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Peyrano chiude, dopo 100 anni, con 5 milioni di debiti: i successi di Gobino e Domori

Logo Peyrano
Il logo Peyrano

MILANO – Il Piemonte registra una doppia perdita nel giro di poco tempo. E’ ancora fresca infatti la ferita inferta all’economia italiana, dalla chiusura di una delle aziende storiche del made in Italy, Pernigotti. Eppure, un’altra brutta notizia non si è fatta attendere e riguarda anche stavolta uno dei laboratori torinesi artigianali del cioccolato più celebri sul territorio, Peyrano. Dopo poco più di 100 anni di attività, i problemi economici sono diventati insostenibili, causandone il fallimento. Una decisione sofferta ma obbligatoria per i due titolari, Giorgio e Bruna, sommersi da ben 5 milioni di euro di debiti.

Leggiamo quindi nel dettaglio i fatti che hanno portato a questa triste conclusione, da Repubblica.it.

Peyrano in bancarotta

A 24 ore dalla chiusura della Pernigotti, il Piemonte perde un altro marchio che l’ha reso famoso nel mondo come terra del cioccolato: Peyrano. Lo storico laboratorio artigianale di corso Moncalieri, mercoledì ha portato in tribunale i libri contabili. In altre parole è fallita. Bocciata l’ipotesi di proseguire con il concordato preventivo dopo nove mesi infruttuosi: l’azienda non è riuscita a cambiare corso e i debiti hanno raggiunto la cifra di cinque milioni.

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D’altronde già a maggio una parte dei laboratori erano stati sigillati

Il problema allora era legato al mancato pagamento dell’affitto – i locali sono di proprietà del Cottolengo – che si andava ad aggiungere agli stipendi che i lavoratori aspettavano da mesi. E in questi mesi la situazione non è cambiata. Così è arrivata la dichiarazione di fallimento per Jacopey Cioccolato – la società con la quale i fratelli Peyrano avevano rilevato il marchio dall’imprenditore Maione che se l’era aggiudicato nel 2006 quando l’azienda fondata più di cento anni fa cominciò a scricchiolare – e ora il curatore fallimentare è gia al lavoro per mettere insieme l’elenco dei creditori. Che saranno convocate l’11 maggio. Come a Novi, anche qui l’ultima battaglia sarà per il marchio: il vero pezzo di valore da mettere all’asta.

L’analisi de Il Sole 24 Ore

Sul tema delle chiusure dei marchi del cioccolato il quotidiano economico Il Sole 24 Ore ha pubblicato un’interessante analisi firmata da Micaela Cappellini che fa il quadro della situazione. È uscita nell’edizione di sabato 9 febbraio. Ve ne proponiamo le parti salienti.

Il concetto sostenuto da Cappellini è che mentre fallisce anche Peyrano da Guido Gobino a Domori, c’è anche una eccellenza che cresce. Grazie all’estero. Ma con la contemporanea crisi Pernigotti per il sisndacato Flai-Cgil rischia di aprirsi la “questione alimentare”

Dunque dopo Pernigotti, i cui 50 dipendenti sono in cassa integrazione da questa settimana, con Peyrano cade un altro marchio storico del cioccolato piemontese. Tanto che alla direzione regionale della Flai – il sindacato di categoria del comparto agroindustria che fa capo alla Cgil – qualcuno ha cominciato a chiedersi se non siamo di fronte a una vera e propria “questione alimentare” in Piemonte. E una prima indagine di settore è stata già lanciata.

Stessa città, storie diverse

A Torino il cioccolato d’ eccellenza è anche sinonimo di grandi crescite aziendali. Nel 1878 Venchi ha cominciato un po’ come Peyrano, con un laboratorio artigianale di alta pasticceria. Ma di investitore in investitore, che si sono aggiunti alla famiglia originaria, la fabbrica è cresciuta.

E nei primi anni Duemila ha fatto il grande salto: con le gelaterie e con il boom dei punti vendita. Oggi ne ha più di 100, di negozi monomarca, di cui 47 in Italia e il resto tra New York e Singapore, da Pechino a Londra.

Il piccolo atelier del 1878 oggi è una realtà talmente strutturata da aver supporter del calibro di Unicredit, che ha appena sottoscritto un minibond da 7 milioni, e Sace-Simest, che ne finanziano l’ espansione in Asia.

La storia di successo di Guido Gobino

Nel segmento cioccolato d’ eccellenza, a Torino c’ è anche Guido Gobino, che ha preso in mano le redini del laboratorio di famiglia soltanto negli anni 80 ma oggi è uno dei nomi più noti, e non solo in città.

Guido Gobino controlla una partita di fave di cacao
Guido Gobino controlla una partita di fave di cacao

«Pensi che quando ero ragazzino – racconta – dicevo che volevo diventare come i Peyrano, perché loro erano i migliori, in fatto di qualità». Su quella Guido Gobino ha lavorato sodo, ma se è riuscito a trasformare il suo laboratorio in un’ impresa da 50 dipendenti, è stato anche grazie alla decisione di guardare all’ estero. «Ho cominciato dalla Svizzera – spiega – perché lì sono dei veri intenditori, e ho pensato che se sfondavo in Svizzera allora voleva dire che il mio cioccolato poteva andare ovunque».

Oggi Gobino ha tre punti vendita dentro Torino, uno all’ aeroporto di Caselle, uno a Milano in Corso Garibaldi, e distribuisce in 24 Paesi, dall’ Arabia Saudita all’ Australia.

«Il Giappone è un mercato che mi da grandi soddisfazioni – racconta – vendiamo soprattutto a San Valentino. Ma la mia più grande soddisfazione è vedere entrare i turisti giapponesi nella nostra bottega di Milano. Hanno la piantina in mano, ci vengono a cercare apposta. È in quei momenti che capisco che all’ estero sto lavorando bene».

Il tema del flagship store è anche al centro della strategia di Domori, oggi nel gruppo Illy

Che è l’altro marchio noto della cioccolateria torinese d’ eccellenza nato nel 1993. Oggi produce a None, alle porte della città, ed è di proprietà del gruppo Illy dal 2006.

«Quando è entrata nel gruppo Illy, Domori fatturava solo 1,5 milioni di euro, mentre l’ anno scorso abbiamo superato i 18,3», racconta il suo amministratore delegato, Andrea Macchione.

Domori ha un corner dentro il Centro commerciale di Arese, ma «entro il primo semestre di quest’ anno apriremo la prima gelateria monomarca a Milano, mentre spero che entro la fine del 2019 saremo pronti con il primo flagship store vero e proprio, che sarà a Torino».

Secondo Macchione per mantenere il successo, oltre che sui punti vendita monomarca, è necessario puntare sulla tecnologia e sulla qualità:

«Noi abbiamo scommesso tutto sulla materia prima, il cacao extra-fine Criollo. Delle 40 tonnellate stoccate a livello mondiale, 26 sono tutte nel nostro magazzino».