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Riccardo Illy: “La crescita del business legato al caffè si esaurirà: perché è inevitabile”

polo del gusto Riccardo Illy
Riccardo Illy, l'intervista sul Polo del gusto

MILANO – Il punto di vista da imprenditore, sui conti dell’azienda di famiglia rispetto agli investimenti oltre il business del cacao e del tè. Da Affari & Finanza di repubblica.it, l’intervista a Riccardo Illy condotta da Luigi dell’Olio.

Riccardo Illy annuncia che già nel 2019 la holding Polo del Gusto sarà in utile

«Non sappiamo se tra dieci o vent’ anni, ma è inevitabile che la crescita del business legato al caffè si esaurirà. Così ci siamo mossi con un’ ottica di lungo termine per assicurare che lo sviluppo del gruppo possa proseguire per altre strade». Riccardo Illy è consigliere unico del Polo del gusto.

La sub holding costituita a giugno dalla famiglia imprenditoriale triestina per gestire in maniera coordinata tutte le attività al di fuori del caffè. (l’ammiraglia illycaffè è guidata dal fratello Andrea), vale a dire Agrimontana, Domori, Mastrojanni; Damman Frères e Fgel. In questa intervista svela per la prima volta i piani di sviluppo delle società controllate.

SENZANI
FRANKE

Prima i numeri: quanto vale il Polo del Gusto nel gruppo Illy?

«Il fatturato aggregato delle società pre-costituzione del Polo è stato di 76,2 milioni di euro nel 2018. Destinati a salire sopra quota 80 milioni nell’ esercizio in corso, pari al 13-14% dei ricavi a livello di gruppo. Nel giro di qualche anno saremo al 15%, per poi crescere ancora.

I dipendenti complessivi ammontano a 263 e l’ export vale il 24% dei ricavi. Il Polo ha già un suo equilibrio finanziario: quest’ anno chiuderemo in utile».

Quindi i nuovi settori cresceranno più rapidamente rispetto al tradizionale caffè

Riccardo Illy mostra pochi dubbi. «È inevitabile. Illycaffè ha un’ unica miscela, al 100% arabica, ed è già globale grazie alla presenza in 140 Paesi. Gli spazi di crescita si restringono e tra 10, 15 o 20 anni potrebbero esaurirsi. Lo stesso non vale per le sister company. Che hanno praterie da conquistare, anche grazie alla collaborazione tra loro e con l’ azienda principale di famiglia».

Oltre alla diversificazione ci sono altre ragioni che hanno spinto ad accelerare sui business collaterali?

«Da una parte le possibili collaborazioni tra le aziende del gruppo, riscoprendo lo spirito del nonno Francesco Illy. Che nel 1933 costituì l’ industria “Caffè e cioccolato Illy & Hausbrandt“; dall’altra sarà una palestra per la quarta generazione. Micaela, la figlia di Andrea, è nel board di Prestat. Azienda inglese acquisita da Domori in marzo. Mentre mia figlia Daria è nel cda di Illycaffè da dicembre 2016, quando sono uscito io».

Tra le singole aziende la più grande è Dammann Frères, partecipata all’ 85%

«È un’ azienda francese che produce una vasta gamma di miscele esclusive di tè di singole origini, di tè aromatizzati, tisane e infusi. Ha chiuso l’ ultimo esercizio con un fatturato di 34,9 milioni, in crescita del 4% sul 2017, e nel primo semestre di quest’ anno ha segnato un +8%. A breve aprirà una nuova boutique a Digione. Che va ad aggiungersi alle otto a gestione diretta ubicate a Parigi e alle 14 in licensing nel mondo. Da Milano alle due di Osaka».

Agrimontana, che fa confetture, frutta candita e prodotti per i gelati. E Domori, cioccolato, sembrano destinate a collaborare di più

«C’è già una forte collaborazione commerciale. Domori vende i prodotti Agrimontana nel canale retail, mentre quest’ ultima fa lo stesso con i cioccolati. Dato che ha un rapporto diretto con il segmento professional. Domori è la realtà del Polo del Gusto a più rapida crescita.

Infatti, dopo aver chiuso il 2018 a 18,6 milioni (+9% anno su anno) nel primo semestre cresce con un ritmo a due cifre. Grazie anche all’ integrazione di Prestat, il brand di cioccolato fornitore della casa reale inglese. Nel medio termine Domori raggiungerà le dimensioni di Damman. Quanto ad Agrimontana, ha chiuso il 2018 con 20,4 milioni di ricavi, con un progresso del 4,1% che dovrebbe essere confermato quest’ anno».

Per completare il quadro, restano il 23,5% di Fgel e la partecipazione totalitaria nella Mastrojanni. Cosa aspettarsi da queste due realtà?

«La prima gestisce gelaterie all’interno di centri commerciali. Conta sette punti vendita, che saliranno a dieci entro fine anno. Agendo da traino per i prodotti del gruppo. La seconda è un’azienda vinicola di Montalcino da 2,2 milioni di fatturato. (+5,3% nell’ ultimo anno). Destinati ad arrivare a 4 quest’anno alla luce degli investimenti fatti: l’ampliamento della cantina e la creazione di una sezione per l’ ospitalità. Con 11 camere e suite che stanno registrando il tutto esaurito».

Riccardo Illy: quali sono i prossimi step per la subholding

«Con l’ approvazione dei bilanci 2019 avvieremo la selezione di un partner finanziario con l’ obiettivo di farlo entrare nel capitale tra la fine del prossimo anno e l’inizio del 2021.
Dovrà essere un investitore paziente, che si muova cioè con un’ ottica decennale. Dotato anche di una buona rete di relazioni per consentirci di crescere nei mercati in cui abbiamo ancora quote di mercato limitate. A cominciare dall’Asia».

Un passo che porterà alla Borsa?

«La quotazione delle holding o subholding solitamente avviene a sconto. Per cui punteremo a quotare le singole società operative man mano che saranno pronte».

Si partirà da Damman?

«Credo proprio di sì: potrebbe essere pronta già tra tre-quattro anni. Poi toccherà alle altre, che però dovranno prima raggiungere una certa dimensione, anche tramite acquisizioni».

Ci sono già dossier aperti?

«Continuiamo a guardarci intorno. Le aziende destinate a entrare nel Polo del Gusto devono offrire prodotti di eccellenza, avere un potenziale per sviluppare sinergie. Infine, offrire una prospettiva di internazionalizzazione. Nel campo del vino stiamo guardando alcune realtà piemontesi che producono barolo e altre in Francia. Vogliamo crescere anche nel segmento dei biscotti».

L’internazionalizzazione come strada obbligata per fronteggiare la debolezza del mercato interno?

Risponde Riccardo Illy. «Per ogni impresa andare sui mercati globali è un obbligo. Se lo fai, puoi cogliere le opportunità dell’ internazionalizzazione. Impari ad adattarti a contesti diversi. Inoltre puoi sfruttare le economie di scala e le curve di esperienza grazie alle quali, all’aumentare della produzione di un prodotto, ne diminuisce il costo medio.

Tutti fattori che producono benefici anche sul mercato interno. In caso contrario, se rinunci a entrare in un mercato, devi sapere che lo farà magari un concorrente francese o coreano. E saranno loro a trarne i benefici».