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Bianca Saquella: “Non mi piace chiamare il mio un mestiere, parliamo piuttosto di arte”

bianca saquella
Bianca Saquella tra i sacchi di caffè

MILANO – Questo lunedì partiamo con le parole di Bianca Saquella, giovane donna, imprenditrice e infine rappresentante femminile di una torrefazione con anni di successo alle spalle. Per la quale svolge il ruolo di Direttore Acquisti e Produzione. Parliamo della sua storia, attraverso un’attività che lavora a stretto contatto con il chicco.

Che cos’è per lei il caffè? Un ricordo, un’abitudine, un tramite?

“Vengo da una famiglia di torrefattori. Produciamo caffè da 5° generazioni per cui, in realtà, il caffè mi scorre nelle vene. E’ un ricordo, quasi un imprinting: per me, è quello che per Proust era la madeleine. E’ il profumo che impregnava i vestiti di mio nonno quando rientrava a pranzo; è la gioia di tornare la bambina che scorrazzava nella torrefazione; sono i volti cari, di nonni e zii.

Ma anche di dipendenti – che in una torrefazione a carattere familiare come la nostra sono quasi parenti – o di clienti storici che oggi non ci sono più. E’ un’abitudine, di vita prima che alimentare; è la pozione magica che mi consente di alzarmi dal letto e di uscire di casa; di sorridere alle persone che incontro invece che insultarle (ma ho il sospetto che sia lo stesso anche per loro). Infine, di arrivare incolume fino a sera.

CARTE DOZIO
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In una città piccola come Pescara, è un po’ anche un secondo nome: se avessi un centesimo per tutte le volte che le persone alle quali mi sono presentata mi hanno detto “Saquella… caffè?“, ora non avrei bisogno di lavorare!”

Potrebbe descrivere il suo mestiere?

“Oddio…mestiere è un termine che non mi piace. Se affiancato a ciò che facciamo alla Saquella! Perché non parliamo invece di “arte”?. Infatti è proprio questo il selezionare attentamente la materia prima; il creare miscele che siano adeguate al palato dei nostri clienti. E poi tostare i chicchi esattamente al punto giusto, pazientare tutto il tempo necessario per far riposare il nostro prodotto. Infine, proporre sempre un prodotto all’altezza delle attese di chi consuma caffè Saquella, a casa come in un locale.

Insomma, è l’arte di curare ogni minimo particolare

Ogni più piccolo aspetto del viaggio di ogni chicco, dalla pianta fino alla tazzina. Ben conscia che per ogni Italiano, il caffè è un rito. Ecco, il mio “mestiere” è quello di celebrare questo italianissimo rito quotidiano.

Quando ha deciso che il caffè, la cultura del caffè avrebbe potuto essere la sua strada professionale

Ride Bianca Saquella: “Non credo di aver mai avuto dubbi che questa sarebbe stata la mia strada, neppure da piccolina. Non so cosa sognassero le mie coetanee da bambine – magari ballerine o veterinarie – ma a me è sempre piaciuto il mondo del caffè. Anche quando sono andata a Bologna per gli studi universitari ho avuto ben pochi tentennamenti.

La famiglia Saquella

Forse, visto quanto strettamente la mia famiglia è legata da sempre a questo mondo, non avrei neppure avuto molta scelta, chissà… Oggi, però, non mi vedrei impegnata in nessun’altra attività! Sono esattamente dove mi piacerebbe essere.”

E’ stata solo una scelta lavorativa oppure di vita?

“Sarà la mia particolare posizione di essere nata in una famiglia che fa del caffè la propria attività da oltre un secolo e mezzo. Ma non riesco a vedere la differenza tra scelta di vita e scelta lavorativa. L’una implica l’altra e viceversa. Ripeto: ho vissuto la transizione dal mondo dello studio a quello del lavoro in modo così naturale che non mi è sembrata una “scelta”, quanto piuttosto una naturale conseguenza.”

C’è stato un episodio particolare in cui ha pensato di non farcela e perché?

“Nell’aprile del 2012, purtroppo, è venuto a mancare improvvisamente mio zio Luigi che, con mio padre Enrico, ha guidato la nostra torrefazione negli ultimi 50 anni. L’impatto di
questo evento è stato davvero pesante. Sia dal punto di vista emotivo perché io ed i miei fratelli gli eravamo legatissimi e lui – che non aveva avuto figli – era legatissimo a noi; sia
dal punto di vista lavorativo. Perché è stato necessario riprendere le fila di tutta la gestione amministrativa dell’azienda.

Senza dimenticare che lo zio, un gentiluomo d’altri tempi, era colui che seguiva più da vicino i rapporti con le istituzioni cittadine, con le associazioni professionali e con l’intera comunità locale: supportando tante iniziative culturali alle quali abbiamo da tempo legato il nostro marchio: ecco, passato quel momento di dolore, mi sono resa improvvisamente conto di quale enorme vuoto avesse lasciato lo zio nella nostra azienda e che quel vuoto sarebbe toccato a me riempirlo. Ho davvero avuto paura di non riuscirci.”

Che cosa direbbe a quella se stessa del passata, in difficoltà?

“Direi che il lavoro svolto con dedizione e serietà ed il rapporto corretto e cordiale con tutti i collaboratori ti consentono di superare ostacoli che altrimenti sarebbero insormontabili; e che, se hai applicato questi principi, i frutti – anche nei momenti difficili – non tarderanno ad arrivare. Quindi mi direi di non avere paura.”

E invece, alle giovani donne che vogliono essere protagoniste nel settore del caffè?

“Alle ragazze che volessero accostarsi a questo nostro mondo direi di essere pronte a fare tanti sacrifici e tante rinunce. Preparatevi a non avere più una vita regolare: niente
palestra serale, perché arriva un imprevisto e bisogna risolverlo; niente aperitivo con le amiche, il venerdì Perché c’è quella fiera alla quale non si può mancare; niente più week-
end spensierato col ragazzo il sabato, perché si è rotta l’etichettatrice e bisogna andare ad aprire al tecnico.

Ma direi anche di non scoraggiarsi, perché le soddisfazioni per un lavoro svolto con amore, nel nostro settore, possono essere davvero tante.”

Descriverebbe la sua giornata tipo?

“Come ho detto prima, senza un caffè non apro gli occhi: quindi le prime energie sono interamente impiegate per la preparazione della moka. Se non sono in ritardo clamoroso –
ma capita di rado! – mi piace fare una colazione anche più complessa della sola tazza di caffè; in azienda arrivo sempre tra i primi. Un po’ per abitudine (ereditata da mio padre che alle 7 è già nel suo ufficio), un po’ perché credo nel leading by example. E non potrei chiedere ad un mio collaboratore di essere puntuale se poi non lo fossi io per prima;

vorrei dirle che passo i primi minuti a controllare la posta elettronica, ma in realtà, le odierne tecnologie non ti consentono di avere un attimo di privacy. E potendo leggere le mail già da casa, arrivo in ufficio già conscia dei problemi che mi toccherà affrontare…; alla mia postazione in ufficio resto giusto il tempo di controllare che i piani di produzione, preparati la sera prima, siano corretti.

E quindi me ne vado in produzione, a seguire l’avvio dei lavori (scarico, tostatura, imballaggio, ecc.); questo quando non mi tocca seguire le innumerevoli procedure di certificazione alle quali il nostro lavoro è sottoposto a tutte le autorità possibili ed immaginabili (Comune, Regione, Stato, E.U. Fairtrade; e chi più ne ha, più ne metta). Oppure dagli altrettanto numerosi audit di qualità richiesti dai clienti; se non ci sono intoppi o ritardi, verso le 13:30, cerco di tornare a casa per pranzare con mio marito (tra i tanti impegni che cerco di non trascurare, ci sarebbe anche il matrimonio…) che però sa che rischia di doversi arrangiare.

Cerco di tornare a casa perché questo mi consente di “staccare” la testa un’oretta, cosa che non riuscirei a fare se passassi la pausa pranzo in stabilimento; certo, in una grande città non sarebbe possibile. Ma qui a Pescara abbiamo la fortuna che in 10 minuti sei praticamente ovunque. Rientro in ufficio alle 14:30 per uscirne non prima delle 19:30. Nelle 5 ore di lavoro pomeridiano, continuo quanto ho interrotto per il pranzo, aggiungendo versamenti, buste paga, ordini ai fornitori; e finendo coi piani di produzione per il giorno successivo. Sennò, che routine sarebbe?”

Pensa che, all’interno del suo ambito professionale, sia stato più difficile come donna, affermarsi?

“Bella domanda. Mio padre racconta che, alla fine degli anni 60, uno dei fratelli di suo padre, anche lui impegnato nell’azienda di famiglia, trovandosi qualche giorno fuori Pescara per lavoro, telefonò in ufficio; senonché, proprio quel giorno, ed a sua insaputa, era stata assunta una centralinista, la prima donna a lavorare per la Saquella.

Quando sentì una voce femminile che, dall’altro capo del filo, rispondeva “Buongiorno, Saquella!”, se ne uscì con un memorabile “Lei mi sta prendendo in giro!”. Certo, i tempi sono cambiati e anche molto. Ed oggi si contano tanti esempi di donne di successo nel mondo della torrefazione: anche la compagine della Saquella, ad ogni livello, si è tinta di rosa.

Ma questo non vuol dire che essere donna non comporti ancora uno svantaggio, sia perché, in generale. L’imprenditoria italiana è molto maschile, sia perché è molto complicato, per noi, riuscire a “sdoppiarci”, portando avanti con uguale successo un’attività così impegnativa ed una famiglia.”

Come ha visto evolversi il settore del caffè nel suo ambito specifico professionale?

“Quando ho cominciato, oltre al caffè macinato per la moka, e si iniziavano a produrre le prime monodosi di caffè e cioè le prime cialde di caffè in carta. C’è stata, negli ultimi 20 anni, una vera e propria rivoluzione tecnologica che ha portato ad una serie di cambiamenti epocali nel consumo del caffè.

Il sistema Nespresso, poi, ha introdotto anche una rivoluzione culturale e ti sfido a dirmi quante case conosci che non hanno in cucina una macchina compatibile. Ed anche al bar, se ci pensi, non fa più scalpore sentire qualcuno ordinare un orzo o un ginseng, come fino a qualche anno fa.

Noi produttori ci siamo dovuti adeguare, così come ci siamo adeguati a tendenze ancora più specifiche; come il biologico o il Fairtrade che – come ti dicevo prima – richiedono un lavoro supplementare, soprattutto certificativo, estremamente impegnativo. Non dimentichiamo, poi, che noi italiani amiamo piegarci alle mode ed alle influenze straniere, come nel caso del fenomeno Starbucks. Anche quando è evidente per tutti che il nostro prodotto sia un’eccellenza…”

Come intende la giornata internazionale del caffè?

“Ho festeggiato lavorando. (risata) Rientravo da un viaggio di lavoro in Canada ed ero mancata per diversi giorni: non ho potuto permettermi festeggiamenti, anche se lo scorso anno la Giornata era dedicata proprio a noi donne. Dai, festeggerò il prossimo
ottobre…”

Qual è il tocco femminile che aggiunge qualcosa in più al suo lavoro?

“Innanzitutto, direi un certo gusto, che è sempre importante ma diventa fondamentale nella scelta, ad esempio, del packaging, delle campagne pubblicitarie e via dicendo. Poi anche una innata empatia, sicuramente più sviluppata di quella maschile, che mi consente di mantenere rapporti di stima e correttezza con i collaboratori, coi fornitori e coi clienti.

Devo mettere anche un tocco meno “positivo”: noi donne abbiamo una memoria infallibile per i torti subiti, e raramente riesco a perdonare chi, professionalmente, mi ha arrecato un danno.”