domenica 18 Gennaio 2026
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Ico, export mondiale in flessione (-2,3%) nei primi 6 mesi del 2011/12

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Il logo dell'Ico

MILANO – Export mondiale in ripresa a marzo secondo i dati mensili diffusi ieri dall’Ico. Le esportazioni sono risultate pari a 9,88 milioni di sacchi, contro i 9,52 di febbraio. Negativo invece (-6,7%) il raffronto con marzo 2011, quando sono stati esportati 10,59 milioni di sacchi.

Ico fa il punto sull’export

Nel primo semestre dell’annata caffearia 2011/12 (ottobre 2011-marzo 2012), l’export totale è stato di 51,7 milioni di sacchi, in calo del 2,3% rispetto ai 52,9 milioni dei primi 6 mesi del 2010/11. Negli ultimi 12 mesi disponibili (aprile 2011-marzo 2012), le esportazioni sono state complessivamente pari a 103,3 milioni di sacchi, in crescita di circa il 2% rispetto all’analogo periodo precedente. In flessione (-3,8%) gli imbarchi di arabica, che scendono a 64,7 milioni di sacchi. Aumenta invece l’export di robusta (+13,5%), che raggiunge i 38,6 milioni.

Tutte le statistiche al link: http://www.ico.org/trade_statistics.asp

Caffeina non è causa di incontinenza urinaria per le donne

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MILANO – Le donne che soffrono di incontinenza urinaria non devono più preoccuparsi della tazza di caffè di troppo: studi recenti dimostrano che la caffeina non peggiora affatto la loro condizione, a differenza di quanto prima si pensava. “Va benissimo che una donna si astenga dalla caffeina, ma sulla base dei nostri risultati, i rischi non dovrebbero interessare le donne con incontinenza moderata”, ha dichiarato Mary Townsend, principale autrice dello studio effettuato dall’ospedale Brigham and Women e dalla Harvard Medical School di Boston.

Tuttavia non si sa ancora con certezza se la caffeina abbia un impatto solo a breve termine

Inducendo cioè il bisogno di urinare soltanto subito dopo aver bevuto sostanze contenenti caffeina. I ricercatori, infatti, non ha trovato alcun legame tra l’aumento del consumo di caffeina negli anni di indagine scientifica e il peggioramento dei sintomi urinari. “Le donne possono anche soffrire di incontinenza da stress”, ha detto la Dott.ssa Larissa Rodriguez, co-direttrice della divisione di urologia femminile, chirurgia ricostruttiva e urodinamica presso la Scuola di Medicina David Geffen all’Università della California, Los Angeles.

Le perdite relative a incontinenza da sforzo possono essere provocate da qualsiasi attività che pone l’accento sulla vescica, come starnutire o ridere

L’incontinenza da rigurgito si verifica quando la vescica non si svuota correttamente mentre l’incontinenza da urgenza (o vescica iperattiva) è la necessità improvvisa di andare in bagno. Lo studio è comunque abbastanza parziale, anche perché i sintomi di incontinenza sono stati segnalati dalle donne e non misurati da un medico. Fonte: università.it

David Hatters, un tuffo fotografico in mare vale un premio con la Illy

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david hatters

VICENZA – Più che il mezzo può vincere l’idea. Anche quando devi concorrere con oltre 3mila foto di fotografi di tutto il mondo. Davide Cappellari, in arte David Hatters con la sfrontatezza dei 25 anni ci ha provato e ha vinto. La illycaffè aveva indetto un concorso fotografico sul suo sito web dedicato agli scatti di vita quotidiana.

David Hatters era in vacanza in Sardegna l’estate scorsa e con una macchina fotografica da 300 euro si getta nelle azzurre acque dell’isola

Davanti a lui un uomo che sta nuotando ignaro: pronti si scatta. Quella figura immersa nell’azzurro chiaro, con una scia d’acqua che sembra un’ala per spingersi verso l’orizzonte, è stata scelta tra una decina di foto dal noto marchio di caffè. Pubblicata in migliaia di copie è stata inserita nel carnet che i bar monomarca usano per gli abbonamenti dedicati ai clienti consumatori di Illy.

Quel tuffo in Sardegna è valso a David Hatters anche un premio in denaro, ma soprattutto una prestigiosa affermazione tra i giovani fotografi nazionali. «Nel novembre scorso – dice – ho ricevuto una mail con la comunicazione che avevo vinto il primo premio della sezione “Un tuffo nel gusto”. Quasi non ci credevo e adesso mi godo questo successo».

Nutella VS mamme: Ferrero costretta a risarcire 3 mln di dollari

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giovanni ferrero nutella
Giovanni Ferrero è presidente esecutivo del Gruppo Ferrero

STATI UNITI – Mamme contro la Nutella Ferrero dovrà risarcire tre milioni di dollari WASHINGTON – Un gruppo di mamme americane ha vinto la sua battaglia contro la Nutella. Che sì «fa più buona la vita» (come recita lo slogan), ma – secondo i consumatori statunitensi che hanno promosso due class action – non è così salutare come viene pubblicizzato.

Nutella: Ferrero accusata di “pubblicità ingannevole”

E per questo davanti a un tribunale americano è stato deciso che la filiale Usa del gruppo piemontese dovrà risarcire 4 dollari a barattolo a tutti coloro che dimostreranno di aver acquistato tra il 2009 e il 2012 la crema nocciole e cacao più famosa al mondo. Non si potranno “denunciare” più di cinque confezioni, e dai primi calcoli la cifra da sborsare potrebbe ammontare a oltre 3 milioni di dollari. Il gruppo di Alba (Cuneo) non parla di multa, ma di un accordo raggiunto per ridurre le ingenti spese legali legate a un prolungamento del contenzioso.

«L’accordo transattivo raggiunto da Ferrero negli Stati Uniti – assicura l’azienda piemontese – è relativo al solo contenzioso nato dalla pubblicità trasmessa negli Stati Uniti e alla conformità di quest’ultima alle esigenze della legislazione americana», spiega il gruppo di Alba, sottolineando come «non vi è nessun tipo di necessità di correggere da parte dell’azienda i suoi comportamenti commerciali e pubblicitari negli altri Paesi, nè intervenendo sulla confezione del prodotto, nè sul posizionamento di marketing».

Insomma, la vicenda riguarda solo gli Usa

E comunque – contrattacca la Ferrero – «l’utilizzo di Nutella a prima colazione con pane, latte e frutta nelle quantità suggerite è raccomandato da numerosi studi scientifici di alta rilevanza internazionale nel quadro di una dieta equilibrata e gustosa». Non la pensa così la mamma di San Diego, California, che a inizio 2011 ha cominciato la sua battaglia legale contro la Nutella, sentendosi tradita dalla pubblicità: pensava di dare alla sua bimba di 4 anni un prodotto sano, e invece – si spiega nei ricorsi presentati – ha scoperto che una sola “spalmata” sul toast contiene ben 200 calorie, con una buona dose di grassi saturi. Per questo ha trascinato con sè altre mamme californiane con cui ha deciso di intentare una class action, alla quale se ne è aggiunta una seconda promossa da un gruppo di genitori e di associazioni nel resto degli Stati Uniti.

La Ferrero, comunque, sta già lavorando ad una nuova campagna pubblicitaria negli Stati Uniti, adeguando i suoi spot ai requisiti richiesti dalla legislazione americana. E per quel che riguarda la somma da risarcire, spiega come «la cifra globale della quale si è fatta menzione sui media è ancora aleatoria, visto che il rimborso è di pochi dollari per  consumatore ricorrente e che il totale dei consumatori in questione non è ancora definito». Fonte: ilmattino.it

Pasqua di lusso: le uova di cioccolato soggette a rincari fino all’8%

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pubblici esercizi pasqua uova di cioccolato
La Pasqua 2020 per i pubblici esercizi

MILANO – Sempre ampia la scelta per le uova di Pasqua. Ma quest’anno gli italiani saranno costretti a scegliere più in base al prezzo che alle proprie preferenze. Nonostante la crisi e il crollo dei consumi alimentari, i prezzi al dettaglio sono infatti lievitati tra il 5 e l’8%, complici le quotazioni del cacao su scala internazionale (+6% da inizio anno), l’aumento dell’Iva e il caro-carburante. E così sulla tavole ci saranno il 6% in meno di uova rispetto allo scorso anno.

Pasqua sì, ma a quale prezzo?

L’informazione è arrivata dalla Confederazione italiana agricoltori (Cia) con una nota diffusa alla vigilia delle festività pasquali. Nel dettaglio, i prezzi oscillano tra i 5,10 euro per un uovo medio non di marca – indica la Cia – e i 12,90 per uno analogo di marca, con un aumento tendenziale del 5% circa. Molto più salato il conto in pasticceria, che sconta un rincaro intorno all’8%: un uovo artigianale può costare da un minimo di 25 euro a un massimo di 100-120 euro.

Starbucks: entro il 2015 caffè etico al 100% in base agli standard C.A.F.E.

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Starbucks
Starbucks

MILANO – Starbucks, il colosso mondiale delle caffetterie, si è posta nuovi obiettivi etici per gli anni a venire, a partire dalla produzione del caffè servito alla clientela che dovrà essere certificato in base agli standard C.A.F.E. al 100% entro il 2015. La quota del “caffè etico” sul caffè venduto dalla catena ammontava all’86% nel 2011.

Investimenti

Previsti anche investimenti in favore di fattorie e comunità di agricoltori tramite i “farmer loan” per 20 milioni di dollari entro il 2015 (alla fine dello scorso anno si era giunti a 14,7 milioni di dollari).

Obiettivi

Fra gli obiettivi che Starbucks si è posta anche quello di migliorare l’accesso dei produttori al mercato delle emissioni sulla scorta del programma pilota in Indonesia, che sta già fornendo buoni risultati anche in Messico.

Si tratta in pratica di favorire l’agricoltura sostenibile permettendo agli agricoltori di vendere i diritti sull’anidride carbonica intrappolata nelle piante presenti sul territorio.

Salute, Starbucks svela uno dei suoi coloranti: è un insetto

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Frappuccino alla fragola di Starbucks
Frappuccino alla fragola di Starbucks

MILANO – Cosa dona a un frappuccino alla fragola firmato Starbucks un colore rosa così acceso? La risposta viene fornita da Starbucks stessa: secondo un loro recente comunicato, il colorante utilizzato nella bevanda proverrebbe da un insetto. Stando al comunicato, la Starbucks avrebbe dichiarato di usare l’estratto di cocciniglia, un insetto che quando macinato fornisce un colorante naturale rosa che viene poi usato nel frappuccino.

L’estratto di cocciniglia

Secondo il Daily Mail, la maggior parte degli insetti proviene dal Messico e dall’America del Sud: prima di essere macinati e ridotti in polvere, vengono prima fatti seccare.

Nonostante possa sembrare disgustoso, l’estratto di cocciniglia è un ingrediente del tutto sano e naturale: da secoli viene usato per ravvivare i colori di vari alimenti.

La United States Food and Drug Administration lo considera un ingrediente sicuro: Starbucks, per suo conto, ha dichiarato di usare l’estratto di insetti per limitare quanto più possibile l’uso di ingredienti artificiali nei propri prodotti.

Mary Mauro: “L’impresa non è solo profitto, ma impatto sociale”

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Mary Mauro
Mary Mauro

MILANO – Dopo 22 anni nell’azienda di famiglia, la Caffè Mauro nel 2008 ha fondato a Milano con le 3 sorelle la torrefazione Sevengrams ”Donna meno disponibile ad accettare manne dal cielo” Mary Mauro ha lavorato nell’azienda di famiglia per ventidue anni. Nel 2008, con le sue tre sorelle, ha fondato Sevengrams, “perché sette grammi sono la dose necessaria per produrre una tazzina di espresso”. Riprendiamo da Tabularosa l’intervista che l’imprenditrice ha rilasciato a Josephine Condemi sulla sua nuova impresa parlando anche di imprenditoria femminile.

Mary Mauro, una donna imprenditrice

Si parla sempre di donne che hanno problemi di indipendenza economica, ma ci sono anche donne imprenditrici, che hanno un’esperienza diversa da raccontare… “Che poi è mettere in pratica quello che la donna ha sempre fatto, cioè la gestione della giornata, l’organizzazione della famiglia, la capacità di lavorare su più piani…io mi sono resa conto di essere imprenditrice dopo. Quando si ha la fortuna di avere dei sogni in cui si vuole investire, dei progetti, una visione di un qualcosa da proporre.

Nella seconda metà della mia vita, ci si ritrova a mettere in ordine le priorità, le cose che ti sono venute meglio, per cui vale la pena spendere energie e quelle per cui non vale, e quindi ci si focalizza sugli obiettivi che avresti potuto e non hai raggiunto. Se scatta la scintilla, “ok ci provo”, si parte.

“Ci vuole una giusta dose di coraggio, ma bisogna anche essere disponibili a reinventarsi, nonostante le esperienze maturate”

Continua: “Non è il soldo che fa l’impresa, è il contrario casomai… quando avvii una attività, devi capirlo Mary Mauro (foto Antonio Sollazzo) che il fattore per cui l’idea funzionerà o no sarà frutto non delle risorse ma della bontà dell’idea e l’efficacia del mercato… Per carità, il capitale ci vuole, e questo contesto non ti aiuta molto: non sei mai abbastanza giovane, vecchio, donna… però non è l’unica variabile che conta. Certo, è un problema gravissimo ad esempio quello della mancanza di credito alle imprese da parte delle banche perché la struttura così non è orientata sui flussi che un sistema può produrre ma sulle garanzie, che è una logica più assicurativa che di sostegno… D’altra parte è pur vero che imprenditore è colui che rischia: si è disposti a rischiare quello che si ha? Perché se ci si scoraggia rispetto al bando che non si vince, all’incentivo, si perde di vista il perché si è deciso di provarci…questo è un passo fondamentale… Non c’è più spartizione netta tra lavoro e impresa, perché il lavoratore nella maggior parte dei casi, e l’Italia è un paese fondato sulle piccole e medie impresa, è parte stessa del capitale… quando si parte, si rischia tutti insieme… la soddisfazione è riuscire a creare un team che condivida i tuoi stessi valori e li porti avanti”… Parliamo proprio della gestione del potere… esiste un modello al femminile? Non credo esista uno stile femminile e uno stile maschile… Ma a lei non hanno mai fatto notare di essere una donna imprenditrice? “Sì, ma si noti che oggi il maggior numero delle imprese più giovani è femminile, perché la donna è meno disponibile ad aspettare la manna dal cielo… forse siamo un po’ più incoscienti, abbiamo più convinzione che ce la possiamo fare… In azienda non ci sono più i paradigmi militari del potere trasportati all’industria, oggi l’esigenza di un team aziendale è avere una visione globale, che anche delegando coinvolga nella mission.

Certo, esistono anche dei passaggi di crescita, di responsabilità che vanno accompagnati, e anche qui la donna ha la natura di crescere i figli, di portarli avanti… nello stesso tempo, bisogna trasmettere e pretendere competenze e continua crescita. E poi apertura. E’ necessario un cambio di visione: l’impresa non può più essere sostenibile solo nel campo del profitto, ma anche di impatto su un contesto. Quale valore sociale? Non si può chiedere un atto di fede al consumatore…”

Mary Mauro: qual è la differenza che fa la differenza?

“La differenza è la visione, il contributo dell’originalità… io ho avuto la fortuna di avere accesso a un mondo che non conoscevo, di persone appassionate di ciò che fanno, che poi è la ricchezza di questo paese, in cui si sono culture radicatissime, eccellenze straordinarie… Bisogna cambiare la visione dell’approccio ai problemi e metterla in pista… Cambiando il paradigma si può fare la differenza, anche come sistema Italia”.

Trieste, l’allarme Fipe Vesnaver: in tre anni, chiusi 110 locali

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barista trieste personale Musei europei dedicati al caffè gestori
Trieste che profuma di caffè

TRIESTE – Tracciando un bilancio del numero dei bar e dei ristoranti aperti e chiusi in città negli ultimi anni si nota un trend negativo che, partita nel 1997, a oggi non si arresta. Nel solo periodo tra dicembre 2008 e gennaio 2012 Trieste ha perduto 110 locali. Le licenze dei pubblici esercizi oggi sono 1.039, cinque anni fa erano 1.149. Una piccola strage. Eppure nel centro cittadino nuovi bar, pizzerie, ristoranti e gelaterie spuntano come funghi. «È appena fuori dal cuore della città, in periferia – precisa Bruno Vesnaver, ristoratore e presidente della Fipe, il sindacato dei pubblici esercizi aderente alla Confcommercio – che registriamo un numero preoccupante di chiusure. Siamo troppi e dal punto turistico restiamo solo una città di passaggio. Serve un intervento urgente da parte del Comune».

Ci sono vie, a Trieste, dove ogni venti metri è stato aperto un locale. Basta fare due passi in via Torino, in via San Lazzaro o in Cittavecchia per accorgersi della concentrazione

Nei rioni più periferici invece le nuove iniziative latitano. E le vecchie trattorie, le latterie e i caffè continuano a tirare giù le serrande. «Il Comune deve studiare un piano per regolamentare in qualche modo le licenze, anche se c’è la liberalizzazione – spiega Vesnaver – in modo tale da spalmare l’apertura di nuovi esercizi pubblici su tutto il nostro territorio. Da parte nostra siamo disponibili a collaborare, a trovare insieme una soluzione».

La liberalizzazione delle licenze dei pubblici esercizi contenuta nel Decreto Bersani del 2006 e la soppressione del Rec, il registro dei pubblici esercizi, ha permesso in qualche modo a chiunque di aprire un locale ovunque. Una boccata d’ossigeno allora per chi voleva investire in questo campo che ora si sta rivelando un vero boomerang. «Non ci sono congressi, le esposizioni fieristiche sono ridotte al minimo, le mostre non sono di richiamo nazionale – commenta il presidente della Fipe – la città non riporta risultati turistici da capogiro».

Così chi ha meno professionalità o le spalle economicamente meno coperte è costretto a chiudere.

La concentrazione di locali pubblici in certe vie della città crea non pochi problemi anche di ordine pubblico

I residenti protestano, gli avventori rivendicano il loro diritto di divertirsi o di fumare all’aperto, i gestori quello a poter lavorare. «L’aumento dei turisti per ora non ci sarà, si vive di turismo per pochi mesi all’anno – sottolinea Vesnaver – per rilanciare l’economia del comparto del commercio è obbligatorio fare pressioni su chi ha la responsabilità del rilancio del fronte mare e soprattutto della Stazione Marittima che deve assolutamente ritornare a essere una struttura appetibile per chi organizza congressi».

In caso contrario, senza un’inversione di tendenza, secondo Vesnaver quella tra i gestori dei locali pubblici si ridurrà ad una guerra tra poveri. Le strutture alberghiere sono le uniche a non aver registrato delle chiusure. Ma anche chi ha investito nella ricezione necessità di nuova linfa. «I bar di Trieste che riescono a vivere bene, che hanno bilanci in attivo, che non hanno problemi – specifica il presidente Fipe – non sono più di cinque, sei. Gli tirano avanti ma non sono in salute».

Va ricordato che a livello nazionale, da anni, Trieste vanta una delle percentuali più elevate nel rapporto tra numero di esercizi pubblici e residenti

L’appello di Vesnaver all’amministrazione comunale è chiaro ed esplicito: «O il Comune interviene mettendo delle regole o qui siamo alla disperazione. Non se ne può più, ogni foro commerciale libero ormai diventa un bar». Gli esercenti non ne possono più degli improvvisatori. Lo stesso presidente propone anche che a chi apre un esercizio pubblico venga imposto di frequentare dei corsi formativi o che, quantomeno, chi vuole intraprendere questo tipo di attività debba dimostrare almeno alcuni anni di esperienza. «Altrimenti – sostiene – in questa giungla rischia di venir meno anche l’ospitalità». Fonte: il Piccolo

Antonio Quarta lancia l’allarme: “Le capsule? Grande operazione di marketing”

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antonio quarta caffè
Antonio Quarta amministratore unico della Quarta Caffè di Lecce

ANTONIO QUARTA – Il presidente dell’Associazione italiana torrefattori intervistato da Chiara Beria Di Argentine per il quotidiano La Stampa “A memoria d’uomo non si era mai vista in un bar l’insegna di un caffè straniero. L’espresso italiano è un’eccellenza da difendere. Fa parte della nostra tradizione, del nostro stile di vita. E’ assurdo che gli svizzeri ci vendano il caffè con l’enfasi di chi ha inventato l’espresso”.

“Il futuro del Salento in una tazzina di caffè” è il titolo di un articolo uscito nella pagina dei Commenti del quotidiano La Stampa di Torino, a firma di Chiara Beria Di Argentine, una delle firme storiche del giornalismo femminile italiano. Abbiamo pensato di riprodurlo integralmente per testimoniare l’attenzione che l’importante quotidiano nazionale, diretto da Mario Calabresi, ha dedicato ad un’azienda del caffè. Di Chiara Beria Di Argentine.

 Antonio Quarta: “L’espresso italiano è un’eccellenza da difendere.”

E continua: “Fa parte della nostra tradizione, del nostro stile di vita. E’ assurdo che gli svizzeri ci vendano il caffè con l’enfasi di chi ha inventato l’espresso”. Profumo di caffè in terra di Salento: Quarta, 45 anni, amministratore unico della società di famiglia (“Quarta Caffè”, 105 collaboratori, lui – come faceva suo padre Gaetano – non li chiama mai dipendenti; 25 milioni di euro di fatturato) è un tosto imprenditore del Sud che teorizza un modello d’azienda de-globalizzata e super attenta al suo territorio (“Non basta amarlo a parole, bisogna difenderlo coi fatti”).

Al punto da non temere, nonostante l’evidente sproporzione di forze e mezzi, lo scontro con le multinazionali alimentari straniere. Eletto per la seconda volta alla guida dell’Ati, l’Associazione delle piccole e medie imprese di torrefazione, Antonio Quarta non ha esitato – “E’ una mia posizione personale” – a lanciare l’allarme fin nelle case italiane del caffè in capsule o in cialde (“monoporzionato” è il termine tecnico).

“Grande operazione di marketing! Ma, a quale prezzo per i consumatori? In famiglia una tazzina di caffè fatta con la moka costa 5 centesimi, con una capsula 40 centesimi”, spiega l’imprenditore. E ancora. Secondo Quarta questa moda – a contendere in mercato agli svizzeri anche famose aziende italiane – rischia di avere un pesante impatto anche sull’ambiente non solo per il problema dello smaltimento della plastica e dell’alluminio della cialda.

“Un kilo di caffè in cialde occupa lo spazio di 6 chili di caffè in grani; quindi se basta un solo furgone per trasportare 10 quintali di prodotto per la stessa quantità di monoporzionato ne occorrono 6. Altro che inquinare meno, altro che km 0!”.

Lecce, folla da “Avio”, per il classico rito del caffè; la Bari delle cozze pelose al sindaco sembra un altro pianeta

“Avio” è il bar degustazione dei Quarta, dinastia assai amata nella città gioiello del Barocco (hanno finanziato tra l’altro il restauro di alcuni pregevoli dipinti) fondata negli anni ’50 dal nonno omonimo di Antonio (fu lui a inventare la ricetta estiva del “caffè in ghiaccio” con latte di mandorle al posto dello zucchero). Alle pareti vecchie foto, la riproduzione della prima cartina navale dell’Unità d’Italia sul barattolo di latta, zero plastica.

Racconta ancora Antonio Quarta:

“Assieme a Confcommercio e Confesercenti 28 anni fa – quando non era ancora né un business né una moda – abbiamo fatto la nostra prima iniziativa ambientale distribuendo 300 mila sacchetti di carta riciclata in tutti supermercati della provincia. Da allora noi non usiamo altro”. Rispetto per la natura, amore per la propria terra, lotta alla globalizzazione: è la miscela della Quarta.

Con il progetto scuola -impresa, realizzato con i provveditorati pugliesi, l’imprenditore ospita 4 mila studenti all’anno nella sua eco-compatibile azienda (energia prodotta da un sistema integrato fotovoltaico ed eolico; residui della lavorazione riciclati; verde ed alberi piantumati attorno allo stabilimento: “Certi siti industriali sembrano delle discariche!“). Ai giovani Antonio Quarta parla di un altro sviluppo possibile nel suo amato Salento minacciato dalla speculazione edilizia, le discariche a cielo aperto, i mega centri commerciali.

“Negli anni ‘60 mio padre Gaetano ha avuto il coraggio di sfidare le grandi industrie puntando sulla qualità. Una sfida vincente. La mia mission è affermare un modello d’impresa locale come sistema aperto che interagisce con il territorio. Quanto ai giovani spero che il nostro progetto li aiuti a maturare una coscienza di consumatori; devono imparare a scegliere e difendere i nostri prodotti. Qualità non è una bella confezione o una pubblicità di successo ma è uno stato mentale! Solo affondando nelle nostre radici possiamo resistere alla globalizzazione e creare nuovi posto di lavoro. Pensa di entrare in politica? Ribatte Quarta: “No, voglio essere un uomo libero”.