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Bialetti e l’arte di fare il buon caffè: l’omino coi baffi ora è in capsula

Le capsule a tecnologia proprietaria Bialetti sono coperte da tanti brevetti siano e sono le uniche a vantare un rivestimento interno di carta per evitare che il caffè venga a contatto con l’alluminio della capsula. Così come è unico il diffusore forato in plastica che facilita il passaggio

Bialetti industrie

COCCAGLIO (Brescia) – A colpirti le narici è il profumo del caffè appena tostato. Mentre gli occhi sono attratti dai chicchi bruni accarezzati lentamente dalle pale della macchina raffreddatrice che in soli tre minuti dovrà portarli da circa 210 gradi fino a temperatura ambiente.

Benvenuti alla Bialetti Industrie di Coccaglio, provincia di Brescia, dove la pianura incontra le balze della Franciacorta. La stessa Bialetti che oggi non si limita a fabbricare caffettiere elettriche o tradizionali come la mitica Moka Express (500 milioni di pezzi venduti in 83 anni) ma copre l’intera filiera produttiva dalla torrefazione alle linee per il caffè in capsule a tecnologia proprietaria fino a una catena di 150 negozi monomarca.

Un gruppo, va sottolineato, che con 172,4 milioni di fatturato e con un ebitda del 12% si sta spostando dal settore dei piccoli elettrodomestici a quello del lifestyle, avvicinandosi sempre di più al mondo del design e del made in Italy.

“Un buon caffè è ancora un’arte – spiega Egidio Cozzi, direttore generale Bialetti Industrie – ma è anche studio, impegno e innovazione. Le vede queste macchine?” dice indicando le linee per la produzione delle capsule a tecnologia proprietaria Bialetti, “non ha idea da quanti brevetti siano coperte. Siamo gli unici a vantare un rivestimento interno di carta per evitare che il nostro caffè venga a contatto con l’alluminio della capsula. Così come è unico il diffusore forato in plastica che facilita il passaggio
della miscela. E tutto allo scopo di ottenere in tazzina un’esperienza sensoriale piacevole e ben definita, unica, come le impronte digitali, per ricchezza aromatica e corpo equilibrato, nelle sue sfumature gustative”.

Chissà cosa avrebbe pensato di questa metamorfosi Alfonso Bialetti, imprenditore geniale e inventore della Moka Express nel lontano 1933. E anche il figlio Renato morto di recente.

“Non ho conosciuto Renato Bialetti ma per quello che mi hanno raccontato credo che sarebbe stato contento della Bialetti così com’è oggi”, afferma Roberto Ranzoni, 30 anni, responsabile delle vendite estere del gruppo e figlio di Francesco Ranzoni, presidente e azionista di maggioranza della Bialetti, “Noi abbiamo portato il suo marchio in tutto il mondo, l’azienda è cresciuta, oggi l’insegna dell’omino coi baffi la puoi trovare dappertutto. Penso che la nostra gestione interpreti in modo corretto lo spirito e i principi di Renato Bialetti”.

Di certo i Ranzoni, industriali solidi che provengono dal settore del pentolame, (marchi Aeternum e Rondine) si sono impegnati a fondo per assicurare un futuro all’azienda.

Un impegno che, dopo l’acquisizione avvenuta nel 1993 (a vendere fu la Faema che a sua volta aveva comprato l’impresa da Renato Bialetti) si è rinnovato negli ultimi quattro anni con una ristrutturazione che ha cambiato il volto dell’azienda.

“E’ stato un rinnovamento profondo che ha avuto un buon effetto sui conti”, spiega Maurizio Rossetti, direttore finanziario della società. “Il fatturato del 2015 è lo stesso del 2011 ma nel frattempo l’ebitda è cresciuto del 59,8% a quota 20,3 milioni e l’ebit del 300% a 14,4 milioni”.

La cura per rilanciare Bialetti Industrie si basa su pochi ingredienti. A cominciare dal cambiamento del management avvenuto fra il 2011 e il 2012 con l’ingresso di Rossetti, di Egidio Cozzi e di Lucilla Premazzi, a capo della business unit Bialetti. Un team che ha varato un piano basato intanto sul ribilanciamento del mix produttivo per aumentare la redditività.

Questo vuol dire una riduzione del “peso” del pentolame nei ricavi del gruppo a vantaggio della caffetteria. Ma non basta. Perché all’interno di questa opzione gli investimenti si sono focalizzati sull’innovazione.

Emblematico il lancio di prodotti come la caffettiera Moka Induction, la prima con il classico raccoglitore in alluminio in grado di essere utilizzata anche sui piani a induzione delle cucine più moderne. In realtà la rivoluzione in casa Bialetti fa perno su due scelte di fondo.

Il gruppo, infatti, da una parte ha optato sullo sviluppo di una linea per il caffè in capsule scegliendo un sistema proprietario che obblighi gli acquirenti delle caffettiere elettriche per espresso, come le nuove Cuore, ad acquistare le capsule prodotte in casa.

Una mossa che si accompagna alla scelta di puntare sulla fascia più alta del mercato. E quindi sulla necessità di controllare tutta la filiera del business: dalla selezione del caffè alla composizione delle miscele fino alla tostatura per poi arrivare alla distribuzione.

La seconda scelta di fondo della Bialetti è quella di aprire una serie di punti di vendita monomarca. Ad oggi si tratta di 140 store in Italia e di una decina distribuiti fra Francia e Spagna. L’obiettivo è di arrivare a quota 200 a cavallo del nuovo anno.

All’interno dei negozi è disponibile l’intera gamma dei prodotti del gruppo compreso il pentolame, i piccoli elettrodomestici come i frullatori e i tostapane. Ma anche, in esclusiva, il caffè per Moka a marchio Bialetti.