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Ultramar Caffè, parla l’a.d. Nava: “Un miliardo di capsule, ricavi più di 11 milioni anche col virus”

Marco Nava Ultramar
Marco Nava è l'amministratore delegato di Ultramar Caffè, specialista del confezionamento delle capsule e ora anche di grani e macinato

FANO (Pesaro Urbino) – La storia di Ultramar Caffè Srl è una storia giovane ma di crescita costante sia in termini di investimenti che di fatturato. Nata nell’aprile 2015, l’azienda già dal 2019 è riuscita a sfondare il tetto degli 11 milioni di fatturato e per il 2021, nonostante la pandemia, punta ad aumentarlo del 40 per cento.

Merito di una gestione attenta, incentrata sulla qualità e giuste scelte del Direttore Commerciale Mattia Tarsi, come spiega l’Amministratore delegato Marco Nava.

“La qualità – esclama Nava – è fondamentale perché senza le certificazioni come quelle già ottenute (FSSC 22000, BRC, IFS, HALAL, BIO, UTZ, RAF, FAIRTRADE, ecc.) non si intercettano i clienti di importanti dimensioni. Il prezzo, infatti, viene dopo. La cosa fondamentale è possedere tutti i requisiti richiesti dal mercato. Noi ne abbiamo fatto uno stile di lavoro e cerchiamo di mantenere alta la qualità su ogni passaggio imprenditoriale che vogliamo effettuare”.

Ultramar capsule alliuminio
Ultramar Caffè, la collezione delle capsule di alluminio

E a proposito di imprenditorialità mi sembra che nel 2020 non siate stati fermi ad attendere lo sviluppo della pandemia?

“Abbiamo continuato ad investire in macchinari per aumentare la tecnologia nella produzione. Abbiamo implementato l’efficientamento e la velocità per arrivare ad avere una capacità installata di oltre 1 miliardo di capsule all’anno”.

Che investimento dovete effettuare per raggiungere questi numeri?

“Parliamo di 8, 10 milioni di euro tra il 2020 e il 2021. Anni in cui contiamo di assumere nuovi dipendenti (oggi sono circa 70, ndr) soprattutto nell’ufficio qualità. Come dicevo precedentemente, ogni passo in avanti deve essere caratterizzato dalla qualità”.

Anche il tipo di produzione verrà ricalibrata sulla base degli investimenti?

“Certamente. Noi produciamo caffè in capsule autoprotette compatibili con i principali sistemi. L’80% della nostra produzione è conto terzi (Nespresso e DolceGusto, il resto è la linea di casa Must Espresso Italiano; n.d.r.) e ad oggi il 40% è composto da capsule in alluminio, 40% compostabile e 20% plastica. Per fine 2021 contiamo di arrivare ad un 60% di alluminio, 30% Home Compost e 10% plastica”.

Ultramar punterà con forza sull’alluminio?

“Nel 2020 siamo stata la prima azienda in Italia a confezionare questo tipo di capsule. Viaggiamo ad un ritmo di 960 capsule al minuto grazie a sistemi performanti che ci permetteranno, entro il 2022, di caratterizzare una larga parte del nostro fatturato proprio sull’alluminio. Siamo una realtà che produce H24 con tre differenti turnazioni di lavoro”.

Uno dei vostri punti di forza è rappresentato anche dal packaging?

“L’imperativo è far fronte ad ogni richiesta che può arrivarci e grazie all’impiego di vari macchinari possiamo differenziare il nostro packaging per pezzi da 10, 20, 40, 50 e 100 capsule. Siamo davvero in pochi a garantire questa elasticità nel differenziare il contenitore”.

Il 2021 è iniziato anche con l’ampliamento nella produzione di altri prodotti?

“Abbiamo aperto ai grani e macinato in confezioni interamente biodegradabili, una richiesta che ci arriva in particolar modo dal Nord Europa”.

Nord Europa che rappresenta comunque il vostro mercato di riferimento?

“Siamo circa oltre il 50% della produzione ma Ultramar Caffè Srl è presente anche in Nord e Sud America, in Australia, Middle East, Russia ecc. per un totale di circa 45 Paesi diversi”.

Non vi limitate a vincere dei tender con retail internazionale, se non sbaglio puntate anche a sviluppi diretti in altre nazioni?

“A fine 2019 abbiamo firmato dei protocolli di intesa con partner cinesi ed indiani per aprire in questi mercati. In Cina abbiamo avviato la costruzione di uno stabilimento, che poi si è fermato causa Covid, che ci permetterà un importante affaccio sul mercato asiatico. In India, invece, si tratta di prodotto e mercato esclusivamente locale”.