giovedì 01 Gennaio 2026
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Cioccolato: ecco le etichette nutrizionali che traggono in inganno

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La produzione di cioccolato (Pixabay License)

Alcune etichette nutrizionali del cioccolato al supermercato potrebbero trarre in inganno i consumatori: diverse aziende presentano i dati in modo da rendere i loro prodotti più appetibili di quanto la realtà nutrizionale suggerirebbe. Leggiamo di seguito la prima parte dell’articolo di Carmine Galiano per il portale Ambulatorio Fondazione Atm.

L’etichetta nutrizionale del cioccolato

MILANO – Avete mai notato che molte etichette del cioccolato riportano i valori nutrizionali per porzioni da 20 o 25 grammi? Stiamo parlando di due quadratini di una tavoletta standard. Chi di noi si ferma davvero a due quadratini? Questa strategia di marketing nutrizionale permette di dimezzare o addirittura dividere per tre i valori che effettivamente assumiamo quando consumiamo una porzione realistica.

Se i valori nutrizionali venissero calcolati su porzioni da 50-75 grammi, molto più vicine al consumo reale, i numeri racconterebbero una storia completamente diversa. Le calorie schizzerebbero oltre le 300 unità, gli zuccheri supererebbero spesso i 25-30 grammi e i grassi saturi potrebbero raggiungere il 60-70% del fabbisogno giornaliero raccomandato.

Per comprendere realmente cosa stiamo introducendo nel nostro organismo, dobbiamo imparare a ricalcolare i valori nutrizionali in base al nostro consumo effettivo. Un cioccolato al latte tipico contiene circa 530-550 calorie per 100 grammi, con una percentuale di zuccheri che oscilla tra il 45-55% del peso totale.

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Etiopia: il futuro del caffè al centro del dibattito ad Addis Abeba

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Chicchi di caffè tostato (Image by Couleur from Pixabay)

Al Museo della scienza di Addis Abeba è stato organizzato un evento speciale dedicato al caffè. Allestito dai governi di Etiopia e Italia, l’incontro ha messo a nudo le sfide e le enormi potenzialità di una filiera che sostiene oltre 12,5 milioni di aziende agricole a livello globale. Leggiamo di seguito la prima parte dell’articolo pubblicato sul portale Africa e Affari.

Etiopia tra caffè e investimenti

MILANO – Non è solo una bevanda, ma un universo di cultura, economia e vita per milioni di persone. Il caffè è stato il protagonista indiscusso di un dibattito di alto livello tenutosi il 27 luglio 2025 presso il Museo della Scienza di Addis Abeba, un evento speciale a margine del Vertice Onu sui Sistemi alimentari (UNFSS+4). Intitolato “Advancing the Transformation of the Coffee Value Chain”, il panel ha riunito governi, organizzazioni internazionali e settore privato per tracciare una nuova rotta per una delle materie prime più strategiche al mondo.

Organizzato dai governi di Etiopia e Italia, in collaborazione con l’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Industriale (Unido), l’Organizzazione Internazionale del Caffè (Ico) e l’Organizzazione Interafricana del Caffè (Iaco), l’incontro ha messo a nudo le sfide e le enormi potenzialità di una filiera che sostiene oltre 12,5 milioni di aziende agricole a livello globale, ma che è al contempo minacciata da cambiamento climatico, volatilità dei prezzi e pressioni normative che mettono a rischio la sussistenza di milioni di piccoli agricoltori.

Ad aprire i lavori è stato Girma Amente, ministro dell’Agricoltura e delle Risorse Naturali dell’Etiopia, che ha rivendicato con orgoglio il ruolo del suo Paese, culla del caffè Arabica, nel panorama globale. “Il caffè è profondamente radicato nella nostra cultura, nella nostra storia e nella nostra economia”, ha esordito il ministro come riportato dal portale Africa e Affari.

“L’Etiopia abbraccia pienamente la decisione dell’Unione Africana di designare il caffè tra le materie prime strategiche del continente ed è impegnata a trasformare questa visione in progressi tangibili, specialmente per le donne e le ragazze che contribuiscono in modo così determinante”. Amente ha poi illustrato i risultati concreti della strategia nazionale quindicennale per il caffè, un piano con obiettivi chiari e misurabili che ha già dato frutti notevoli.

“La produzione di caffè ha mostrato una crescita spettacolare, con un volume raddoppiato da 500.000 a 1,2 milioni di tonnellate metriche negli ultimi sei anni”. Un successo trainato dal miglioramento delle pratiche agronomiche, che ha portato la produttività da 0,6 a 0,9 tonnellate per ettaro, e da riforme che hanno semplificato l’export.

“Oggi più di 2000 agricoltori etiopi hanno accesso diretto ai mercati internazionali, potendo vendere il loro prodotto a prezzi premium”. Un progresso sostenuto anche dall’iniziativa “Green Legacy”, che ha visto la piantumazione di oltre 8,5 milioni di piante di caffè, contribuendo all’aumento della produzione e alla resilienza climatica.

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Il pointwashing, la valutazione degli specialty tra punti e CVA: un’analisi con Deborah Righeschi

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Deborah Righeschi (foto concessa) cupping scores pointwashing
Deborah Righeschi (foto concessa)

MILANO – L’annosa questione del cupping score, croce e delizia di molti lungo la filiera, a partire dai contadini sino ad arrivare a chi quel caffè lo importa, lo seleziona, lo tosta, lo estrae, è difficile da districare. Soprattutto ora che il sistema di valutazione sta piano piano modificandosi per restare attuale, complice anche la svolta del Coffee Value Assessment (CVA).

Si resta intrinsecamente legati al tema dell’oggettività: chi valuta, il modo in cui lo fa, rende davvero possibile attribuire un punteggio che definisca univocamente la qualità della materia prima, senza essere influenzato da molti fattori? Nella maggior parte dei casi si tratta di bias culturali, ambientali, se non persino individuali, e in altri invece si tratta di vero e proprio pointwashing – ovvero un modo di gonfiare il prezzo di un prodotto, vendendolo ad un punteggio eccessivamente stimato -.

Cercando di andare oltre il pointwashing, per tentare di sciogliere la matassa, arriva in aiuto dei lettori Deborah Righeschi, professionista di riferimento nel settore e responsabile per la qualità in NKG Bero Italia, che sicuramente di analisi sensoriale e di qualità si intende sul piano professionale.

La discussione sembra dover partire da una premessa, ovvero, il fatto che affidarsi ad un punteggio è stato per anni l’unico metro di paragone per stabilire il valore di un determinato caffè, con l’obiettivo di rendere il più oggettivo possibile l’analisi qualitativa.

Un’operazione che però inevitabilmente è guidata: “Quando descrivo il caffè con delle note di frutta gialla, per me significa pesca, per esempio ma per un assaggiatore brasiliano è sinonimo di ananas. È evidente qui che l’impatto culturale, il contesto, sono imprescindibili nella valutazione” specifica Deborah Righeschi.

Ma ora che con il CVA si tenta di allargare gli orizzonti analitici, includendo nuovi dettagli che probabilmente oggi il mercato o il consumatore finale richiedono maggiormente, le carte in tavola si complicano: entrano in gioco altri parametri come, ad esempio, il progetto di sostenibilità dietro la filiera, la storia del produttore, la tracciabilità. E così passa un po’ in secondo piano il punteggio a sé stante, con una conseguente limitazione della soggettività del cup taster.

E in qualche modo si riduce anche il rischio di imbattersi nel pointwashing.

Fenomeno che nasce come forma di speculazione per tentare di vendere a costi più alti il sia il caffè verde che il caffè tostato, riportando punteggi magari più elevati di quello che effettivamente valgono.

Specifica Deborah Righeschi: “Nell’atto pratico, il cupping score, viene attribuito internamente, scollegandosi dal format codificato da SCA che richiede di sottoporre il campione al CQI che a sua volta si occupa di inviarlo a 3 Q grader certificati, in 3 punti diversi del mondo, incrociando la loro valutazione proprio per conferire un punteggio finale il più condiviso possibile. Tuttavia, nella realtà dei fatti purtroppo, spesso le aziende non rispettano tutti questi passaggi.”

Ma la qualità, in effetti, poi che cos’è, se non qualcosa che viene determinato da chi valuta, innanzitutto. Ad esempio, un produttore che assaggia il suo prodotto, analizzerà la tazza in base a determinati elementi, come la fermentazione (se è andata bene o meno) o sulla raccolta (se è stata omogenea).

Mentre chi degusta dall’altra parte del mondo, darà un risultato differente, influenzato a sua volta dalla cultura, dall’esperienza soggettiva, dagli attributi qualitativi che può capitare non siano condivisi tra le due parti della filiera. Ci sono tanti fattori che influenzano questo concetto, che è composito e complesso.

A questo punto è legittimo porsi una domanda cruciale: è davvero auspicabile perseguire l’oggettività nella valutazione della qualità?

Questa riflessione rappresenta, forse, il fulcro del dibattito. Infatti, applicare un concetto rigorosamente oggettivo all’interno di un mercato complesso e dinamico, dove bisogni, aspettative e preferenze variano sensibilmente in base agli attori coinvolti e ai contesti socio-culturali di riferimento, impone una sfida importante: quella di conciliare standard tecnici con gusti individuali.

Su questo tema interviene con grande chiarezza e competenza Deborah Righeschi. Con un approccio tecnico e consolidato da anni di esperienza sul campo, afferma:

“Come NKG Bero Italia, ci impegniamo quotidianamente a mantenere un approccio oggettivo, lavorando per garantire il massimo allineamento tra le specifiche qualitative definite nei contratti e le caratteristiche effettive che emergono in tazza. Questo significa, in termini concreti, assicurare la coerenza qualitativa del prodotto nel tempo, che è uno degli elementi chiave nella gestione della materia prima.”

Righeschi mette anche in luce un aspetto fondamentale del sistema di valutazione:

“Posso attribuire un punteggio di 95 a uno specialty coffee sulla base di parametri il più possibile oggettivi e standardizzati, ma ciò non implica che il consumatore finale percepisca la stessa eccellenza. Io opero secondo criteri professionali e tecnici, lasciando da parte i miei gusti personali; al contrario, il consumatore valuta il caffè secondo le proprie preferenze sensoriali, ovvero in modo soggettivo.”

Questa considerazione evidenzia un punto spesso trascurato: in ultima analisi, è il consumatore finale ad assegnare il “vero punteggio” al prodotto. È lui, con le sue scelte di acquisto, a sancire il valore di mercato di un caffè. Si potrebbe quasi affermare che il consumatore finale è il vero Q Grader.

Di fronte a queste premesse, il sistema del punteggio può ancora reggere?

La risposta di Deborah Righeschi è un ottimo spunto di riflessione: “A livello di caffè specialty sì, potrebbe ancora reggere nell’immediato futuro, perché comunque facilita la transazione commerciale a qualsiasi livello, in quanto riferimento quantitativo di un valore qualitativo. Quindi sembra difficile che venga del tutto abbandonato, quantomeno nel breve periodo.

Certo, con l’entrata a gamba tesa del CVA, e la rivoluzione per quanto riguarda il nuovo corso Q-grader (che faceva capo al CQI e che passa in seno alla SCA) che adotterà come sistema di valutazione il CVA al posto del vecchio cupping form incentrato sull’attribuzione del punteggio, probabilmente si verificherà una limitazione del mero punteggio in favore degli attributi.

Viceversa, per quanto riguarda lo scouting, nelle ricerche di mercato, ad esempio, sarà uno strumento molto utile per capire quanto è desiderabile il prodotto dai consumatori: in questo caso specifico il CVA potrebbe prendere il sopravvento nella valutazione dell’offerta. Difficilmente però, chi si occupa come NGK Bero Italia direttamente del controllo qualità della materia prima, si appoggerà al CVA.

Il nostro team, così come avviene in tutte le aziende che hanno un dipartimento qualità strutturato, si affida a delle procedure basate sulla valutazione delle caratteristiche qualitative definite contrattualmente per le specifiche preparazioni.

NKG Bero Italia ha dei parametri da rispettare come standard qualitativi. Ecco un esempio rappresentativo: Brasile, New York 2/3, 17/18, strictly soft, fine cup. In questa sigla c’è scritta tutta la specifica qualitativa che il lotto deve possedere. Quindi, Nello specifico, un numero specifico di chicchi difettosi su 300 grammi, secondo una scala internazionalmente riconosciuta, la New York Stock Exchange, per la valutazione del caffè brasiliano.

Viene definita, altresì, la grandezza del crivello, specificando 17/18 e il profilo di tazza desiderato che è strictly soft, fine cup, vale a dire una tazza estremamente morbida e dolce in generale, con buona corposità, bassissima acidità e uniforme su tutte e 5 le tazze in cui ogni singola partita viene assaggiata.

Ogni ente che si occupa di controllo di qualità, ogni trader o importatore o torrefattore, ha le proprie procedure interne di valutazione.”

Il pointwashing: fenomeno diffuso più all’origine o a valle della filiera?

La questione è tutt’altro che secondaria. Il fenomeno del pointwashing, ovvero l’assegnazione di punteggi di qualità gonfiati attribuiti al caffè, è diventato negli anni oggetto di attenzione crescente nel settore specialty. Ma dove si concentra maggiormente questo rischio? All’origine, nei Paesi produttori, o a valle, nei mercati importatori?

A chiarire il quadro interviene con lucidità Deborah Righeschi, la sua analisi, basata su un’esperienza diretta quotidiana, offre spunti fondamentali per comprendere le dinamiche reali dietro i numeri.

“Nei Paesi esportatori, dove spesso manca un accesso diretto ad altri caffè provenienti da diversi Paesi produttori, le possibilità di confronto sono molto limitate. Questo implica che le valutazioni qualitative si basino su un orizzonte ristretto, con il rischio di attribuire punteggi alti che, se confrontati con caffè di altre origini, non risultano coerenti. Diversamente, chi importa ha una visione più ampia e può raffrontare campioni da tutto il mondo, disponendo così di un metro di giudizio più oggettivo.”

Righeschi sottolinea anche come, in alcuni casi, l’interesse commerciale possa incidere direttamente sulla valutazione:

“Chi ha interesse nella vendita può essere portato ad attribuire punteggi elevati, anche in modo non del tutto trasparente, con l’obiettivo di ottenere un prezzo più alto. Tuttavia, quando quel caffè arriva da noi, viene sempre assaggiato nuovamente: questo ci permette di mettere in discussione il punteggio iniziale e di esprimere una valutazione più equilibrata.”

In un contesto dove la soggettività è parte integrante del processo valutativo, emerge un concetto chiave:

“Oggi, più che il numero riportato in etichetta, è diventato fondamentale sapere chi ha assegnato quel punteggio. La credibilità e la competenza del valutatore sono ormai una garanzia molto più affidabile della cifra stessa.”

Un altro elemento da considerare riguarda il mercato di riferimento. In Italia, il segmento dei consumatori truly specialty è ancora molto contenuto. Come conferma Righeschi: “Nel nostro mercato, il consumatore di caffè specialty è ancora una nicchia. All’estero, invece, si sta osservando un’evoluzione: il dato numerico comincia a perdere centralità sulle etichette, lasciando spazio ad altre forme di comunicazione della qualità.

Data l’evoluzione del mercato, statistiche e trend confermano che nei paesi con consumatori più abituati allo specialty (es. USA, UK, Germania, Nord Europa) si tende a differenziare sempre di più la comunicazione della qualità: oltre al punteggio, emergono storytelling, etica, origini e sostenibilità.

Infine, si affaccia all’orizzonte un possibile cambiamento legato all’introduzione del CVA, il nuovo sistema promosso da SCA:

“È ancora prematuro valutarne l’impatto effettivo, visto che è stato introdotto di recente. Ma la sua progressiva integrazione nella formazione SCA e nei percorsi Q Grader potrebbe accelerare l’evoluzione del sistema di valutazione nel suo complesso.”

In definitiva, il punto sollevato da Righeschi evidenzia come la professionalità e la trasparenza nella filiera siano strumenti essenziali per garantire credibilità al sistema di punteggi. In un settore sempre più attento alla qualità percepita e reale, sapere da chi arriva il giudizio è diventato parte integrante del valore del caffè stesso.

Dazi di Trump: l’export di torrefatto dell’Italia verso gli Usa è stato, l’anno scorso, di 143,4 milioni di euro

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mercati futures
Donald J. Trump (foto The White House)

MILANO – Dazi americani: il Segretario al Commercio degli Stati Uniti d’America Howard Lutnick apre all’ipotesi dell’esenzione per le materie prime che non possono essere prodotte negli Usa – compresi cacao e caffè – ma non è detto che tale deroga si applichi anche al Brasile. Non da subito, perlomeno.

In un’intervista alla trasmissione televisiva Squawk Box di Cnbc, Lutnick ha dichiarato che il presidente Trump ha acconsentito a dazi zero, per le risorse naturali che non sono coltivate negli Stati Uniti, negli accordi sin qui conclusi, compresi quelli con l’Indonesia e l’Unione Europea.

“Se coltivi qualcosa che noi non coltiviamo, può essere importato senza pagare dazio” ha dichiarato. “Quindi se stipuliamo un accordo con un paese che coltiva mango e ananas, questi prodotti possono entrare senza tariffe”.

Un ulteriore esempio sono cacao e caffè. O il sughero, nel caso dell’Unione Europea”.

Lutnick ha citato, a tale proposito, l’esempio dell’Indonesia, che si è accordata per dazi al 19% per vendere i propri prodotti negli Usa

E che dovrebbe ottenere zero dazi su caffè, cacao e altri prodotti tropicali.

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Officine Brugnetti protagonista a HostMilano con le nuove macchine Aurora e Luna

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Giuseppe Brugnetti
Giuseppe Brugnetti, fondatore di Officine Brugnetti, nonno degli attuali titolari Andrea e Simona Brugnetti (immagine concessa)

MILANO – In occasione di HostMilano 2025, Officine Brugnetti si prepara a celebrare il suo status storico tra i produttori italiani di macchine da caffè più longevi. Fondata nel 1947, l’azienda familiare non solo è sopravvissuta ma ha prosperato per quasi otto decenni nel mercato globale, con il 98% della produzione destinata all’esportazione.

La risposta strategica di Brugnetti alle esigenze di mercato si concretizza in due novità:

Aurora: Un capolavoro per specialty coffee con:

  • Stabilità termica conforme agli standard SCA (±0.5°C)
  • Infusione Soft : L’ottenimento del caffè avviene tramite infusione soft, un processo che esalta gli aromi del caffè e garantisce un’estrazione uniforme.
Aurora versione nera (immagine concessa)
  • Design retro-futurista che omaggia l’originale “Aurora”
  • Controllo PID: Il controllo PID della temperatura, con visualizzazione al decimo di grado, assicura la massima stabilità termica.
  • Gruppi Erogatori Indipendenti: I due/tre gruppi erogatori indipendenti, ciascuno con la propria caldaia da 1 litro, permettono di preparare caffè diversi contemporaneamente.
Il retro della macchina Aurora (immagine concessa)

Luna: La rivoluzione entry-level con:

  • Carrozzeria interamente in metallo
  • Componentistica di livello commerciale a prezzi competitivi
Luna versione nera (immagine concessa)
  • Manutenzione semplificata per mercati emergenti
  • Sistema termoblock ad alta efficienza energetica
Il retro della macchina (immagine concessa)

“A differenza delle startup, portiamo 80 anni di know-how consolidato”, affermano Andrea e Simona Brugnetti, sottolineando il ruolo di Brugnetti come produttore originale per molti brand affermati durante i loro esordi. Questo patrimonio di artigianato industriale alimenta ora l’espansione internazionale, con la terza generazione al lavoro su:

* Strutture commerciali modernizzate

* Riallineamento strategico del marketing

* Reti di supporto tecnico potenziate in vari nuovi paesi

Presso lo Stand C47/D48 in padiglione 16 di Host 2025, i visitatori potranno assistere a dimostrazioni live della precisione di Aurora e dell’affidabilità di Luna – testimonianza del doppio impegno di Brugnetti verso innovazione e accessibilità nell’equipaggiamento professionale.

Il governatore Fedriga in visita da Bazzara per le novità sul Trieste Coffee Experts

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Il governatore della regione Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga e Andrea Bazzara (immagine concessa)

TRIESTE – Il 28 luglio, Massimiliano Fedriga, governatore della regione Friuli Venezia Giulia – nonostante gli importanti impegni istituzionali – ha fatto visita agli spazi di Bazzara, storica azienda caffeicola di Trieste. La presenza del presidente ha rappresentato un’ulteriore conferma del profondo legame tra la Regione e il comparto caffeicolo, e di come Trieste — da sempre crocevia di rilevanti rotte commerciali e culturali — continui a consolidare il proprio ruolo strategico come città del caffè, grazie anche a manifestazioni come il Trieste Coffee Experts dei Bazzara, al quale Fedriga ha confermato il proprio sostegno.

Massimiliano Fedriga insieme ai Bazzara per il Trieste Coffee Experts

Un’occasione che ha rappresentato anche un modo per celebrare l’anniversario dei 50 anni di attività del presidente Franco Bazzara, condivisi con il fratello Mauro, nella promozione della cultura del caffè italiano di qualità nel mondo.

Dalla diffusione del brand all’estero all’attività editoriale e formativa, Franco — in quello che ha definito un “viaggio entusiasmante” — ha contribuito in modo determinante a trasformare una piccola azienda artigianale con sede a Trieste in un punto di riferimento, a livello comunicativo, per l’intero comparto nazionale.

Un riconoscimento che si riflette anche nell’ottima risposta ricevuta dal Trieste Coffee Experts, con – ad oggi – oltre 50 conferme di partnership già raccolte per l’edizione 2025, che si terrà negli splendidi spazi dell’Hotel Savoia Excelsior Palace il 6 e 7 dicembre a Trieste.

Questa ottava edizione, seguita da decine di media e fiere italiane ed estere, vedrà un ampliamento degli spazi di confronto, con l’introduzione di nuovi format come Gli Stati Generali del Caffè e il Think Tank Torrefattori, quest’ultimo dedicato alla categoria delle torrefazioni, incluse per la prima volta nella manifestazione.

Il presidente Fedriga è rimasto molto colpito dagli argomenti che che si tratteranno durante la manifestazione, i cosiddetti Megatrends, dimostrandosi particolarmente interessato ad approfondire le tematiche riguardo il delicato momento che il comparto del caffè sta vivendo a livello internazionale.

Inoltre è rimasto colpito dalla visita alla Bazzara Academy, accompagnato dal direttore Marco, che ha esposto quanto un approccio multimodale possa connettere profumi e caffè.

Il Governatore ha ricevuto l’invito inoltre a presenziare, quale gradito ospite, al Lounge in programma il sabato 6 dicembre, serata in cui è prevista anche la consegna del premio al “Personaggio del caffè dell’anno”.

Il tutto si è concluso con un brindisi finale intorno alla bandiera “Io sono Friuli Venezia Giulia”, magnifico simbolo delle eccellenze della regione, a lui molto cara.

Cristina Scocchia, illycaffè: “Tra Europa e Stati Uniti ci deve essere dialogo”

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Cristina Scocchia illycaffè
Cristina Scocchia, amministratore delegato illycaffè

Cristina Scocchia, amministratore delegato di illycaffè, riflette sul primo semestre dell’azienda, rivelando i retroscena del brand tra lo scenario globale, i dati del primo semestre e i diversi progetti. Leggiamo di seguito un estratto dell’intervista di Giorgia Pacino per il quotidiano ilNordEst.

Come è iniziato questo 2025?

Scocchia a ilNordEst: “Abbiamo chiuso un primo semestre molto positivo: cresciamo dell’11% a un ritmo sostenuto e decisamente superiore a quello del mercato. Conquistiamo quote di mercato in tutti i principali Paesi e canali e questa crescita è la prova concreta che la nostra strategia sta funzionando”.

Dove avete registrato le migliori performance nei primi sei mesi?

“In Italia, Paese che vale il 31% del business, siamo in forte accelerazione: in un mercato in cui siamo presenti da 90 anni e siamo già molto conosciuti siamo riusciti a crescere ancora del 12%. Gli Stati Uniti stanno crescendo del 21% e l’Europa del 25%. In questo contesto geopolitico vogliamo mantenere un focus sull’Italia e continuare a costruire quote di mercato negli Usa, ma vogliamo anche tornare a investire in Europa che è il nostro porto sicuro. La recente acquisizione del distributore in Svizzera va in questa direzione. I canali crescono tutti: la Gdo del 38% e l’e-commerce del 21%”.

Gli Stati Uniti rimangono il vostro secondo mercato. Ora arriveranno i dazi al 15%. Come vede la situazione?

“Sono contenta che si sia trovato un accordo. L’Occidente è fatto di due anime e, al di là delle tensioni commerciali a breve termine, è importante tenere conto dell’alleanza politica, economica e valoriale che lega le due parti dell’Atlantico. Tra Europa e Stati Uniti ci deve essere dialogo“.

È confermato per il 2026 il taglio del nastro della nuova tosteria?

Scocchia continua su ilNordEst: “I lavori procedono a ritmo sostenuto: arriverà tra 6 o 9 mesi. Nel frattempo, durante la pausa estiva di agosto, installeremo una nuova linea produttiva per aumentare la produzione sui 250 grammi. Siamo arrivati quasi a saturare i nostri impianti, ormai produciamo anche il sabato e la domenica. Questa crescita di volumi ci ha permesso di assumere direttamente e stabilmente 100 persone negli ultimi sei mesi: abbiamo aumentato del 10% la nostra occupazione a Trieste”.

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Gruppo Percassi, licenziatario di Starbucks, pronto all’acquisto del centro commerciale Orio Center dell’Aeroporto di Bergamo con Generali Real Estate

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Il logo di Percassi

Generali Real Estate e il Gruppo Percassi, licenziatario di Starbucks, sarebbero vicini a concludere un accordo con Commerz Real per rilevare l’Orio Center, il grande centro commerciale situato di fronte all’Aeroporto di Bergamo. Leggiamo di seguito la prima parte dell’articolo di Beatrice Moroni per il portale d’informazione Bergamo News.

Il possibile acquisto di Gruppo Percassi

“Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano” cantava Antonello Venditti. Deve essere così anche per Antonio Percassi che sarebbe pronto ad acquisire Orio Center, il grande centro commerciale di fronte all’aeroporto di Bergamo.

Inaugurato nel 1998 su iniziativa del Gruppo Percassi, il centro è stato successivamente ampliato nel 2017 con ulteriori 35.000 metri quadrati destinati ad aree food e retail.

L’acquisizione avverrebbe tramite un investimento paritetico all’interno di un fondo immobiliare regolamentato, e l’operazione valuterebbe l’immobile attorno ai 450 milioni di euro.

Generali agirebbe per conto del Pan-European Generali Shopping Centers Fund (GSCF), mentre Percassi, che ha gestito l’Orio Center sin dalla sua inaugurazione nel 1998, parteciperebbe in qualità di partner operativo e immobiliare.

L’Orio Center è attualmente considerato il centro commerciale più grande d’Italia in termini di superficie e varietà dell’offerta, e tra i più rilevanti a livello europeo.

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Caffè: consumarlo al mattino abbassa il rischio di morte, lo studio

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Una classica tazzina di espresso (immagine: Pixabay)

Uno studio recente pubblicato sulla rivista European Heart Journal ha dimostrato che le persone abituate a consumare il caffè al mattino rispetto ai non consumatori hanno il 16% di probabilità in meno di morire per qualsiasi causa e il 31% di possibilità in meno di morire per cause cardiovascolari. Leggiamo di seguito la prima parte dell’articolo di Men’s Health italia e ripreso dal portale msn.

I benefici del caffè sulla salute

MILANO – Bere regolarmente caffè può abbassare il rischio di sviluppare alcune malattie croniche come il diabete di tipo 2 e non sembra incidere negativamente sul rischio complessivo di sviluppare disturbi cardiovascolari. Su questo la scienza è concorde: questa bevanda ha parecchi effetti benefici per il nostro organismo.

Ma i ricercatori hanno provato anche a fare di più e cioè individuare l’ora esatta per bere il caffè, cioè il momento migliore della giornata per assumere caffeina e fare in modo che questa non solo aiuti a stare più svegli, vigili e attenti ma anche a migliorare la salute del cuore.

Le persone abituate a consumare il caffè al mattino rispetto ai non consumatori hanno evidenziato il 16% di probabilità in meno di morire per qualsiasi causa e il 31% di possibilità in meno di morire per cause cardiovascolari.

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Caffè Borbone: la storia della torrefazione fondata da Massimo Renda

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Caffè Borbone logo
Il nuovo logo di Caffè Borbone

Caffè Borbone è riuscita a ritagliarsi un ruolo di primissimo piano nel mercato nazionale e internazionale del mondo dell’espresso. Fondata da Massimo Renda, la torrefazione si concentra inizialmente sulla lavorazione artigianale del caffè in grani e macinato, rivolta al mercato locale. Leggiamo di seguito l’approfondimento di Marta Ruggiero per il portale Business People.

Le origini di Caffè Borbone

CAIVANO (Napoli) – Caffè Borbone nasce ufficialmente nel 1997, ma affonda le sue radici nella tradizione partenopea del caffè: un’arte secolare che ha fatto di Napoli la capitale italiana dell’espresso. Fondata da Massimo Renda, la torrefazione si concentra inizialmente sulla lavorazione artigianale del caffè in grani e macinato, rivolta al mercato locale.

Il nome Borbone non è casuale: richiama la nobiltà e la regalità del Regno delle Due Sicilie, con l’intento di associare al marchio l’idea di qualità, prestigio e tradizione. Sin da subito, l’obiettivo è chiaro: portare il vero caffè napoletano nelle case di tutti gli italiani.

La svolta: il boom delle cialde e delle capsule

Il cambiamento, la possibilità di fare un cambio di passo importante, per Caffè Borbone, arriva nei primi anni Duemila, quando comincia a svilupparsi un nuovo segmento del mercato: le cialde e capsule monodose. Un modello di consumo più pratico, pulito e veloce rispetto alla moka, ideale per la vita moderna.

L’azienda riesce a comprendere in anticipo il potenziale di questo cambiamento e investe in maniera importante in tecnologia, packaging e compatibilità. Produce cialde E.S.E. – che sta per Easy Serving Espresso -, capsule compatibili con sistemi come Nespresso, Lavazza A Modo Mio e Nescafé Dolce Gusto.

In questo modo copre una larga fetta di mercato. Questa intuizione, combinata a un prezzo competitivo e a una qualità costante, permette al brand di diffondersi rapidamente in tutta Italia. In pochi anni, Borbone diventa uno dei marchi leader nel settore delle cialde e capsule compatibili.

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