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L’alveare che dice sì: la sharing economy porta a casa i prodotti lombardi

«L’alveare è anche un luogo fisico — afferma Claudia Consiglio, responsabile dell’iniziativa sul territorio —: chi lo gestisce si occupa di trovare uno spazio che sia gratuito. Può essere un bar, un locale o anche una casa»

L’alveare che dice sì

MILANO – Parliamo de ” L’alveare che dice sì “. Un progetto a metà tra il gruppo d’acquisto, il social network e la cultura della sharing economy. Allo scopo di portare i prodotti a chilometro zero sulla tavola dei milanesi.

Sono questi i tratti caratteristici de «L’alveare che dice sì», realtà francese per promuovere la filiera corta sbarcata a Milano da dicembre 2015 e che a oggi registra 5.000 utenti in tutta la regione, oltre 200 produttori lombardi coinvolti, dieci «alveari» in città.

L’alveare dice sì: come funziona

A spiegare il meccanismo è Claudia Consiglio, responsabile dell’iniziativa sul territorio.

«Tutto parte dal sito online. Qui i clienti possono iscriversi, trovare l’alveare (punto di scambio, ndr) più vicino e capire quali prodotti sono disponibili».

Sulle bancarelle virtuali c’è di tutto

Dai formaggi, ai salumi. Poi la verdura, la frutta, la carne. Ma anche le spezie e lo zafferano, che provengono per la maggior parte dal Parco Agricolo Sud o dal Pavese.

Non mancano neppure i prodotti per la cosmesi, dentifrici, detersivi biologici. Le vendite si aprono ogni settimana e ciascuno può prenotare la propria spesa.

Una percentuale dei ricavi va alla piattaforma

Mentre un’altra al referente di zona. L’appuntamento per ritirare gli acquisti è fisso. «L’alveare è anche un luogo fisico — continua Claudia —: chi lo gestisce si occupa di trovare uno spazio che sia gratuito.

Può essere un bar, un locale o anche una casa. Lo scambio tra cittadini e venditori è anche un momento sociale. Infatti, ci si incontra, si parla con gli altri clienti, si assaggiano nuove specialità, si conosce chi coltiva o realizza le cose che si scelgono».

Cosa c’è di diverso rispetto a un tradizionale gruppo di acquisto?

«Prima di tutto la libertà — spiega ancora la responsabile. — Nei gruppi di acquisto per avere prezzi vantaggiosi si è costretti a comprare grandi quantità di un prodotto. Con relativi problemi per la sua conservazione. Con l’alveare non è necessario: il bacino di utenti è ampio. Quindi ci si può permettere di prenotare piccole dosi o anche nulla».

Ma il punto forte del progetto è la vicinanza dei produttori alle piazze su cui viene venduta la merce

La distanza massima è di 250 chilometri, così da comprendere anche ciò che il territorio lombardo difficilmente offre (come l’olio).

«Ma noi abbiamo una media di 43 chilometri come raggio d’azione — sottolinea Claudia. — Anche perché i commercianti ogni settimana vengono personalmente a portare la merce negli alveari che riforniscono, non possono essere troppo lontani».

Di più. Se il cliente vuole vedere con i propri occhi l’orto da cui arrivano le zucchine che ha nel piatto o il pascolo che nutre i bovini di cui mangia la carne, può prendere l’auto e andare a trovare «a casa» il produttore.

Anzi, è invitato caldamente a farlo. Così da accorciare ulteriormente le distanze e rafforzare la fiducia. Anche le aziende coinvolte hanno il loro vantaggio.

Grazie alla prenotazione in anticipo, non hanno sprechi; perdono poco tempo e possono portare al cliente merce freschissima, saltando i passaggi dei vari intermediari.

L’alveare a Milano

Punto fondamentale è la capillarità del progetto. Per vincere la pigrizia di chi non ama spostarsi troppo per fare la spesa ed evitare alveari troppo affollati e momenti di scambio caotici e difficoltosi.

«Siamo già presenti a San Siro, Lambrate, Porta Romana, Porta Genova e alla Barona. — spiega la responsabile —, ma vogliamo espanderci e arrivare ad avere un alveare per ogni quartiere».