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Coronavirus a Roma, il grido dei commercianti: “Il governo non ci lasci morire”

L'effetto Coronavirus è arrivato anche nella Capitale: ristoranti e boutique si svuotano e le vendite crollano fino all'80 per cento. L'appello dei commercianti alle istituzioni è di fare presto: "Servono sgravi e aiuti alle piccole imprese"

Coronavirus roma
Coronavirus a Roma

MILANO – Il quotidiano Il Giornale ha dedicato un particolareggiato reportage sulla situazione nella capitale ai tempi del Coronavirus. Situazione pesante sul fronte sanitario e anche sul quello economico. Un quadro preoccupante. Unico passaggio critico la richiesta di «fare presto» rivolto alle autorità. Che non hanno ancora il guizaglio per domare il Coronavirus che impazza a nostra insaputa. Firmano l’articolo Elena Barlozzari e Alessandra Benignetti.

ROMA – La Capitale non fa eccezione, con il boom di cancellazioni nelle strutture alberghiere per i mesi di marzo, aprile e maggio. “Trovare la piazza vuota per un attimo può essere anche piacevole, ma poi diventa angosciante”, ci dice il titolare di una farmacia che si trova proprio ai piedi della celebre scalinata di Trinità dei Monti. Chi lo avrebbe mai detto? La corsa all’acquisto di gel igienizzanti e mascherine non è servita a mettere al riparo dalla crisi neppure questa categoria. “Gli incassi sono scesi del 50 per cento, chi entra qui lo fa solo per comprare le mascherine ma al momento sono irreperibili ovunque”, ci spiega.

Soffrono anche bar, ristoranti e boutique. Il presidente di Federmoda Roma, David Sermoneta, descrive così gli effetti di queste settimane di psicosi: “La gente ha paura e ad alimentarla ci si mette anche il terrorismo mediatico, basti pensare che sulle emittenti straniere l’Italia viene vista come la causa principale di questa emergenza sanitaria”. Il risultato è che le vendite sono crollate del 70-80 per cento.

“In qualche caso si sono addirittura azzerati da un giorno all’altro”, aggiunge Sermoneta. Un “crollo verticale del fatturato” che ha caratterizzato queste ultime settimane. “Negli ultimi giorni abbiamo registrato una media di sei entrate giornaliere in negozio, l’anno scorso in questo periodo erano 400”, ci confessa Andrea, titolare di una pelletteria di lusso. Il problema non è soltanto quello dei turisti che non ci sono. Con il focolaio di Lombardia e Veneto, sono spariti anche i visitatori italiani.

Per questo uno degli appelli alle istituzioni è quello di sospendere la zona a traffico limitato per far tornare i romani nelle vie del centro storico. Anche qui il virus ha cambiato la quotidianità. Le cameriere della storica sala da tè Babington’s disinfettano i tavoli in continuazione con l’Amuchina.

“Abbiamo dovuto toglierne alcuni per poter rispettare la distanza di sicurezza prevista dal decreto”, spiega Chiara Bedini, proprietaria dell’iconico locale. Anche lei si è rimboccata le maniche e aiuta il personale rimasto, visto che molti sono stati costretti alle “ferie forzate”. È stata questa una delle prime misure adottate per sopravvivere ai costi alti e al fatturato in picchiata.

“Gli affari sono calati di molto – ci confessa – ma noi non ci arrendiamo”. “Non abbiamo chiuso durante la prima e la seconda guerra mondiale e non vogliamo chiudere per questa guerra”, dice convinta. Il nemico però rischia di fare decine di vittime. Tra queste, secondo Sermoneta, ci saranno anche “le piccole aziende che rappresentano il patrimonio identitario della città”. “Al governo chiediamo che venga prevista la cassa integrazione per le piccole aziende e sgravi che ci aiutino a sopravvivere”, spiega la proprietaria della sala da tè.

“Il problema – aggiunge il numero uno di Federmoda Roma – è che non abbiamo un orizzonte temporale definito e quindi non sappiamo per quanto tempo dobbiamo reggere”. Per questo, spiegano gli esercenti, le risposte dovrebbero essere immediate. È questo il presupposto essenziale per “non mandare per strada decine di famiglie”. “Le istituzioni dovrebbero spiegare meglio e con più chiarezza a cosa stiamo andando in contro e poi darci una mano a non morire”, è l’appello di Andrea. Ha 32 anni e il coronavirus sta mettendo in discussione il suo futuro di imprenditore.

Tutti sono concordi sul fatto che la risposta a questa crisi temporanea vada cercata nel mercato interno. “Stringiamoci a corte”, esorta Sermoneta. Questa è la parola d’ordine per sconfiggere il coronavirus.