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L’esperimento: come il cioccolato crea compulsività alimentare nei giovani

cioccolato diabetici
Recenti studi sostengono che un consumo moderato di cioccolato fondente giova anche ai malati di diabete

MILANO – Negli ultimi mesi ho fatto un piccolo esperimento con i ragazzi, liceali e giovani universitari, a cui faccio lezione: l’assaggio di un quadratino di cioccolato al latte industriale e, a distanza di cinque minuti, di un quadratino di cioccolato fondente di buona qualità.

Unica indicazione: masticare e tenere in bocca il pezzettino di cioccolato, senza deglutirlo, per sessanta secondi (il tempo lo tenevo io con il cronometro) e segnare su un foglio, su una scala di piacevolezza da 0 a 100, la loro sensazione.

Il valore di 100 equivaleva a «la cosa più buona mai assaggiata nella mia vita», mentre 0 era «la cosa peggiore mai assaggiata nella mia vita».

Risultato: il cioccolato industriale parte benissimo, intenso ed avvolgente come l’abbraccio della mamma.

Ma, dopo sessanta secondi, risulta meno buono, per molti ragazzi quasi stucchevole e nauseabondo.

Il cioccolato fondente parte maluccio, penalizzato dalla minor sapidità e dalla nota di amaro ma, dopo un minuto, il valore di piacevolezza sale, lasciando una bocca profumata ed una sensazione di maggior sazietà.

Quasi tutti i ragazzi, alla fine, mi hanno detto «quello al latte avrei continuato a mangiarlo, così ad ogni assaggio rinnovo il sapore buono iniziale, senza arrivare mai al gusto cattivo finale; quello fondente mi sarei fermato prima, la bocca era già a posto così».

Tradotto in termini clinici: il primo favorisce di più l’alimentazione compulsiva, il secondo molto meno.

Provate con qualsiasi alimento «che, se inizio a mangiarlo, mi sembra di non riuscire a fermarmi»: può bastare un boccone da sessanta secondi per smascherarlo.

Stefano Erzegovesi