve Nespresso

MILANO – Prendi una giovane attrice, uniscila al mondo Nespresso e vedi il risultato: l’esperienza vissuta dalla venezuelana Valeria Solarino che ha potuto apprezzare in prima persona la novità Nespresso “U”. Scopriamo che cos’è per lei il caffè e come preferisce berlo, dall’articolo di Alice Politi su style.it.

Valeria Solarino ha un sorriso ampio e frizzante

E una bellezza naturale che non puoi non notare, mentre le stringi la mano e ti intrattieni a parlare un po’ con lei. L’attrice trentaduenne, nata in Venezuela, cresciuta a Torino, ma col cuore modicano, è attualmente impegnata con le prove dello spettacolo teatrale Nel Ventre, diretto da Andrea De Rosa e ispirato alla guerra di Troia.

In attesa di vederla in tour in Sicilia il prossimo mese di agosto, la incontro a casa Nespresso, dove è madrina del lancio di “U”, la nuova macchina Nespresso per il caffè. Un’occasione giusta per indagare le sue preferenze e le abitudini legate alla degustazione della nera miscela…

Il caffè: vizio o piacere?

Valeria Solarino: «Decisamente un piacere da gustare! In realtà, non mi piacciono tutti i caffè. Quello Nespresso, per me, è particolare. L’ho scoperto durante la lavorazione di un film: c’era la macchinetta nell’appartamento in cui alloggiavo nel periodo delle riprese e all’inizio l’ho pure snobbata un po’! Poi ho cominciato a usarla e l’apprezzamento è stato immediato».

Quale rituale particolare lega Valeria Solarino al caffè?

«Il rito del caffè mi è stato tramandato dai genitori, a casa era un’abitudine consolidata. Mi piace gustarlo amaro (come mio padre!) e mai in piedi. Sono una consumatrice costante, ne bevo in media quattro al giorno, ma soltanto in rarissimi casi la sera».

Ti capita di accompagnarlo con qualcosa da mangiare? «A volte, al mattino, lo gusto insieme a qualche biscotto. Ma in generale mi piace sempre assaporarlo “puro”, magari bevendo prima un sorso d’acqua, per coglierne a pieno il sapore. Per questo, la cosa che davvero non sopporto è quando al ristorante servono la tazzina con l’aggiunta di qualche dolciume!».

E quello aromatizzato l’hai mai provato? «Lo scorso anno ho voluto assaggiare le cialde Nespresso aromatizzate alla vaniglia, ai frutti di bosco e al cioccolato. Anche se personalmente amo il gusto classico (e mai decaffeinato!)». Lo usi in qualche ricetta? «Mi piace cucinare, ma non mi dedico particolarmente ai dolci. Con il caffè non sono ancora andata oltre il classico tiramisù! ».

Il ricordo del caffè più buono che hai bevuto?

«Tendenzialmente mi piace andare in tutti i bar di Torino, che trovo meravigliosi. Lì c’è davvero il rito del caffè. In centro, ci sono dei veri e propri “salotti”. Ci si siede, si aspetta l’arrivo del caffè, c’è una ritualità maggiore rispetto ad altri luoghi d’Italia dove l’abitudine è consumarlo velocemente al bancone.

L’esperienza peggiore, invece, negli Stati Uniti: il caffè lo servono comunemente nei bicchieri di carta e non in tazzina, una cosa inconcepibile per me! ». Quali emozioni suscita in te l’aroma del caffè? «È legato al ricordo dei miei studi. E a mia madre. Il profumo di caffè scandiva le pause dai libri: era il momento di relax in cui andavo in cucina e mi concedevo questo piccolo piacere insieme a lei.

Ho ancora impresso nella memoria il giorno in cui sono andata a vivere da sola e le ho telefonato, con la tazzina pronta, dicendole: “Ciao mamma, ci beviamo un caffè?” ».