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A Genova dilaga la rabbia dei gestori perché mancano le colazioni di chi fa smartworking

I commercianti: «I clienti hanno paura, gli uffici sono chiusi, non c'è turismo e il passaggio è ridotto al minimo, però adesso ci stanno caricando di spese. E gli incassi non arrivano neanche al 70 per cento del 2019»

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Piazza de Ferrari a Genova

GENOVA – I pubblici esercizi sono in ginocchio, messi a dura prova dal virus e da tutte le misure di sicurezza attuate per limitare il contagio: una storia che ancora oggi non si è conclusa e che anzi, continua a decurtare gli incassi. Uno dei problemi che impediscono di recuperare i clienti, è lo smart working: molti lavoratori che prima facevano pausa caffè o pranzo nei bar, adesso stanno semplicemente a casa. Questa è la situazione in tutta Italia, ma noi riportiamo nello specifico le lamentele dei gestori di Genova, dall’articolo di Eloisa Moretti Clementi, su ilsecoloxix.it.

Genova, i gestori non ce la fanno più

«Siamo molto preoccupati, sia dal punto di vista sanitario visto che noi esercenti siamo coinvolti come tutti, e sia dal punto di vista commerciale perché una serrata, benché parziale, ci sottrae incassi preziosi. Vedremo quali saranno le misure del governo, ma già in questi giorni tante aziende stanno incrementando lo smartworking.

Questo clima di incertezza non giova al commercio»: così il presidente dell’associazione bar di Genova, affiliata ad Ascom, Fabrizio Murena, titolare del bar Murena di via XX Settembre.« Non siamo mai tornati agli incassi pre-Covid – chiarisce Francesca Manzoli, titolare del caffè Boasi in via XX Settembre – I miglioramenti non sono stati mai costanti, alti e bassi. A noi mancano tantissimo le colazioni di chi andava in ufficio e oggi invece fa smartworking».

Le prospettive preoccupano, non tanto per le limitazioni di orario quanto per il rilancio del lavoro da casa:

«Come scelta sanitaria ok, però bisognerà prevedere incentivi o aiuti alle categorie perché noi abbiamo quasi gli stessi costi, a fronte di incassi decisamente inferiori». Concluso il lockdown ed esaurite le detrazioni di imposta per i commercianti, le spese per l’affitto dei locali, per il personale e per le tasse (fatta eccezione per il suolo pubblico), restano invariate: «Quando viene gente dobbiamo farci trovare pronti, quindi non posso ridurre il personale anche perché, visti i tempi della cassa integrazione, mi dispiacerebbe per i miei dipendenti».

Un contratto a termine è saltato alla Caffetteria Orefici, di Genova mentre due baristi sono in cassa in deroga:

«E speriamo che venga prorogata – sospira il titolare Roberto Cammarata, che ha la gestione dal 2007 – Lo smart working ci ha rovinato. La gente non gira. Mi dispiace per i ristoranti che dovranno chiudere prima, ma noi siamo già in ginocchio».Paradossalmente, una chiusura totale preoccuperebbe di meno, almeno dal punto di vista dei conti: «Mi sentirei più protetto. Invece questa è la situazione peggiore. I clienti hanno paura, gli uffici sono chiusi, non c’è turismo e il passaggio è ridotto al minimo, però adesso ci stanno caricando di spese. E gli incassi non arrivano neanche al 70 per cento del 2019. Così rischiamo di chiudere per sempre».