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Così la crisi da coronavirus sta mettendo in ginocchio il settore del caffè nelle Hawaii

Hawaii terroir
Vista dall'alto di una piantagione di caffè delle Hawaii

MILANO – Si scrive Hawaii e si legge Kona: il celebre caffè coltivato sui pendii vulcanici nell’omonimo distretto meridionale della Big Island. Pregiato, costosissimo e di difficile reperibilità in Italia. Ma, in realtà, nelle Hawaii, si distinguono ben 7 distinte aree di produzione, che fanno del caffè la seconda coltura più importante dello stato in termini di valore, con un fatturato complessivo che si avvicina ai 50 milioni di dollari.

Un settore che – pur incidendo in modo infinitesimale sulla produzione mondiale (appena lo 0,04%) – riveste dunque un’importanza rilevantissima per il comparto agricolo dell’arcipelago.

La caffeicoltura delle Hawaii è naturalmente, per forza di cose, una realtà di nicchia. I cui costi, molto elevati, possono essere coperti soltanto vendendo il caffè, con margini adeguati, a torrefattori che lo commercializzano soprattutto nel settore turistico o nel dettaglio specializzato.

E la crisi di queste realtà si ripercuote ora sui produttori, che versano in gravi difficoltà finanziarie.

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