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L’anniversario: il 9 ottobre 2003 moriva Gaetano Quarta, la lettera del figlio Antonio

Gaetano Quarta
Gaetano Quarta

LECCE – Il 9 ottobre 2003, esattamente 15 anni fa, moriva a Lecce il Cavaliere del Lavoro Gaetano Nino Quarta, il fondatore dell’omonima azienda del caffè. Era in fabbrica, stava parlando della sua azienda, dei progetti per il futuro, con l’ardore di sempre. Ma il cuore, quel giorno di 3 lustri fa, non lo ha seguito. Una fitta acuta, un sussulto. Si è spento così, di mattina, Gaetano Quarta, «don Nino», 76 anni compiuti, una vita dedicata al lavoro, alla famiglia, ad un grande sogno imprenditoriale.

L’avventura nel mondo del caffè era cominciata negli anni Cinquanta: con una piccola torrefazione artigianale, un bar di degustazione nel centro di Lecce, poche decine di clienti affezionati, la voglia di fare bene. Poche ore prima della morte, «don Gaetano», cavaliere del lavoro dal ’96, mostrava con orgoglio ad una delegazione della Nato la sua azienda iper-tecnologica, la Quarta Caffè spa. Oltre 150 dipendenti, tra le prime dieci del settore in Italia.

Il risultato di mezzo secolo di lavoro caparbio, instancabile, ispirato. Nella sua azienda i sindacati non avevano grandi battaglie da combattere. Perché «don Nino» li conosceva uno ad uno, i suoi lavoratori, e quando avevano un problema si buttava a capofitto per aiutarli, non dormiva la notte.

CARTE DOZIO
FRANKE

E andava a lavoro all’alba. In fondo, se cresceva l’azienda, pensava, crescevano anche i suoi dipendenti.

Comprese che le macchine avrebbero fatto la differenza: accettò la modernità, ma il progresso, ripeteva in modo ossessivo, deve rispettare l’ambiente e la qualità del prodotto. Per difendere l’ambiente aveva investito in tecnologie, dotato i macchinari della sua fabbrica di moderni filtri per l’abbattimento dei fumi; aveva acquistato una macchina per il compostaggio e il riutilizzo degli scarti di lavorazione. E le buste dell’azienda le aveva volute in carta riciclata.

Come imprenditore e come uomo aveva due valori: la famiglia e il lavoro, valori inscindibili tra loro, diceva. Il lavoro era la sua famiglia allargata, dai dipendenti ai clienti. Sapeva tutto di tutti e si informava continuamente delle vicende di chi gli viveva accanto: la salute, i progressi scolastici dei figli. Si sentiva responsabile non solo del lavoro dei suoi collaboratori, ma anche della serenità delle loro famiglie.

Gaetano Quarta è stato presidente del Consorzio Torrefattori Italia, è stato nominato Cavaliere del Lavoro, ha accomunato tanti altri incarichi di prestigio, ma la porta del suo studio è rimasta sempre aperta, anche di domenica, per chi avesse bisogno di parlare con lui, dal dipendente al cliente che aveva problemi ad onorare un pagamento. Per tutti aveva comprensione e consigli: una parola buona, diceva, vale molto.

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«Ho fatto le condoglianze a tutti i dipendenti»

Queste parole del figlio Antonio dette il giorno della scomparsa del padre Gaetano, forse rendono più di ogni altra considerazione il rapporto che don Nino aveva stabilito con i suoi collaboratori.

Qui sotto riportiamo la lettera che Antonio Quarta, ora titolare della Torrefazione Quarta, ha scritto al padre, ricordando anche la dedica della Piazzetta davanti alla Porta Rudiae di Lecce al padre.

di Antonio Quarta

Mi emoziona l’idea che il suo nome venga letto su un cartello, che venga ripetuto come riferimento, che venga indicato a chi cerchi la strada, a chi si dà un appuntamento. Mi emoziona persino che compaia nei navigatori satellitari, anche dei cellulari.

Un nome ora ripetuto come punto di riferimento

Mi piace immaginare che, anche così, ci si ricordi di lui. Che il pensiero di chi passa per quest’angolo di città, si intrecci alchemicamente con il suo ricordo. E che un nome, qualche volta rimanga “solo” un’indicazione geografica. E qualche altra ridiventi una storia, una vita da conoscere, la voglia di sapere di più della sensibilità di chi, per una qualche ragione, ha lasciato un segno.

Mi piace che questo avvenga per tutto quello che lui era e che ha fatto.

E per tutti quei valori in cui ha fermamente creduto.

Il nome di mio padre è legato al caffè. Al caffè dei Leccesi. E al gusto, al profumo del Salento.

Al tepore del caffè caldo, bevuto a casa o al bar, nei nostri umidi inverni tra due mari. E al dissetante sollievo del caffè in ghiaccio delle nostre estate afose, roventi. A quel gusto speciale che un palato salentino riconosce subito come “casa”. E che talvolta diventa un sapore irrinunciabile anche ad altre latitudini o il primo piacere da rinnovare non appena si rientra in questa terra.

Mio padre ha dedicato tutta la sua vita al lavoro e al territorio.

Con passione, con entusiasmo, con amore.

La sua azienda, la nostra azienda, la nostra famiglia e la nostra grande famiglia allargata, di chi lavorava e lavora per e con noi, erano tutta la nostra vita.

Chi l’ha conosciuto, sa che oggi sarebbe pazzo di gioia per questo riconoscimento, come lo è mia madre, come lo siamo noi figli e come lo sono i nostri figli, i suoi nipoti, tutti i collaboratori ed i nostri clienti. Per due ragioni.

Perché Porta Rudiae è la storia di Lecce in Pietra. E per quello che una porta rappresenta.

Un accesso che si apre. Un diaframma tra due mondi.

Il passaggio tra qualcosa che si lascia alle spalle e qualcosa che ci si trova davanti e viceversa.

Un’apertura che immette in una situazione nuova e imprevista.

Mio padre era una persona che varcava una soglia sempre con prudenza, ma col sorriso sulle labbra. Perché aveva quella curiosità intellettuale che, in oltre cinquant’anni, lo ha portato ad aprire molte porte, ad arrivare in terre lontane per trovare la qualità, a confrontarsi, a fare ricerca. E a ritornare a casa per sintetizzare il meglio in un prodotto che potesse vivere di eccellenza.

La sua Lecce, la nostra Lecce, quella che ha fatto da sfondo alle sue intuizioni ed è stata il mood dove sono nate le sue miscele, aveva un tempo quattro porte, tre esistono ancora, una è persa per sempre.

Così, la Piazzetta Gaetano Quarta, inaugurata il 18 dicembre 2011 davanti a Porta Rudiae, ricorderà per sempre chi, come mio padre, ha sempre pensato che oltre una porta ci sia sempre un mondo.

Antonio Quarta