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Le città svuotate dai pubblici esercizi e, dal 2012, sono oltre 77mila le attività chiuse

In prima battuta, viene chiesta la riapertura serale, almeno nelle zone gialle, dei pubblici esercizi in grado di garantire il servizio al tavolo. Un'opzione "non più rinviabile" avverte Fipe-Confcommercio che propone di poter riaprire anche alla sera, fino alle 22, in zona gialla e fino alle 18 in zona arancione

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Il fallimento sempre più diventa pressante per i pubblici esercizi

MILANO – Città senza commercio: hotel vuoti, locali con le serrande abbassate, palestre chiuse e chi più ne ha più ne metta. Questa è la desolante realtà che si sta sempre più delineando causa misure restrittive anti-Covid in tutta Italia. A testimoniarlo un’analisi condotta dall’Ufficio studi di Confcommercio, con dati preoccupanti. Leggiamoli dall’ansa.it.

Città fantasma

Cancellate quasi centomila attività commerciali nel giro degli ultimi otto anni. Segno tangibile del progressivo e inarrestabile processo di desertificazione commerciale che ora, con l’onda lunga delle restrizioni imposte dalla pandemia, si va amplificando soprattutto per i contraccolpi sui settori della ristorazione e alberghiero.

E’ lo scenario tracciato nell’analisi dell’Ufficio studi di Confcommercio “Demografia d’impresa nelle città italiane” in cui si calcola che tra il 2012 e il 2020 sono sparite dalle città italiane oltre 77mila attività di commercio al dettaglio (-14%) e quasi 14mila imprese ambulanti (-14,8%).

Ma il rapporto lancia un altro allarme

Nel 2021, solo nei centri storici dei 110 capoluoghi di provincia e altre 10 città di media ampiezza, oltre ad un calo ancora maggiore per il commercio al dettaglio (-17,1%), si registrerà per la prima volta da due decenni la perdita di un quarto delle imprese di alloggio e ristorazione (-24,9%).

“Il rischio di non riavere i nostri centri storici come li abbiamo visti e vissuti prima della pandemia è molto concreto e questo significa minore qualità della vita dei residenti e minore appeal turistico”, avverte l’associazione evidenziando come tra il 2012 e il 2020 si sia verificato un cambiamento del tessuto commerciale all’interno dei centri storici che la pandemia tenderà ad enfatizzare.

Per il commercio in sede fissa, tengono in qualche modo i negozi di base come gli alimentari (-2,6%)

E quelli che svolgono nuove funzioni come le tabaccherie (-2,3%), mentre è rilevante l’impatto del cambiamento dei consumi che coinvolge in primis tecnologia e comunicazioni (+18,9%). Il resto dei settori merceologici è invece in rapida discesa: i negozi dei beni tradizionali che si spostano nei centri commerciali o, comunque, fuori dai centri storici registrano riduzioni che vanno dal 17% per l’abbigliamento al 25,3% per libri e giocattoli, dal 27,1% per mobili e ferramenta fino al 33% per le pompe di benzina.

La pandemia acuisce questi trend in città e lo fa con una precisione chirurgica

I settori che hanno tenuto o che stavano crescendo cresceranno ancora, quelli in declino rischiano di scomparire dai centri storici. Quanto alle dinamiche riguardanti ambulanti, alberghi, bar e ristoranti, a fronte di un processo di razionalizzazione dei primi (-19,5%), per alberghi e pubblici esercizi, che nel periodo registrano rispettivamente +46,9% e +10%, “il futuro è molto incerto”.

Per fermare la desertificazione commerciale delle città Confcommercio individua tre direttrici, come spiega il presidente Carlo Sangalli:

“Sostenere le imprese più colpite dai lockdown, introdurre una giusta web tax che risponda al principio ‘stesso mercato, stesse regole’, piano di rigenerazione urbana per favorire la digitalizzazione delle imprese”.

Ma nell’immediato, bar e ristoranti avanzano le proprie richieste per cercare di sopravvivere ai vari regimi di zone gialle e arancioni. In prima battuta, viene chiesta la riapertura serale, almeno nelle zone gialle, dei pubblici esercizi in grado di garantire il servizio al tavolo. Un’opzione “non più rinviabile” avverte Fipe-Confcommercio che propone di poter riaprire anche alla sera, fino alle 22, in zona gialla e fino alle 18 in zona arancione.

“Ci auguriamo che il primo Dpcm del nuovo governo segni un cambio di passo” rimarca la Federazione dei Pubblici esercizi decisa a tutelare oltre un milione di lavoratori nelle “centinaia di migliaia di imprese che non possono essere aperte o chiuse con un’ordinanza pubblicata nella notte e valida dalla mattina successiva”.