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Pausa caffè: è un diritto del lavoratore oppure no? Che cosa dice davvero la legge

pausa caffe lavoro La pausa caffè è un importante momento di relax e socializzazione
La pausa caffè è un importante momento di relax e socializzazione

MILANO – La pausa caffè è da generazioni un momento canonico nella giornata di molte categorie di lavoratori. Un momento di pausa, relax e socializzazione con i colleghi, che migliora la qualità della vita e l’affiatamento sul posto di lavoro. Quali norme regolano la fruizione di questa pausa? È diritto del lavoratore fruirne sempre e comunque? È diritto del datore di lavoro impedirne la fruizione?

Quanto può durare la pausa caffè? Una prima risposta a tutte queste domande è dettata dal buonsenso. Bisogna poi tenere presente il tipo di mansione svolta, l’organizzazione del lavoro e le condizioni in cui si trova a operare. Le fonti giuridiche poi sono molteplici, tra leggi, giurisprudenza e disposizioni specifiche contenute nei contratti di lavoro, come spiega Carlos Arija Garcia in un interessante focus, di cui vi proponiamo di seguito i passaggi salienti.

Pausa caffè: cosa dice la legge?

Secondo la legge [1], è possibile il licenziamento per la pausa caffè se non vengono rispettate certe regole. Ciascun lavoratore ha diritto a staccare almeno 10 minuti per recuperare le energie psico-fisiche se la giornata di lavoro è di almeno 6 ore. Questa è la regola generale anche se, come vedremo tra poco, ci sono delle eccezioni legate al tipo di attività.

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JULIUS MEINL

Non è obbligatorio prendere il caffè durante la pausa, intendiamoci. Si tratta di interrompere momentaneamente il lavoro quando le esigenze aziendali lo consentono. In alcuni casi, i contratti collettivi possono prevedere delle pause più lunghe e, come dicevamo, ci sono delle eccezioni alla regola. Riguardano i videoterminalisti, i lavoratori domestici ed i trasportatori. Ma anche i dirigenti, i minorenni e chi lavora a domicilio.

Inoltre, e sempre secondo la legge, se il lavoratore ha un orario spezzato, la pausa di 10 minuti potrebbe coincidere con la pausa pranzo. A decidere è il datore di lavoro.

a pausa caffè non può essere monetizzata. Quindi si esclude la possibilità di non farla in cambio di un’indennità aggiuntiva alla retribuzione.

Pausa caffè: l’eccezione dei videoterminalisti

Tra le eccezioni alla regola della pausa minima di 10 minuti ogni sei ore c’è quella dei videoterminalisti. Si tratta di quei lavoratori che prestano servizio per almeno 20 ore settimanali davanti ad uno schermo. Non parliamo solo di chi lavora al computer ma a chi sta di fronte ad un qualsiasi tipo di apparecchiatura dotata di video, quindi, ad esempio, il montatore rvm che lavora in televisione, la persona che in fabbrica controlla il processo produttivo davanti ad un monitor, l’addetto alla sicurezza che passa la sua giornata a vedere in un televisore chi va e chi viene, ecc.

Il videoterminalista ha diritto ad una pausa di 15 minuti ogni due ore di presenza davanti al monitor. Attenzione, però: non è che ogni due ore può andare a prendere il caffè ma ha diritto a staccarsi dal video e, magari, fare un’attività diversa. Altro particolare importante: la pausa non può coincidere con l’inizio o la fine del turno. Per capirci, non può iniziare il lavoro 15 minuti più tardi o finirlo un quarto d’ora prima: la pausa va fatta dopo due ore di lavoro davanti al video.

Pausa caffè: l’eccezione dei lavoratori minorenni

Ammesso e non concesso che prendano il caffè (forse sarebbe meglio per loro una bottiglietta d’acqua o una bibita), i minorenni a cui è permesso lavorare hanno diritto ad una pausa di un’ora ogni quattro ore e mezzo di attività. L’interruzione può essere dimezzata se consentito dai contratti di categoria con il beneplacito della Direzione territoriale del lavoro e se i ragazzini non svolgono un’attività insalubre o pericolosa.

Pausa caffè: l’eccezione dei lavoratori domestici
Diverso il caso dei lavoratori domestici, che hanno diritto ad una pausa giornaliera di almeno 11 ore consecutive se conviventi e a non meno di 8 ore consecutive di riposo notturno. Così recita il loro contratto nazionale, secondo cui colf e badanti possono fare una pausa non retribuita di almeno 2 ore se l’orario giornaliero non è del tutto compreso tra le 6 e le 14 o tra le 14 e le 22.

Pausa caffè: l’eccezione degli autotrasportatori

Gli addetti al trasporto merci o persone hanno spesso bisogno di una pausa caffè per recuperare la concentrazione al volante, che può calare dopo un lungo tempo alla guida. Questi lavoratori hanno diritto a fermarsi per 30 minuti se impegnati tra le 6 e le 9 ore al giorno oppure per 45 minuti se l’orario supera le 9 ore.

Pausa caffè: quando posso essere licenziato?

Questo è ciò che dice la legge. Violare queste regole per fare della pausa caffè il momento più ampio della giornata lavorativa può portare al licenziamento. È il caso di chi passa più tempo alla macchinetta o al bar accanto al posto di lavoro che alla propria scrivania. Ad esempio, possono licenziarti se, sistematicamente, arrivi in ufficio, accendi il computer e vai a prendere il caffè con i colleghi ma ti trattieni mezz’ora a chiacchierare con loro prima ancora di iniziare a lavorare. O se ogni quarto d’ora abbandoni il pc per tornare alla macchinetta, anche solo per continuare la chiacchierata interrotta prima. O, ancora, se vai a fare la pausa pranzo e, quando torni, sprechi altri 20 minuti per prendere un caffè che avresti dovuto consumare durante la pausa. Quando questo atteggiamento si ripete nel tempo, puoi essere licenziato.

Pausa caffè: si può controllare il lavoratore a distanza?

Vedere il comportamento di un dipendente in azienda è, tutto sommato, abbastanza semplice. Per capire se abusa della pausa caffè e valutare se ci sono gli estremi per il licenziamento, basta alzare gli occhi ed osservare quante volte si allontana dalla scrivania. Ma che succede con i lavoratori a distanza, cioè con chi presta la propria attività fuori sede? È lecito verificare quanto lavoro effettivo fanno e quante ore passano a perdere tempo?

Secondo la Cassazione, sì. Con una sentenza [2], la Suprema Corte ha stabilito che il datore di lavoro ha il diritto di controllare tramite un sistema Gps il comportamento di un dipendente che opera fuori sede. È quello che viene chiamato «controllo difensivo», cioè mirato a verificare eventuali mancanze o atteggiamenti contrari alla normale attività che possono anche ledere l’immagine dell’azienda. Non sarebbe strano, infatti, se chi osserva il modo di fare di un lavoratore, per così dire, fannullone o scansafatiche possa pensare che la società per cui «lavora» sia poco seria. Così è stato licenziato un dipendente tenuto sotto l’occhio di un Gps grazie ad un’agenzia investigativa e sorpreso a fare più pause caffè ed aperitivi con amici e colleghi del dovuto.

Secondo i giudici, quindi, il dipendente non può determinare in modo unilaterale quando e, soprattutto, quanto staccare dal lavoro per concedersi un momento di svago. Viene a mancare la fiducia posta in lui dal datore di lavoro e, quindi, emerge uno degli elementi che possono legittimare il licenziamento.

Note

[1] Decreto n. 66/2003.

[2] Cass. sent. n. 20440/2015 del 12.10.2015.

Carlos Arija Garcia