martedì 20 Gennaio 2026
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Il primato: a Milano la maxi tavoletta di cioccolato

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Mirco Della Vecchia
Mirco Della Vecchia con la targa del Guinness World Record

MILANO – Il primato è stato certificato: la maxi tavoletta di cioccolato preparata dal maestro cioccolataio Mirco Della Vecchia è da Guinness dei primati. La misurazione è avvenuta sabato pomeriggio al Bicocca Village di Milano, dove un giudice londinese del Guinness World Records ha certificato che la maxi tavoletta ha una dimensione di 18 metri per 2, più lunga quindi di tre metri rispetto al record precedente.

Della Vecchia, bellunese di 32 anni, è il cioccolatiere che detiene il maggior numero di Guinness al mondo nel settore della pasticceria e della cioccolateria.

Tra le creazioni di Mirco Della Vecchia, la scultura in cioccolato più alta del mondo, una riproduzione del campanile di San Marco alta otto metri e creata nel 2010 usando otto tonnellate di cioccolato.

La tavoletta extra-large che ha conquistato il nuovo primato rimarrà in esposizione al Bicocca Village sino al 6 aprile.

Sabato 7 aprile, per festeggiare la Pasqua, verrà spezzata e distribuita gratuitamente ai visitatori del grande Entertainment Center milanese.

I nostri addii: la scomparsa di Luigi Saquella, aveva 72 anni

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Luigi Saquella
Luigi Saquella

CHIETI – Lutto nel mondo del caffè non soltanto italiano. Luigi Saquella, 72 anni, è morto all’Ospedale civile del capoluogo abruzzese. La salma è stata composta nell’obitorio del nosocomio dove sarà possibile rendergli l’ultimo omaggio sino alle ore 13 di domani, martedì. Luigi Saquella, amministratore delegato della Torrefazione Saquella Caffè, fondata nel 1856 a Pescara, era anche il presidente del Consorzio promozione caffè ed era stato il co-fondatore dell’Associazione nazionale torreffatori di recente diventata Associazione italiana torrefattori. I funerali si svolgeranno domani alle ore 16 nella Chiesa di Sant’ Andrea nel omonima piazza a Pescara. Luigi Saquella è stato stroncato da un infarto.

Luigi Saquella, l’imprenditore

Saquella, noto a tutti gli addetti ai lavori perché dal 1988 era il presidente del Consorzio promozione caffè, che ha da subito riunito i torrefattori italiani per promuovere, sviluppare e consolidare anche nel nostro Paese l’immagine del caffè, divulgando informazioni corrette dal punto di vista medico-scientifico. Tra le numerose ed apprezzate attività volute da Saquella il Premio Giornalistico Luigi Saquella De Coffea riservato alla divulgazione scientifica su caffè e salute. Luigi Saquella si occupava della torrefazione di famiglia con il fratello Enrico.

La storia

L’azienda, fondata nel 1856 dal bisnonno Clemente Saquella, avviò in Abruzzo il commercio di spezie e coloniali, the, orzo, cacao delle più svariate provenienze e qualità. All’inizio il giovane Clemente faceva spola tra Chieti e Napoli, allora capitale, da dove si riforniva di prodotti che non si potevano trovare sul mercato locale e successivamente aprì insieme al fratello Antonio un deposito, nella città abruzzese, per la vendita all’ingrosso, come è documentato dalla iscrizione della ditta “Antonio e Clemente Saquella” nel registro degli Utenti Pesi e Misure. Luigi e Alfonso Saquella, figli di Clemente, nel maggio del 1912 costituiscono una società commerciale in nome collettivo avente per oggetto la continuazione dell’attività mercantile paterna. In omaggio alla memoria del venerato padre, l’esercizio della ditta continuò con il nome “Clemente Saquella”. Gli anni trenta segnarono una svolta nella storia della società, che in questo periodo conosce una crescita straordinaria arrivando ad un patrimonio netto di ben 103.000 lire.

Gli anni ’40

Arnaldo Saquella, insieme ai fratelli Mario e Giovanni, ha modo di maturare la convinzione che sarebbe stato premiante concentrare l’attenzione verso il caffè espresso 1945. Durante la guerra l’attività si interrompe, ma nel ’45 grazie alla liberalizzazione dei prodotti alimentari, si riprende con rinnovata energia. La ditta Clemente Saquella, guidata da Arnaldo Saquella, realizza a Pescara il primo stabilimento dotato di una prima tostatrice Vittoria da 25 kg che verrà integrata nell’arco di pochi mesi con una tostatrice Farina da 120 kg.Arrivano subito i successi e l’area di vendita si amplia alle vicine regioni del Lazio, Marche, Umbria e Campania. Nel 1948 Nascono le prime confezioni da 10 Kg. e 30 Kg. in carta oleata rivestite in tela denominate “Caffè tostato bar Saquella”. Nasce Caffe Brasil in confezioni da 100gr. realizzate in cartoncino cerato per il mercato laziale e umbro e destinate al consumo domestico.

Gli anni ’50 e ’60

Nel 1955 per la prima volta il caffè prodotto raggiunge i 3.500 quintali. La gamma dei prodotti si amplia e nascono le prime miscele:Bar Franca, Bar Sud, Spazial, Extra, Ancona, Lodi, Bianca, Victor in confezioni da 5 e 10 kg. Negli anni successivi si ampliano le zone di vendita e si inaugurano nuovi depositi: Ferrara, Lecce, Benevento, Roma, Cava dei Tirreni, Campobasso, Avezzano, Foggia, Bari, Macerata, Ancona, Rimini, Perugia, Terni, Firenze per soddisfare al meglio la crescente richiesta di caffe’ tostato. Verso la fine degli anni 60 si rafforza la rete di vendita composta da 38 agenti e i volumi superano i 4.000 quintali su base annua. Nel 1969 viene fondata la nuova ditta Luigi & Enrico Saquella S.n.c.

La storia più recente

Nel ’71 si inaugura la nuova sede aziendale su un terreno di 11.000 mq. nella zona industriale di Pescara. L’anno dopo si avvia il processo di internazionalizzazione del marchio Saquella, attraverso una diffusione dell’espresso in Canada e in diversi paesi europei. Nell’88 Saquella Caffe’ fa il suo ingresso nella Grande Distribuzione Organizzata con nuove linee di prodotto dedicate. Nove anni dopo, nel 1997, nasce la Saquella Deutschland, scelta divenuta necessaria in relazione alla volontà di maggiore penetrazione del prodotto nel mercato tedesco. Nel 1999 l’azienda assume la denominazione “Saquella 1856” e si trasforma in società di capitali. Oggi la Saquella 1856 è tra le Torrefazioni più note d’Italia anche per una vasta diffusione del prodotto in tutto il mondo. Alla famiglia Saquella le condoglianze della direzione e della redazione di ComuniCaffè e ComuniCaffè Intertionational.

Starbucks svela uno dei suoi coloranti: è un insetto

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Frappuccino alla fragola di Starbucks
Frappuccino alla fragola di Starbucks

MILANO – Cosa dona ad un frappuccino alla fragola firmato Starbucks un colore rosa così acceso? La risposta viene fornita dalla Stabucks stessa: secondo un loro recente comunicato, il colorante utilizzato nella bevanda proverrebbe da un insetto. Stando al comunicato, la Starbucks avrebbe dichiarato di usare l’estratto di cocciniglia, un insetto che quando macinato fornisce un colorante naturale rosa che viene poi usato nel frappuccino.

Starbucks…tutto naturale e sicuro dentro il colore fragola

Secondo il Daily Mail, la maggior parte degli insetti proviene dal Messico e dall’America del Sud: prima di essere macinati e ridotti in polvere, vengono prima fatti seccare. Nonostante possa sembrare disgustoso, l’estratto di cocciniglia è un ingrediente del tutto sano e naturale: da secoli viene usato per ravvivare i colori di vari alimenti, ormai da secoli. La United States Food and Drug Administration lo considera un ingrediente sicuro: Starbucks, per suo conto, ha dichiarato di usare l’estratto di insetti per limitare quanto più possibile l’uso di ingredienti artificiali nei propri prodotti.

Ed entro il 2015 la quota del caffè etico in base agli standar C.A.F.E. sarà al 100 per cento

Intanto Starbucks si è posta nuovi obiettivi etici per gli anni a venire, a partire dalla produzione del caffè servito alla clientela che dovrà essere certificato in base agli standard C.A.F.E. al 100% entro il 2015.

La quota del “caffè etico” sul caffè venduto dalla catena ammontava all’86% nel 2011. Previsti anche investimenti in favore di fattorie e comunità di agricoltori tramite i “farmer loan” per 20 milioni di dollari entro il 2015 (alla fine dello scorso anno si era giunti a 14,7 milioni di dollari). Fra gli obiettivi che Starbucks si è posta anche quello di migliorare l’accesso dei produttori al mercato delle emissioni sulla scorta del programma pilota in Indonesia, che sta già fornendo buoni risultati anche in Messico. Si tratta in pratica di favorire l’agricoltura sostenibile permettendo agli agricoltori di vendere i diritti sull’anidride carbonica intrappolata nelle piante presenti sul territorio.

Mary Mauro: “Non è il soldo che fa l’impresa, è il contrario, casomai”

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Mary Mauro
Mary Mauro

MILANO – ”Donna meno disponibile ad accettare manna dal cielo” Mary Mauro ha lavorato nell’azienda di famiglia per ventidue anni. Nel 2008, con le sue tre sorelle, ha fondato Sevengrams, “perché sette grammi sono la dose necessaria per produrre una tazzina di espresso”. Riprendiamo da Tabularosa l’intervista che l’imprenditrice ha rilasciato a Josephine Condemi sulla sua nuova impresa parlando anche di imprenditoria femminile.

Mary Mauro esordisce: si parla sempre di donne che hanno problemi di indipendenza economica, ma ci sono anche donne imprenditrici, che hanno un’esperienza diversa da raccontare

“Che poi è mettere in pratica quello che la donna ha sempre fatto, cioè la gestione della giornata, l’organizzazione della famiglia, la capacità di lavorare su più piani…io mi sono resa conto di essere imprenditrice dopo. Quando si ha la fortuna di avere dei sogni in cui si vuole investire, dei progetti, una visione di un qualcosa da proporre.

Nella seconda metà della mia vita, ci si ritrova a mettere in ordine le priorità, le cose che ti sono venute meglio, per cui vale la pena spendere energie e quelle per cui non vale, e quindi ci si focalizza sugli obiettivi che avresti potuto e non hai raggiunto…se scatta la scintilla, “ok ci provo”, si parte. Ci vuole una giusta dose di coraggio, ma bisogna anche essere disponibili a reinventarsi, nonostante le esperienze maturate. Non è il soldo che fa l’impresa, è il contrario casomai.

Quando avvii una attività, devi capirlo che il fattore per cui l’idea funzionerà o no sarà frutto non delle risorse ma della bontà dell’idea e l’efficacia del mercato. Per carità, il capitale ci vuole, e questo contesto non ti aiuta molto: non sei mai abbastanza giovane, vecchio, donna, però non è l’unica variabile che conta. Certo, è un problema gravissimo ad esempio quello della mancanza di credito alle imprese da parte delle banche perché la struttura così non è orientata sui flussi che un sistema può produrre ma sulle garanzie, che è una logica più assicurativa che di sostegno.

D’altra parte è pur vero che imprenditore è colui che rischia: si è disposti a rischiare quello che si ha?

Perché se ci si scoraggia rispetto al bando che non si vince, all’incentivo, si perde di vista il perché si è deciso di provarci…questo è un passo fondamentale… Non c’è più spartizione netta tra lavoro e impresa, perché il lavoratore nella maggior parte dei casi, e l’Italia è un paese fondato sulle piccole e medie impresa, è parte stessa del capitale… quando si parte, si rischia tutti insieme… la soddisfazione è riuscire a creare un team che condivida i tuoi stessi valori e li porti avanti”…

Parliamo proprio della gestione del potere… esiste un modello al femminile?
“Non credo esista uno stile femminile e uno stile maschile…”

Ma a lei non hanno mai fatto notare di essere una donna imprenditrice?

“Sì, ma si noti che oggi il maggior numero delle imprese più giovani è femminile, perché la donna è meno disponibile ad aspettare la manna dal cielo… forse siamo un po’ più incoscienti, abbiamo più convinzione che ce la possiamo fare. In azienda non ci sono più i paradigmi militari del potere trasportati all’industria, oggi l’esigenza di un team aziendale è avere una visione globale, che anche delegando coinvolga nella mission… Certo, esistono anche dei passaggi di crescita, di responsabilità che vanno accompagnati, e anche qui la donna ha la natura di crescere i figli, di portarli avanti nello stesso tempo, bisogna trasmettere e pretendere competenze e continua crescita. E poi apertura. È necessario un cambio di visione: l’impresa non può più essere sostenibile solo nel campo del profitto, ma anche di impatto su un contesto. Quale valore sociale? Non si può chiedere un atto di fede al consumatore…”

Qual è l’aspetto che fa la differenza?

Conclude Mary Mauro: “La differenza è la visione, il contributo dell’originalità… io ho avuto la fortuna di avere accesso a un mondo che non conoscevo, di persone appassionate di ciò che fanno, che poi è la ricchezza di questo paese, in cui si sono culture radicatissime, eccellenze straordinarie… Bisogna cambiare la visione dell’approccio ai problemi e metterla in pista… Cambiando il paradigma si può fare la differenza, anche come sistema Italia”.

Trieste: in tre anni chiusi 110 tra bar e ristoranti, arriva la denuncia Fipe

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illycaffè trieste master
Il grattacielo rosso di Palazzo Aedes

TRIESTE – Tracciando un bilancio del numero dei bar e dei ristoranti aperti e chiusi in città negli ultimi anni si nota un trend negativo che, partita nel 1997, a oggi non si arresta. Nel solo periodo tra dicembre 2008 e gennaio 2012 Trieste ha perduto 110 locali. Le licenze dei pubblici esercizi oggi sono 1.039, cinque anni fa erano 1.149. Una piccola strage. Eppure nel centro cittadino nuovi bar, pizzerie, ristoranti e gelaterie spuntano come funghi. «È appena fuori dal cuore della città, in periferia – precisa Bruno Vesnaver, ristoratore e presidente della Fipe, il sindacato dei pubblici esercizi aderente alla Confcommercio – che registriamo un numero preoccupante di chiusure. Siamo troppi e dal punto turistico restiamo solo una città di passaggio. Serve un intervento urgente da parte del Comune».

Ci sono vie, a Trieste, dove ogni venti metri è stato aperto un locale

Basta fare due passi in via Torino, in via San Lazzaro o in Cittavecchia per accorgersi della concentrazione. Nei rioni più periferici invece le nuove iniziative latitano. E le vecchie trattorie, le latterie e i caffè continuano a tirare giù le serrande.

«Il Comune deve studiare un piano per regolamentare in qualche modo le licenze, anche se c’è la liberalizzazione – spiega Vesnaver – in modo tale da spalmare l’apertura di nuovi esercizi pubblici su tutto il nostro territorio. Da parte nostra siamo disponibili a collaborare, a trovare insieme una soluzione».

La liberalizzazione delle licenze dei pubblici esercizi contenuta nel Decreto Bersani del 2006 e la soppressione del Rec, il registro dei pubblici esercizi, ha permesso in qualche modo a chiunque di aprire un locale ovunque. Una boccata d’ossigeno allora per chi voleva investire in questo campo che ora si sta rivelando un vero boomerang.

«Non ci sono congressi, le esposizioni fieristiche sono ridotte al minimo, le mostre non sono di richiamo nazionale – commenta il presidente della Fipe – la città non riporta risultati turistici da capogiro».

Così chi ha meno professionalità o le spalle economicamente meno coperte è costretto a chiudere

La concentrazione di locali pubblici in certe vie della città crea non pochi problemi anche di ordine pubblico. I residenti protestano, gli avventori rivendicano il loro diritto di divertirsi o di fumare all’aperto, i gestori quello a poter lavorare.

«L’aumento dei turisti per ora non ci sarà, si vive di turismo per pochi mesi all’anno – sottolinea Vesnaver – per rilanciare l’economia del comparto del commercio è obbligatorio fare pressioni su chi ha la responsabilità del rilancio del fronte mare e soprattutto della Stazione Marittima che deve assolutamente ritornare a essere una struttura appetibile per chi organizza congressi».

In caso contrario, senza un’inversione di tendenza, secondo Vesnaver quella tra i gestori dei locali pubblici a Trieste si ridurrà ad una guerra tra poveri

Le strutture alberghiere sono le uniche a non aver registrato delle chiusure. Ma anche chi ha investito nella ricezione necessità di nuova linfa. «I bar di Trieste che riescono a vivere bene, che hanno bilanci in attivo, che non hanno problemi – specifica il presidente Fipe – non sono più di cinque, sei. Gli tirano avanti ma non sono in salute». Va ricordato che a livello nazionale, da anni, Trieste vanta una delle percentuali più elevate nel rapporto tra numero di esercizi pubblici e residenti.

L’appello di Vesnaver all’amministrazione comunale è chiaro ed esplicito: «O il Comune interviene mettendo delle regole o qui siamo alla disperazione. Non se ne può più, ogni foro commerciale libero ormai diventa un bar». Gli esercenti non ne possono più degli improvvisatori. Lo stesso presidente propone anche che a chi apre un esercizio pubblico venga imposto di frequentare dei corsi formativi o che, quantomeno, chi vuole intraprendere questo tipo di attività debba dimostrare almeno alcuni anni di esperienza. «Altrimenti – sostiene – in questa giungla rischia di venir meno anche l’ospitalità». Fonte: il Piccolo

Antonio Quarta: “L’espresso italiano è un’eccellenza da difendere”

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Quarta antonio quarta caffè
Antonio Quarta patron della Quarta Caffè di Lecce

MILANO – Un articolo di Chiara Beria Di Argentine sull’importante quotidiano nazionale descrive l’azienda Quarta per raccontare il Salento “Il futuro del Salento in una tazzina di caffè” è il titolo di un articolo uscito nella pagina dei Commenti del quotidiano La Stampa di Torino, a firma di Chiara Beria Di Argentine, una delle firme storiche del giornalismo femminile italiano. Abbiamo pensato di riprodurlo integralmente per testimoniare l’attenzione che l’importante quotidiano nazionale, diretto da Mario Calabresi, ha dedicato ad un’azienda del caffè. Di Chiara Beria Di Argentine

“A memoria d’uomo non si era mai vista in un bar l’insegna di un caffè straniero”, nota Antonio Quarta

“L’espresso italiano è un’eccellenza da difendere. Fa parte della nostra tradizione, del nostro stile di vita. E’ assurdo che gli svizzeri ci vendano il caffè con l’enfasi di chi ha inventato l’espresso”. Profumo di caffè in terra di Salento: Quarta, 45 anni, amministratore unico della società di famiglia (“Quarta Caffè”, 105 collaboratori, lui – come faceva suo padre Gaetano – non li chiama mai dipendenti; 25 milioni di euro di fatturato) è un tosto imprenditore del Sud che teorizza un modello d’azienda de-globalizzata e superattenta al suo territorio (“Non basta amarlo a parole, bisogna difenderlo coi fatti”), al punto da non temere, nonostante l’evidente sproporzione di forze e mezzi, lo scontro con le multinazionali alimentari straniere.

Eletto per la seconda volta alla guida dell’Ati, l’Associazione delle piccole e medie imprese di torrefazione, Antonio Quarta non ha esitato – “E’ una mia posizione personale” – a lanciare l’allarme fin nelle case italiane del caffè in capsule o in cialde (“monoporzionato” è il termine tecnico).

“Grande operazione di marketing! Ma, a quale prezzo per i consumatori? In famiglia una tazzina di caffè fatta con la moka costa 5 centesimi, con una capsula 40 centesimi”, spiega l’imprenditore. E ancora. Secondo Quarta questa moda – a contendere in mercato agli svizzeri anche famose aziende italiane – rischia di avere un pesante impatto anche sull’ambiente non solo per il problema dello smaltimento della plastica e dell’alluminio della cialda.

“Un kilo di caffè in cialde occupa lo spazio di 6 chili di caffè in grani; quindi se basta un solo furgone per trasportare 10 quintali di prodotto per la stessa quantità di monoporzionato ne occorrono 6. Altro che inquinare meno, altro che km 0!”.

Lecce, folla da “Avio”, per il classico rito del caffè; la Bari delle cozze pelose al sindaco sembra un altro pianeta

“Avio” è il bar degustazione dei Quarta, dinastia assai amata nella città gioiello del Barocco (hanno finanziato tra l’altro il restauro di alcuni pregevoli dipinti) fondata negli anni ’50 dal nonno omonimo di Antonio (fu lui a inventare la ricetta estiva del “caffè in ghiaccio” con latte di mandorle al posto dello zucchero). Alle pareti vecchie foto, la riproduzione della prima cartina navale dell’Unità d’Italia sul barattolo di latta, zero plastica. Racconta Quarta: “Assieme a Confcommercio e Confesercenti 28 anni fa – quando non era ancora né un business né una moda – abbiamo fatto la nostra prima iniziativa ambientale distribuendo 300 mila sacchetti di carta riciclata in tutti supermercati della provincia. Da allora noi non usiamo altro”. Rispetto per la natura, amore per la propria terra, lotta alla globalizzazione: è la miscela della Quarta.

Con il progetto scuola -impresa, realizzato con i provveditorati pugliesi, l’imprenditore ospita 4 mila studenti all’anno nella sua eco-compatibile azienda (energia prodotta da un sistema integrato fotovoltaico ed eolico; residui della lavorazione riciclati; verde ed alberi piantumati attorno allo stabilimento: “Certi siti industriali sembrano delle discariche!”). Ai giovani Antonio Quarta parla di un altro sviluppo possibile nel suo amato Salento minacciato dalla speculazione edilizia, le discariche a cielo aperto, i mega centri commerciali.

Antonio Quarta: “Negli anni ‘60 mio padre Gaetano ha avuto il coraggio di sfidare le grandi industrie puntando sulla qualità. Una sfida vincente.”

“La mia mission è affermare un modello d’impresa locale come sistema aperto che interagisce con il territorio. Quanto ai giovani spero che il nostro progetto li aiuti a maturare una coscienza di consumatori; devono imparare a scegliere e difendere i nostri prodotti. Qualità non è una bella confezione o una pubblicità di successo ma è uno stato mentale! Solo affondando nelle nostre radici possiamo resistere alla globalizzazione e creare nuovi posto di lavoro. Pensa di entrare in politica? Ribatte Quarta: “No, voglio essere un uomo libero”.

Nigeria vuole triplicare la produzione di cioccolato entro il 2018

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Coltivazione di cacao in Nigeria
Coltivazione di cacao in Nigeria

MILANO – La Nigeria ha intenzione di aumentare la propria produzione di cacao e collocarsi così ai vertici della classifica dei maggiori Paesi esportatori. L’ultimo raccolto di cacao, secondo i dati del ministero dell’Agricoltura, è ammontato a circa 250mila tonnellate, ma già da quest’anno la quota dovrebbe salire fino a raggiungere le 335mila tonnellate.

Nigeria: l’obiettivo del governo è di crescere gradualmente fino ad arrivare a una produzione complessiva che sfiori il milione di tonnellate a partire dal 2018

Per raggiungerlo si prevede di aumentare l’estensione della superficie dedicata alle piantagioni di cacao, pari adesso a quasi 640mila ettari; di distribuire fertilizzanti, insetticidi e macchinari a 200mila agricoltori; di finanziare progetti di irrigazione. Iniziative che, combinate insieme, dovrebbero portare a un aumento della resa che dovrebbe passare da 350 a 500 chili di cacao prodotto in un ettaro di terreno.

Como i dati della Camera di Commercio: in centro un locale ogni 4 negozi

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Il centro storico di Como
Il centro storico di Como

COMO – Un bar o un ristorante ogni quattro negozi, nel centro storico di Como, una concentrazione otto volte più alta che nel resto della città. E non conoscono crisi. Una radiografia completa e dettagliata dei locali per la somministrazione di alimenti e bevande al pubblico è emersa dall’indagine sviluppata in collaborazione tra il Comune di Como, la Camera di Commercio e Confcommercio, nell’ambito dei progetti sul distretto urbano del Commercio.

Como: l’indagine e le prospettive sono state presentate di recente in una tavola rotonda

In città murata, su 517 negozi, sono attivi 125 bar o ristoranti, con una densità di 231 per Kmq. Non è invece buono il rapporto tra una serie di locali notturni e i residenti, tanto che sono sorti ben 19 comitati contro la movida. Sulla base dell’indagine, sono stati fatti i conti in tasca ai baristi: la spesa dei soli residenti a Como per bar e ristoranti è di 112 milioni di euro l’anno. Ma i residenti rappresentano il 57% degli avventori; il 43% viene da fuori, da paesi, città ed estero. Quindi vanno aggiunti altri 40 milioni di euro, oltre 150 in totale.

La quota più importante di mercato è coperta dagli esercizi del centro

Calcolata in 70 milioni di euro l’anno, da suddividere per i 125 esercizi pubblici. Per questo, la competizione deve farsi serrata, per avere margini di profitto, dedotte tutte le spese. Cento caffè danno un incasso lordo di cento – centoventi euro: se il barista ha bisogno di arrivare a mille o a duemila euro, concentrati soprattutto nel week end, deve attirare avventori. Un solo avventore e sette euro di aperitivo valgono sette avventori e sette caffè. Sono calcoli teorici, ma spiegano perché la “movida”, dal punto di vista degli affari, rende di più che avventori alla spicciolata. E perché, prima della liberalizzazione degli orari, il 25% dei bar del centro avevano chiesto di chiudere alle due del mattino. Alla sera, non si beve acqua. Fonte: laprovinciadicomo.it

Strauss Group: i maggiori costi e la protesta dei consumatori comprimono gli utili

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Strauss Coffee mercati strauss-group Strauss vendite Il logo di Strauss Grou
Il logo di Strauss Group

MILANO – Risultati agrodolci per il gigante del food israeliano Strauss Group. Il fatturato del gruppo ha registrato infatti un incremento vicino al 13% nell’esercizio 2011 superando il miliardo e mezzo di euro. Ma i maggiori costi del caffè verde e i tagli ai prezzi di numerosi prodotti decisi in risposta alle proteste dei consumatori israeliani contro il caro vita hanno ridotto i margini e l’utile operativo è sceso a circa 93,3 milioni di euro, pari a un calo del 14% sull’anno precedente.

Strauss Group: nel quarto trimestre 2011, l’utile netto è stato di 6,6 milioni di euro

In linea con il risultato dello stesso periodo dell’esercizio 2010, a fronte di un incremento delle vendite da 363 a 423 milioni di euro circa. Strauss ha quattro principali rami di attività. Il caffè conta per circa la metà del fatturato, le vendite di prodotti alimentari in Israele per circa il 35%. Strauss Coffee è il quinto competitor globale in termini di volumi di caffè verde movimentati.

Salse, salate e acque minerali contribuiscono per buona parte del rimanente fatturato

Le vendite di caffè sono state pari a 787 milioni di euro nel 2011, in crescita del 15% sul 2010, principalmente grazie al contributo del mercato russo e brasiliano. L’utile operativo del ramo caffè è aumentato dell’1,5% a 52,4 milioni di euro.

Handespresso: presto l’espresso con la cialda Ese pure in auto

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caffè cialde e capsule consorzio Ese handespresso
Il caffè in cialda è perfettamente riciclabile

MILANO – Presto potremo bere l’espresso anche in auto grazie a un nuova macchina per l’espresso realizzata da Handpresso. Con il motto “Liberté, qualité, mobilité”, il gruppo francese ha lanciato Handespresso Auto, questo il nome della macchina, al prezzo di 149 euro. Per ora non è stato indicato quando è previsto il lancio in Italia. Si sa già che la nuova macchina, dalla forma simile a quella di una torcia, funziona collegandola alla presa accendisigari: basta un po’ d’acqua e una cialda Ese e, dopo aver premuto un pulsante, la bevanda è pronta in due minuti.

Handespresso non è la prima macchina di questo tipo

Ma permetterà finalmente di poter sorseggiare un caffè decente in viaggio. Comporta un’unica precauzione: se è vero che nessuna legge vieta di bere caffè mentre si è alla guida dell’automobile, per gustare la bevanda calda senza pericoli, l’azienda invita i clienti a fare una sosta.