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CIOCCOLATO – Un tour delle forme più strane

MILANO – Dal triangolare Toblerone alla barca rovesciata del Gianduiotto passando per il torrone cremonese a forma di Torrazzo e il montarozzo del Bacio Perugina (foto).

Breve tour tra i significati reconditi delle forme più strane al gusto di cacao. Se pensate che il cioccolato sia soltanto una questione di gusto, vi sbagliate. Anche l’occhio vuole la sua parte, lo sa bene chi ha fatto dell’arte dolciaria il proprio mestiere.

L’accattivante montarozzo del Bacio Perugina, il rettangolo quasi perfetto del Pocket-Coffee, la pralina sferica del Ferrero Rocher e il cerchio perfetto del Lindor, fino ad arrivare a forme più complesse che ammiccano a simboli territoriali se non a metafore esistenziali: pensiamo al torrone di Cremona a forma di Torrazzo o al triangolare Toblerone che ricorda le cime del Monte Cervino.

A ciascuno la sua silhouette, dunque. E dietro di essa, significati per nulla scontati, a volte molto curiosi. Dietro la controversa forma del bacio più famoso d’Italia, ad esempio, si nasconde una storia e l’estro di una donna, Luisa Spagnoli. L’intraprendente moglie di uno dei quattro fondatori dell’azienda Perugina, voleva trovare una soluzione creativa per non “sprecare” nulla degli ingredienti utilizzati in fabbrica.

Ed è proprio per utilizzare al meglio la preziosa granella di nocciole che a Luisa viene in mente la formula del nuovo cioccolatino dalla forma irregolare simile alla nocca di una mano (che suggerì il primo nome, “cazzotto”) e dal gusto di gianduia guarnito da una nocciola intera e ricoperto di cioccolato fondente. Era il 1922, data che divenne storica per la Perugina.

Girano più voci, invece, riguardo alla inconfondibile forma del Toblerone, cioccolato svizzero al latte con torrone al miele e alle mandorle. Segni particolari: triangolare.

C’è chi sostiene che tale forma fosse ispirata al Monte Cervino, chi la vuole derivata dalla piramide formata dalle ballerine degli spettacoli di varietà o anche dalle gambe delle stesse ballerine divaricate, viste in fila una dietro l’altra.

Fatto sta che, dal momento della sua introduzione avvenuta in Svizzera nel 1905 ad opera Johann Tobler e di suo figlio Theodor, il vero simbolo del prodotto è rimasto il triangolo unito all’originale formula che coniugava il miglior cioccolato svizzero con un prodotto tipicamente italiano: il torrone.

E, a proposito di torrone, l’esempio forse più riuscito di rimando virtuoso tra gusto e territorio a livello di immagine è senza dubbio il Torrazzo di Cremona.

Questo particolare dolce a base di miele, uova, mandorle o nocciole, venduto dagli armatori o speziali in terra cremonese sin dall’epoca quattrocentesca, emula nella forma delle stecche rettangolari in cui viene preparato, l’alta torre campanaria simbolo della città: il Torrazzo, appunto, ovvero il campanile del Duomo.

Benché venga venduto anche in altre fogge dalle svariate dimensioni, è l’aspetto turrito quello maggiormente amato, dai cremonesi in primis.

Anche uno dei simboli dell’arte cioccolatiera piemontese, il gianduiotto, rimane fedele alla sua forma di barchetta sin dall’anno della sua “invenzione” nel 1852 ad opera dell’imprenditore Pier Paul Caffarel.

A darci qualche indizio è il nome originale del cioccolatino, Givu che in dialetto locale vuol dire “mozzicone”. Due anni dopo si passò al nome “gianduiotto” in onore della maschera piemontese Gianduia. Ancora oggi ai soli gianduiotti Caffarel è permesso riportare sull’incarto la figura della maschera piemontese.

E non lasciatevi ingannare dalle apparenze: i gianduiotti non sono tutti perfettamente uguali. Questo dipende dal particolare metodo ad estrusione con il quale ancora oggi vengono prodotti e grazie al quale si parte da un impasto, in cui le nocciole rappresentano circa il 30%, che a 27 – 28 °C viene “estruso” da sei colatrici sul tappetino della linea di produzione.

La forma a barchetta rovesciata viene garantita da due piccole “coltelle” meccaniche che si chiudono dopo la colatura. All’uscita dalle macchine, i gianduiotti passano per un tunnel di refrigerazione a 7 °C e poi vanno alla linea di avviluppaggio. La produzione annuale di Caffarel è pari ad oltre 40 milioni di gianduiotti, ognuno impercettibilmente diverso dall’altro perché la forma dipende da come si assesta il cioccolatino sul tappetino.

La forma che rimanda alla sostanza dietro allusioni visive e semantiche è quella della golosa pralina che stuzzica l’appetito pur non appagandolo del tutto. “Voglia di qualcosa di buono”. La frase tormentone dello spot della Ferrero Rocher ben si adatta alla forma circolare della pralina guarnita di nocciole.

Il nucleo della pralina è formato da una nocciola tostata, incassata in una sottile cialda che la ricopre. Il tutto è ricoperto con uno strato di crema di nocciola e crema gianduia. Il prodotto sferico così ottenuto è ricoperto infine da uno strato superficiale formato da cioccolato al latte e granella di nocciola.

Ma a rendere ancora più inconfondibile l’immagine del cioccolatino è il suo rivestimento all’interno di una pellicola in alluminio di colore oro che conferisce loro l’immagine di “prodotto prezioso”. Prezioso come una gemma, una perla cui la rotondità perfetta del cioccolatino vagamente allude.

Dal cerchio al rettangolo al quadrato: la geometria del gusto al cacao ci porta alla forma di contenitore (di caffè) del Pocket Coffe e ai biscotti quadrati inseriti direttamente in una tavoletta di cioccolato della Ritter Sport.

Gustosissimi ma con un inconveniente non da poco: i biscotti inventati nel 1889 da Hermann Bahlsen, originario di Hannover, hanno una particolarmente elevata percentuale di burro, pari al 9% come si legge sulle pagine ufficiali del sito aziendale. Il Signor Bahlsen non è riuscito a trovare, per rimanere in tema, la quadratura del cerchio!

Fonte: turismo.it