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Starbucks a Milano: un primo bilancio a un mese e mezzo dall’apertura

roastery experience
La straordinaria scenografia del flagship milanese

MILANO — A poco più di un mese dall’inaugurazione, com’è la situazione nel monumentale flagship milanese aperto da Starbucks in piazza Cordusio. Dopo le lunghe file dei primi giorni, l’afflusso di pubblico è diminuito o rimane costante?

E qual è la risposta della clientela a questo nuovo format di caffetteria? Quali specialità riscuotono maggior successo? Queste le domande alle quali vuole rispondere un interessante articolo apparso sul notiziario di Host Milano, che vi proponiamo di seguito.

Starbucks dopo un mese: era il 7 settembre quando con grandi fanfare un commosso Howard Schultz inaugurò il primo locale italiano di una catena che, di caffetterie, ne ha 27mila (circa) in tutto il mondo.

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Siamo tornati nella Reserve Roastery milanese per verificare la situazione a riflettori spenti e dopo le polemiche scatenate dall’apertura in patria (del tenore: “ma come, il re del beverone in tazza osa aprire nel Paese che ha inventato il caffè – leggi espresso) e l’attenzione suscitata all’estero (con il Times che titolava “Starbucks fa un lavoro italiano con la nuova filiale di Milano” e il New York Times “L’Italia ha bisogno di più caffetterie? Starbucks lo scoprirà”).

In un locale superaffollato come la vicina piazza Duomo in un dì di festa, con le code all’esterno scomparse ma solo, pare, perché la “sicurezza” ha allentato le maglie e l’ingresso è sostanzialmente libero, siamo tornati sul “luogo del delitto” un giovedì mattina di ottobre. Sostanzialmente confermando i pro e i contro che avevamo rilevato già all’apertura. Eccoli.

Pro: il servizio

Sempre attenti e gentilissimi, i 300 ragazzi che costituiscono (a rotazione) lo staff dello Starbucks di piazza Cordusio, tutti giovani, confermano l’attenzione verso il cliente. Il quale, un po’ per  l’affollamento un po’ per l’estensione del locale, tra gadget e giornali in vendita, banco panetteria, area gelateria e offerta plurima di caffè, specie a noi italiani che siamo abituati alla tazzina unica, può disorientarsi, specie alla prima visita. Niente paura, un addetto premuroso è pronto a chiedere e spiegare. Con un sorriso e una gentilezza non invadente ma sollecita e, soprattutto competente. Inoltre, cosa rara nei bar nostrani, parlano tutti un ottimo inglese.

Contro: i prezzi

No, non pensiamo come il Codacons che la tazzina di espresso sopra l’euro sia una tragedia greca degna di un suo cantore moderno. Una monorigine pregiata non può e non deve avere lo stesso prezzo di una miscela di media qualità. Però le estrazioni alternative (Pour Over, Chemex e Clover, un sistema brevettato che risulta in un caffè “a metà tra espresso e filtro”) dai 5 euro in su ci sembrano un po’ troppo per un mercato che le classifica ancora tutte, indistintamente, nella casella del caffè “Americano” (l’annacquato beverone di cui sopra).

Punto interrogativo: il brewing

Che poi di “americano”, che non è l’espresso allungato che ci propongono un po’ disgustati i nostri baristi tradizionali, ma quel caffè andante spesso aromatizzato in tazza di carta con poco sostenibile cappuccio di plastica, alla Reserve Roastery non se ne vede l’ombra.

Arriverà, con gli Starbucks d’ordinanza entro fine anno (quattro aperture previste a Milano). Qui ci sono le estrazioni alternative con i monorigine di qualità medio-alta. Ottimi per provare ad approcciarsi a un caffè “diverso” dall’espresso.

Però, attorno al bancone la fila interna con tanto di cordone per delimitarla è tutta alle macchine per espresso e derivati (cappuccini, “latte” e co).

Mentre per chi vuole un Chemex o un Pour Over l’attesa è pari a zero, o a un avventore davanti al massimo. Sarà per il costo, o per la italica diffidenza verso questi americani che vengono ad insegnarci cosa è il caffè? Torneremo tra un anno, a verificare.