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venerdì 12 Luglio 2024
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Al Campus Simonelli Group, John McCourt e Mario Baldassarri sulle radici umanistiche dietro il successo di un’impresa

McCourt: "Ci sono gli studi umanistici dietro molti settori. Se guardiamo negli Stati Uniti, i ceo delle grandi aziende, il 70% ha conseguito delle lauree in studi umanistici e poi si sono specializzati sul campo o con delle seconde lauree. Quindi è una base fondamentale da cui costruire una carriera. Il ceo di Youtube, ha sì studiato presso l'USL School of management, ma prima ha studiato English of History ad Harvard."

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BELFORTE DEL CHIENTI (Macerata) – Continua la serie di interventi che si sono susseguiti in occasione dell’apertura del Campus Simonelli Group, con due nomi di spicco. Il primo a prendere la parola, John McCourt, rettore dell’Università di Macerata per il sessennio 2022-28, già direttore del dipartimento di Studi Umanistici da novembre 2021 a novembre 2022. E’ professore ordinario di Letteratura inglese all’Università di Macerata. Ed è il primo non italiano rettore di una nostra università.

Seguito poi da Mario Baldassarri, presidente dell’Istao, Istituto Adriano Olivetti, con un excursus interessante sugli sviluppi tecnici e storici su scala globale.

Introduce il moderatore: “In questo mondo che cambia, non abbiamo soltanto bisogno di una cultura scientifica. I rapporti tra questa e quella umanistica sono sempre più stretti. D’altra parte abbiamo un tessuto di piccole e medie imprese in cui spesso, è sembrato che integrare la cultura umanistica in aziende che richiedevano operai specializzati, tecnici e ingegneri, fosse particolarmente complesso.”

Rettore dell’Università di Macerata John McCourt, come vede lei il futuro di questi saperi umanistici e come potranno integrarsi con il sapere tecnico?

“Il dottor Calabrò parlava di tradizione e futuro, della lettura di Shakespeare sfonda una porta aperta per uno che sostiene l’importanza degli studi umanistici. Il made in Italy è Leopardi, Dante, Rossini, grandi nomi che vanno valorizzati. Anche tramite la digitalizzazione, ma dobbiamo esser in grado di saperli interpretarli, leggerli per i nostri tempi. E il nostro Ateneo di Macerata cercherà di fare questo, il suo primo ruolo è la didattica e la diffusione di queste culture tra i giovani.

Poi ci vuole la ricerca approfondita e applicata, ma questa base culturale è identitaria. Tramite la conoscenza dei beni culturali che abbiamo, che possiamo costruire altro.

Ci sono gli studi umanistici dietro molti settori. Se guardiamo negli Stati Uniti, i ceo delle grandi aziende, il 70% ha conseguito delle lauree in studi umanistici e poi si sono specializzati sul campo o con delle seconde lauree. Quindi è una base fondamentale da cui costruire una carriera. Il ceo di Youtube, ha sì studiato presso l’USL School of management, ma prima ha studiato English of History ad Harvard.

Per cui, sarebbe il colmo che dal mondo tutto umanistico del passato si vada in un mondo del tutto tecnico. Un’Università come quella di Macerata che ha come dipartimenti dominanti quelli di scienze sociali, di studi umanistici, cerca di valorizzare le discipline di base senza le quali non si può costruire interdisciplinarità ed esser utili alle aziende.

Cerchiamo però di innovare guardando le nuove imprenditorialità e le questioni sociali: l’inclusione e l’accessibilità. Lavoriamo nell’ottica del PNRR con dei progetti che arricchiscono il territorio, rendendo più inclusivi i musei, i siti archeologici e anche la lettura del nostro passato da cui creare il futuro.

Mario Baldassarri, presidente dell’Istao, Istituto Adriana Olivetti: “Si torna al PNRR

“Simonelli Group è socio storico dell’Istao. Questa occasione serve molto per ascoltare quello che normalmente non si ascolta, perché ciascuno tende a parlare con i propri simili. Questi sono i momenti per confrontarsi con altre opinioni e visioni. Mi ha colpito molto un punto sollevato da Antonio Calabrò, che mi ha fatto riflettere: ho avuto una fortuna enorme nella mia vita, perché ho avuto grandi maestri. Non la tecnologia, ma bravissimi mentori.

La scorsa generazione ci ha dato questo. Poi la fortuna è stato averli incontrati in diversi momenti. Ho fatto ragioneria a Macerata e mi hanno insegnato non soltanto la tecnica commerciale, bancaria, il diritto, l’economia…ma una delle prime cose che mi sono rimaste l’ho poi ritrovato quando ero giovane dottorando a Boston.

Nel 1432 c’era Frà Luca Pacioli che ha spiegato al mondo la partita doppia, la differenza tra conto, profitto e perdite e stato patrimoniale. Poi: nel 1472 a Siena nacque la prima banca del mondo. Al di là dell’insegnamento professionale, questa è una lezione. Poi per fortuna ad Ancona incontro Giorgio Fuà, che coinvolge gli studenti in diverse ricerche. Mi ha messo a contatto nel 67/68 con il primo computer da tavolo della storia, l’Olivetti 101. Con il quale facevamo le regressioni e stimavamo le funzioni.

Nel 67 fonda l’Istao: istituto Adriano Olivetti

Uomini, tecniche ed economia di Carlo Maria Cipolla. Il più grande storico dell’economia del ventesimo secolo, che però in Italia conoscono il pochi. Ci faceva vedere come i grandi salti tecnologici hanno cambiato la storia del genere umano sul pianeta.

Per migliaia di anni abbiamo rincorso gli animali per mangiare. Poi è arrivato il genio che ha inventato l’uomo agricoltore: lì inizia la prima impennata del PIL, nel passaggio dalla tecnica della caccia a quella dell’agricoltura.

Un altro grande storico dell’economia dell’Università Cattolica di Milano, Mario Romani, ha studiato le radici economiche del Rinascimento italiano, analizzando per tanti anni che cosa ha determinato il primo made in Italy

Che si può usare per vendere le macchine da caffè o qualificarti in un settore specifico.

Romani ha scoperto dell’avvenuta trasformazione intorno al 1450-1480, della pianura padana con la rotazione delle colture: fino a quel momento veniva usato lo stesso seme di grano sul terreno. Quando hanno capito che potevano rotare i prodotti – perché un seme succhia un determinato materiale dalla terra – hanno applicato la rotazione: così, un anno su cinque a riposo, la produttività ha potuto compiere un salto di 20 30 volte.

All’epoca la struttura politica era dominata dai ducati e i casati, la valanga di soldi non poteva che esser incanalata nel mecenatismo. Quindi grandi corti, compresi i giullari per divertirsi la sera, artisti, poeti: ed ecco il Rinascimento.

La radice che dimostra il professor Mario Romani, è un salto tecnologico nell’agricoltura. Sapete perché l’ho imparato tutto questo? Perché un certo Domar, mentre facevo il dottorato, cinese della Manciuria trasferito e scappato negli Stati Uniti, alla fine del corso di European History, mi ha detto: “Non ti faccio fare l’esame.” Era il mio ultimo prima della discussione della tesi.

Mi ha spiegato: “Siccome non capisco l’italiano, e tu sì, dovrai studiare per me questo documento, di un certo Romani di Milano e spiegarmi com’è nato il Rinascimento come radice economica.”

Ho scritto 35 pagine di paper dove sintetizzavo questi concetti e l’ho spedito in California dove lui si era trasferito. Non c’era ancora il cellulare, né tanto meno le email. Ma ho superato così l’esame.

Torno al tema iniziale: noi dalla generazione precedente, nel bene o nel male, abbiamo ricevuto grandi lezioni. Siamo stati e siamo in grado di trasmettere alle nuove generazioni non soltanto le nozioni tecnicistiche, ma il tipo di ragionamento di filiera.

Uno dei più grandi economisti italiani, Paolo Sylos Labini, forse l’unico che avrebbe meritato il Premio Nobel, negli anni ’50 ha scritto qualcosa che rivoluzione la teoria economica del mercato. Oggi ci sono concentrazioni oligopolistiche e un liberale sa che se si verificano e sono dovute alla tecnologie, è necessario che il governo fissi delle regole da rispettare. Non siamo nella libera concorrenza che azzera i profitti affinché tutti entrino sul mercato.

Sylos è stato il primo al mondo a sistematizzare questo concetto, l’oligopolio. E a fare capire che in questo ambito dovessero esser imposte delle norme.

Se così è, noi siamo stati liberali e capaci di trasmettere tutto questo.

Lascio questo messaggio

Già negli anni ’70, ho condotto un’indagine per conto della Confindustria Marche, sulla radice delle industrie del territorio. E’ emerso che le nostre imprese erano dentro il cancello della fabbrica, più efficienti dei loro competitors di un 20/25%.

Appena usciti però, dovevano affrontare circa il 15% in più dei costi tra logistica e trasporti perché non avevano infrastrutture e non c’erano collegamenti adeguate, avevano un 20% del cuneo fiscale.

Quindi quel grande successo degli anni ’70/80 dell’Italia e delle Marche, è avvenuto perché all’interno della fabbrica si compensavano i costi, le diseconomie esterne

Oggi la Regione ha una buona disponibilità di risorse. Ma prima di pensare di distribuirle a pioggia come spesso è accaduto in tutte le regioni italiane, non conviene invece concentrarsi in due sensi? Uno: andare verso la modernizzazione dal punto di vista del capitale fisico (infrastrutture, trasporti, Ancona come Hub di centro dell’Adriatico, i collegamenti est ovest) guardando all’Europa.

Perché il discorso del reshoring e ricollocalizzazione, rischia di finire in Croazia, Slovenia, l’Albania. Se non ci attrezziamo non è facile poi esser attrattivi.

Non farei affidamento solo sui fondi regionali per aiutare le imprese, ma chiederei alla politica, all’Istituzione pubblica, di assolvere al loro compito: fornitura di capitale pubblico collettivo.

Nel piccolo come Istao mi dedico alla formazione di capitale umano.

Ultima considerazione: quando insegniamo agli studenti l’impresa e il mercato, diciamo che le aziende hanno come obiettivo la massimizzazione di profitto, nel medio lungo periodo nella struttura del mercato in cui si trova.

E’ emerso il tema del territorio che sta intorno all’impresa, che è va oltre l’azionista. Ma coinvolgere nell’impresa gli interessi degli steakholder, non è una massimizzazione del profitto, non soltanto in conto economico, ma anche ambientale, umano, sociale. Non è il ritorno al mecenatismo classico, ma è la capacità dell’imprenditore di capire che il suo ruolo sul territorio, sullo sviluppo dei rapporti socio economici è interesse degli shareholders.

 

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