Home Notizie Interviste Parla Kent Ba...

Parla Kent Bakke, La Marzocco: «Guarnizione è la prima parola italiana che ho imparato» – 1ª p.

Il racconto: "Dopo “ciao” e “pizza”, la prima parola d’italiano che ho imparato è stata “guarnizione”, quasi impossibile da pronunciare per un americano. Ma è la prima cosa che deve esser aggiustata in una macchina, perché si rovina subito.”

kent bakke
Kent Bakke vicino a una Marzocco

MILANO – Nato nel 1952 in Wisconsin, Usa, Kent Bakke ha svolto un ruolo chiave nello sviluppo internazionale de La Marzocco. Dopo aver iniziato a importarne le macchine negli Stati Uniti nel 1978 e a sviluppare il mercato americano, Bakke per oltre 40 anni ha contribuito in maniera notevole allo sviluppo e all’innovazione dell’intero comparto delle macchine da caffè espresso.

Dopo esserne stato l’amministratore fino al 2018, oggi Kent Bakke detiene un posto nel consiglio d’amministrazione de La Marzocco International.

Perché Kent Bakke parla italiano?

“Ho dovuto impararlo perché 40 anni fa non erano in molti a parlare inglese nel settore del caffè. Ho cominciato come tecnico e ho dovuto imparare l’italiano per capire meglio come funzionassero le macchine. Dopo “ciao” e “pizza”, la prima parola d’italiano che ho imparato è stata “guarnizione”, quasi impossibile da pronunciare per un americano. Ma è la prima cosa che deve esser aggiustata in una macchina, perché si rovina subito.”

Perché le macchine del caffè l’hanno appassionata 40 anni fa?

“È stata una scelta particolare. Quando ho cominciato, anzi prima ancora di entrare nel settore, non bevevo caffè. La caffeina non mi dava quella spinta in più e non capivo perché così tante persone invece lo bevessero. Dopo l’Università, ho iniziato a lavorare per uno stand di hamburger con dei ragazzi pieni di voglia di fare. Poco dopo abbiamo comprato una paninoteca e al suo interno abbiamo trovato una macchina da espresso italiana. Mi divertiva e appassionava capire come funzionasse. La meccanica mi ha sempre incuriosito molto e quindi ero molto interessato da quella macchina. È cominciato tutto così, quasi per caso.”

Perché Kent Bakke è venuto in Italia?

“Nel ‘77 c’erano solo otto macchine da caffè espresso a Seattle. In quegli anni, ho cominciato a mettere le mani su una Victoria Arduino. A un certo punto, negli anni 70, mi sono detto: se sono in grado di riparare una macchina, perché non importarle? E allora, con i miei soci siamo andati in Italia. Abbiamo scritto a diverse ditte, quando ancora non c’era internet e una, la Cma, ci ha risposto e ci ha invitati a visitarla nel ’78. Siamo partiti in 3, io e i miei due colleghi. Dopo quella visita, siamo andati a Firenze. La città era piena di macchine La Marzocco e allora abbiamo contattato l’azienda per visitarla.

La nipote di un amico americano viveva in città e ci ha fatto da traduttrice. All’epoca erano ancora vivi Giuseppe e Bruno, ma il nostro primo contatto è stato Piero Bambi. Tornati in America, nel giro di un anno abbiamo venduto la prima macchina. Non abbiamo avuto molto successo con la ristorazione, quindi abbiamo deciso di puntare tutto sulla vendita delle macchine, anche se ancora non erano popolari.”

E La Marzocco?

“Ci siamo incontrati un po’ per caso. C’era già qualche macchina a Seattle prima che
cominciassimo a importarle. Ma non era ancora nota.”

Ma oltre a venderle, poi avete iniziato a costruirle…
“Anni dopo, sì. All’inizio abbiamo importato, venduto e insegnato a operare una corretta
manutenzione.”

Come siete arrivati all’accordo con Bambi?

Piero Bambi e Kent Bakke insieme
Piero Bambi e Kent Bakke insieme

Kent Bakke: “Non c’erano altre richieste. C’era questo signore toscano, oggi scomparso, che viveva a Seattle e vendeva vino. Mi ricordo la sua storia: alla fine degli anni ‘70, il settore della ristorazione ha iniziato a muoversi a Seattle. Quando ha trovato qualcuno disposto a vendere il caffè espresso, ha chiesto 50 dollari e in cambio, mi ha dato l’indirizzo de La Marzocco per acquistare dall’Italia direttamente la macchina da caffè.”

Com’è arrivato, dall’acquisto della macchina, alla produzione?

“Per usare una macchina si deve avere il caffè. Allora c’erano tre torrefazioni a Seattle, una di queste era Starbucks, l’originario, prima dell’arrivo di Howard Schultz. Abbiamo stretto una relazione, ma all’inizio Starbucks importava altri marchi e siamo stati concorrenti per un po’. Poi abbiamo sviluppato un rapporto di esclusiva.

La storia è nota: agli inizi degli anni ’80, inizi degli anni ‘90, Howard Schultz è andato in Italia e si è innamorato della cultura dell’espresso italiano e del bar. Ha chiesto di portare avanti il progetto “Il Giornale” alla torrefazione Starbucks e così hanno aperto 5/6 locali a Seattle.

È stato nell’88/89 che noi abbiamo iniziato a collaborare con Starbucks, e nel ’93 abbiamo
cominciato a discutere dell’apertura di ben 300 locali nell’arco di un anno. Era grandioso! Abbiamo contattato La Marzocco perché avevamo bisogno di molte più macchine, ma con nostro grande stupore La Marzocco ci ha risposto di no.

Ho chiesto allora se potessimo avere una licenza per costruire le macchine e la risposta è stata affermativa. La condizione era quella di comprare l’azienda, perché non c’era una terza generazione che potesse ereditarla. Dopo 15 anni di rapporti commerciali, mi son detto: va bene.

Ho proposto a qualche persona di investire insieme a me e, nel ’94 abbiamo acquisito il 90% de La Marzocco. Con questo capitale, abbiamo iniziato a costruire anche la fabbrica di assemblaggio di macchine a Seattle, per rifornire Starbucks.

Quando abbiamo firmato, abbiamo sottoscritto 3 condizioni: le macchine avrebbero continuato a chiamarsi La Marzocco, avremmo mantenuto tutti i dipendenti presenti in azienda e il cuore sarebbe rimasto italiano. È continuato tutto così fino al 2004, quando Starbucks ha cominciato a utilizzare macchine super automatiche nei propri locali.

È contento?

“Sì. Non immaginavo che la mia vita sarebbe andata in questa direzione. Ma sì, mi sento
fortunato.”

La Marzocco ha prodotto la KB90 in suo onore. Cosa vuol dire?
“Per me è ancora un onore che è difficile esprimere a parole. Non ho mai pensato potesse
succedere una cosa del genere”

Lei ha seguito tutto il percorso con La Marzocco. Poi l’azienda le ha fatto questo regalo

“Per me è stata una sorpresa. Non ero coinvolto nella progettazione e non ne sapevo molto. Non mi hanno dato neppure le royalties per il mio nome (ride). In America, quando ho detto ai miei amici della KB90, non hanno capito bene. Ho dovuto spiegarglielo.”

Kent Bakke, lei porta il made in Italy nel mondo. La Marzocco ci punta molto

“Quando abbiamo iniziato, la maggior parte di chi importava in America erano italiano. Io no. Negli Stati Uniti non c’era una gran cultura dell’espresso e non potevamo sapere come sarebbe andata. Nonostante bevessimo molte bevande a base di latte, volevamo cambiare il prodotto, rimanendo il più possibile fedeli all’espresso italiano. Non sapevo praticamente niente di caffè, ma allora baristi e torrefattori avevano questa enorme passione. Poi la passione è diventata un elemento sfruttato per fare marketing e la qualità del caffè è diventata secondaria. Anche se adesso le cose stanno cambiando di nuovo.

Nel 1979/80 il mercato in Italia è crollato perché erano i torrefattori a comprare e poi a dare le macchine in comodato d’uso ai clienti, insieme al caffè. Fortunatamente abbiamo incontrato persone appassionate come i fratelli Bambi che ci hanno aiutato a portare la qualità in America.”

Che futuro vede per la Marzocco?

“Quello di continuare a essere un’azienda che dà importanza alle persone, alla cultura aziendale, all’ambiente, ai dipendenti, alla collaborazione con i fornitori per mantenere la qualità del caffè in tazza. E della macchina.”

L’intervista continua con la seconda parte dedicata al ModBar: la trovate a questo link .