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Acrilamide: ben 3.500 tazze al dì per superare i limiti Efsa. Ma nel Robusta è il doppio dell’Arabica

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Chicchi di caffè torrefatto

MILANO – L’ acrilamide continua a fare notizia sui media di tutto il mondo, compresi quelli italiani. L’ormai nota sentenza di un tribunale californiano ha dato il calcio d’avvio a una lunga battaglia legale che si protrarrà prevedibilmente per anni.

Ma ha anche il merito (involontario) di avere aperto un dibattito medico-scientifico che sta facendo chiarezza sulla sostanziale irrilevanza del rischio acrilamide nello specifico dei consumi di caffè.

Torniamo sull’argomento riprendendo alcune interessanti considerazioni contenute in questo contributo a firma di Vincenzo Lionetti apparso su Agi – Salute. Lo riportiamo di seguito, tuttavia con alcune nostre puntualizzazioni. E completandolo con alcune recenti nostre scoperte.

Risale a qualche mese fa la notizia che Elihu Berle, un giudice della corte suprema di Los Angeles, ha stabilito l’obbligo di apporre nell’etichetta delle confezioni di caffè la dicitura “contiene sostanze che possono nuocere alla salute e provocare anche il cancro” perché fonte di acrilamide, o ammide dell’acido acrilico, un noto contaminante alimentare altamente solubile in acqua, dall’odore scarsamente percettibile (se inalato) e insapore (se ingerito).

La decisione del giudice californiano si è basata su numerose osservazioni sperimentali precliniche, come affermato di recente dallo statunitense National Cancer Institute. Tuttavia, negli studi preclinici di riferimento, gli animali sono stati esposti a concentrazioni di acrilamide da 1.000 a 10.000 volte più alte di quelle a cui gli uomini sono normalmente esposti, come precisa la prestigiosa American Cancer Society.

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