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Cioccolatitaliani, la ricetta per crescere è all’estero

Lanciata sei anni fa da un giovane napoletano, la startup è diventata una media azienda integrata a livello internazionale grazie alla sua capacità di declinare il mondo del cioccolato non solo in gelati e dolci, ma anche in cucina e design

CIOCCOLATO MONDO

Ogni anno nel mondo si consumano più di sette milioni di tonnellate di cioccolato. Un mercato in piena espansione soprattutto con lo sviluppo dei paesi asiatici e dell’evoluzione dei consumi che chiede prodotto più sofisticati.

Un mercato da oltre 24 miliardi di dollari dominato dai grandi gruppi americani come Mars e Mondelez, ma dove il brand Italia, paradossalmente, sta dimostrando una sua forza. Paradossalmente perché gli italiani non sono nemmeno tra i primi 10 consumatori mondiali a livello di Paese, visto che ne mangiamo appena 3,5 chili l’anno (vedi in alto).

In compenso però abbiamo una tradizione di grande qualità e produzioni molto più ricercate, e forse anche per questo molto più piccole, di quello che si può trovare all’estero.

Qualche anno fa Vincenzo Ferrieri, una laurea in Bocconi e all’inizio di una promettente carriera nell’equity financing ha deciso di verificare se il brand Italia poteva dimostrarsi un valore aggiunto nel mondo del cioccolato declinandolo non solo in gelateria e caffetteria, ma anche nella cucina e nel design.

Da questa scommessa è nata la catena di Cioccolatitaliani. Il primo negozio ha aperto nel 2009 a Milano ma oggi i punti vendita sono 17, con almeno tre sedi in Medio Oriente (Riyad, Dubai e Kuwait City) i 18 dipendenti iniziali sono saliti a 340 e il fatturato al pubblico dagli 800.000 euro del 2009 ai 20 milioni che dovrebbero chiudere il 2015.

“Vengo da una famiglia di imprenditori” spiega Vincenzo, napoletano doc, che non rimpiange il passaggio dalla finanza ai panni dell’imprenditore in prima persona, “I miei genitori hanno sempre lavorato nel settore della ristorazione attraverso aziende di catering, caffetterie e pasticcerie. Quando nasci e cresci in una famiglia di imprenditori è difficile non avere voglia di iniziare un’attività in proprio. Il mondo della finanza è un mondo affascinante che ha segnato molto la mia formazione, ma nulla ti stimola e ti emoziona di più che dare vita e forma a un progetto tutto tuo”.

L’idea di un marchio così semplice e diretto come Cioccolatitaliani è stata un’arma vincente sia in termini di brand awareness sia per il posizionamento internazionale. In realtà il marchio è stato sviluppato nel 2008, molto prima dell’esplosione settoriale degli ultimi tre anni del mondo del food.

“Quando abbiamo puntato su questo marchio Eataly era partito da appena un anno e il 90% degli italiani (me compreso) non ne conosceva l’esistenza” osserva Vincenso. “L’Expo era un qualcosa di lontanissimo e impensabilmente collegato al cibo”.

Nei piano di Vincenzo l’estero è la chiave della crescita. “Puntiamo a essere un azienda fortemente internazionalizzata, come i grandi marchi internazionali del mondo del food retail. Prevediamo che nel giro di cinque anni l’azienda sia 80% estero e 20% Italia. Ho sempre pensato che gli imprenditori italiani devono avere il coraggio di andare all’estero e che l’Italia deve essere la nostra palestra, ma il mondo il nostro mercato principale.

È vero, l’azienda è infinitamente più piccola dei grandi conglomerati internazionali del food, ma è difficile trovarle un competitor diretto. “Potrebbero essere tutti o nessuno” spiega Vincenzo, “Una semplice gelateria o caffetteria se si parla esplicitamente di prodotto, nessuno se si parla di esperienza d’acquisto“.

In ambito internazionale, i competitor sono invece quelli che offrono un’esperienza di aquisto simile come “Max Branner”, “Chocolate bar”, “Maya”, che partono cioè da un unico prodotto per declinarne i valori in tutti i momenti della giornata, quindi colazione, pranzo, cena e dopo cena come fanno sul pane “Le pain quotidien” o “Paul Bakery”.

Per il futuro Vincenzo non esclude un’apertura a capitali esterni, e magari addirittura un’exit sulla scorta di quanto già fatto nei mesi scorsi da altre startup italiane del food, ma non nei prossimi cinque anni.

A medio termine, infatti, l’obbiettivo è “sviluppare il mercato del Medio Oriente dove gia oggi siamo presenti con cinque punti vendita e prevediamo di arrivare a 30 entro il 2015. Poi porteremo avanti lo sviluppo nelle principali città italiane e infine abbiamo in programma di sviluppare nel regno unito con la prima apertura a Londra nel secondo semestre del 2017.