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Riflessioni: il significato della pausa caffè, tra cultura, gusto e condivisione

pausa caffè

MILANO – “Ci prendiamo un caffè assieme?” “Dai, vieni che ti offro un caffè”! “Andiamo a prenderci un caffè”. “Mi permetto di proporre una pausa caffè”. Le formule dell’invito a bere un caffè in compagnia sono tante. Ai congressi c’è la pausa caffè. Anche nei lavori più intensi, anche importantissimi, si ama la breve sosta per un caffè.

Pochi centimetri cubi di una bevanda scura, calda al punto giusto, molto profumata, ricoperta da uno straterello di schiuma dorata, dal gusto amarognolo, ma non solo, stimolante anche, che non deve essere troppo zuccherata e forse meglio senza zucchero, contenuta in una tazzina modestamente tiepida.

Può anche essere assunta in solitudine, immersi in meditazione o guardando la realtà del momento, senza pensare, ma troppo spesso viene assunta velocemente, di fretta, tra un’azione e l’altra.

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In questo caso si perde l’occasione di assaporare il profumo del caffè, elemento importantissimo, quasi componente base di questa bevanda.

Come detto all’inizio, molto meglio essere in due: scambio di parole, di idee, di pensieri. Si beve un sorso.

Altre parole, e ancora un sorso. Poi ancora parole ed infine un altro sorso. La tazzina ora è vuota. Il sapore ancora in bocca, come il profumo ancora nelle narici.

Si va avanti a chiacchierare, è importante per glorificare i pochi sorsi attorno ai quali è avvenuta una grande cosa: si è parlato, c’è stato uno scambio di idee, si è creata una breve relazione. Relazione … elemento importante nella vita.

E se si è in tre, o più? Lì l’evento diventa più complesso, più ricco di voci, di parole, di idee. Dipende molto da dove avviene e dal carattere dei protagonisti, dalla loro estrazione culturale, dai loro interessi.

La casistica prende una strada molto complessa, quasi iperbolica. Si parla di tutto: sport. politica, lavoro, avventure amorose, pettegolezzi. Quasi d’obbligo parlar male del governo e progettare vere riforme. “Se ci fossimo noi a comandare ….”

Ma stiamo parlando di un caffè. Parliamo di una tazzinetta piccola, piccola … Sorvoliamo sui molti modi di fare e di consumare l’espresso durante una pausa caffè.

Limitiamoci al nostro noto “espresso” e sottolineiamo di nuovo i molteplici significati dell’atto di assumere il caffè: atto di comfort fisico, specialmente quando si è soli con se stessi, momento di sosta dalla fatica lavorativa … i nostri vecchi in dialetto dicevano: “dai, che tirum sü un mument ül fiâ … dai che bevūm ůn cafê”, evento di relazione, di socializzazione, non solo banale consumo di una bevanda.

Quanti movimenti artistici, politici, filosofici, anche scientifici sono nati, si sono sviluppati, sono stati discussi nei caffè delle grandi città!

Praticamente diventa un mito, quasi come mettersi attorno al desco dove la famiglia, gli amici, le comunità consumano il pasto.

La condivisione degli alimenti rivela il livello culturale di una società. Nelle società primitive non si condividono i pasti: prima mangiano gli adulti forti, poi le donne, gli anziani e così via. I bimbi mangiano per ultimi, se è rimasto qualcosa.

Nelle società evolute, più acculturate, il pasto assume un significato diverso.

Nelle famiglie può essere un momento educativo, sempre la soddisfazione di una banale necessità del fisico, ma arricchito di sentimenti e atti culturali molteplici. Quasi un alimentare l’anima assieme al corpo.

Ritorniamo ora al nostro piccolo ed umile caffè per ribadire che l’assumerlo assieme diventa molto di più che assaporare una “piccola golosata”.

La pausa caffè è un atto pieno di significati: di amicizia, di cordialità, di intimità, di scambio di idee, anche di diplomazia.

È un vero evento sociale, come detto. Ovviamente si deve avere una certa carica di sensibilità per apprezzare questi significati …

Sto esagerando?

Forse, ma mi piace viverlo così. E mi vien da chiedermi: come hanno fatto i nostri avi, prima dell’arrivo del caffè nella nostra società, a creare cose grandi, come il Rinascimento senza conoscere questa bevanda?

Chissà come sarebbero divenute le Stanze Vaticane se Raffaello avesse avuto una tazzina di caffè per una pausa caffè tra una pennellata e l’altra o Michelangelo ne avesse bevuto un sorso tra una martellata e l’altra quando scolpì il Mosè, che magari avrebbe parlato.

Emilio Corbetta