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Spagna: la pausa caffè non è più gratuita ma taglia lo stipendio in busta paga

In Spagna la pausa caffè diventa particolarmente "fiscale": fa discutere una sentenza dell’alto tribunale dell’Audiencia Nacional, che ha respinto il ricorso di un sindacato, alla luce della nuova normativa. Ora la parola passa al Tribunale Supremo

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Socializzare tra colleghi durante la pausa caffè, in Spagna ha un costo

MILANO – Quando si pensa alla pausa caffè, di solito si tira un sospiro di sollievo: tra gli uffici, è quel momento in cui si stacca, magari con un caffè tra colleghi. Dare per scontata la gratuità di questi preziosi minuti non è più possibile, per lo meno in Spagna: quello che è in corso è una vera e propria “tassazione” di questo rito, detraendolo dagli stipendi. Follia o trovata geniale? Leggiamo la notizia da avvenire.it.

Spagna: il Paese dove la pausa caffè è una voce in busta paga

La pausa caffè o per la sigaretta non sarà più gratis in Spagna. Bisognerà ogni volta timbrare il cartellino e le imprese potranno scontarla dalla busta paga. Con la nuova regolazione degli orari, cade anche quello che fino a ieri è stato un tabù nel paese di Cervantes. Così si rischia di cancellare uno dei rituali più sacri: il momento di socializzazione fra colleghi consacrato al break intorno alle 11 per la colazione.

A stabilirlo, una sentenza della sezione sociale dell’alto tribunale dell’Audiencia Nacional

Che ha rigettato il ricorso presentato dal sindacato Comisiones Obreras contro il sistema di registro orario della compagnia Galp-Energia, che impone ai propri dipendenti di marcare l’uscita e l’entrata per ogni caffè o sigaretta fumata. Intervalli che erano integrati nella giornata lavorativa fino al 12 maggio scorso. Quando è entrata in vigore la nuova normativa, approvata dal governo socialista, che impone alle imprese il registro quotidiano dell’orario di lavoro dei propri impiegati. Oltre a quello generale e al calendario settimanale.

Una norma nata per la tutela dei dipendenti, per computare le molte ore di straordinari spesso non retribuite e computate al nero. Ma che ora rischia di ritorcersi contro i diretti interessati.

Nella sentenza i giudici danno ragione a Galp sostenendo che, seppure ai lavoratori sia stato detratto l’equivalente in denaro degli intervalli spesi in colazione o in fumo. Con l’introduzione dei controlli di entrata e uscita non sono cambiate le loro condizioni sancite dall’articolo 41 dello Statuto dei Lavoro.

Soprattutto, «non è stato provato che prima dell’adozione del registro, l’azienda considerasse queste pause come tempo di lavoro». E, per di più – infieriscono i magistrati – non si trattava di diritti acquisiti dagli impiegati. Ai quali, dunque, non resta che timbrare il cartellino e pagarle le soste di tasca propria. La sentenza, infatti, avalla che l’impresa adotti unilateralmente il regolamento – con un codice col quale il lavoratore specifichi ogni volta a cosa sia dovuta la pausa – se non arriva a un accordo con i sindacati.

In Spagna prima di fare la pausa caffè, si devono fare i conti

Si tratta di un’interpretazione molto più restrittiva di quella a suo tempo data dal governo e dall’Ispettorato del Lavoro, secondo cui «il registro della giornata potrà organizzarsi in maniera da includere le interruzioni o le pause che si considerino, sempre e quando includa necessariamente l’ora di inizio e fine della giornata». Ed è il motivo per cui il sindacato Comisione Obreras, a furor di popolo, ha annunciato ricorso al Tribunale Supremo, che sarà quello che avrà l’ultima parola.