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Érich Favre, ecco tutti i segreti dell’ideatore e dell’invenzione delle capsule Nespresso

capsule il salvagente
Il mensile che si pone dalla parte dei consumatori, Il Salvagente, ha condotto una ricerca sulle capsule

MILANO – Le cialde e capsule monouso per fare l’espresso hanno rivoluzionato il modo di consumare il caffè dentro le mura domestiche. E’ altrettanto vero che la pausa caffè per molti è diventato una necessaria sosta dalla routine per combattere lo stress. Passare quel poco tempo al bar è diventata un’abitudine meno frequente. Complici anche le questioni economiche.

Capsule o cialde?

Innanzitutto una precisazione: la cialda è fatta in carta. Mentre la capsula è rigida ed è fatta in alluminio, in plastica o materiali simili. Quindi la differenza tra capsule e cialde sta nel materiale con cui sono fatte.

Le capsule sono costituite da un rivestimento spesso di forma cilindrica che tende a restringersi nella parte che resterà in basso. Mentre il caffè contenuto nelle cialde è posto all’interno di un involucro in cellulosa.

FRANKE
BAZZARA

L’espresso in casa

Per comprendere meglio questo nuovo passaggio che ha rivoluzionato le abitudini domestiche, possiamo fare un passo indietro. Quindi, innanzitutto, chi ha inventato le capsule del caffè?

L’invenzione delle capsule per il caffè sembra sia da attribuire all’ingegnere specializzato in aerodinamica Éric Favre mentre lavorava nel reparto confezionamento della Nestlé.

Su House of Switzerland ha raccontato della sua ricerca.

Avvenuta per una scommessa con la moglie italiana e dell’evoluzione del suo rapporto con la multinazionale svizzera.
Éric Favre, originario di Saint-Barthélemy nel Cantone di Vaud
Pensò che la macchina per caffè espresso ideale dovesse riprodurre una sorta di formula magica per realizzare la bevanda con la tipica schiuma sopra. Scoprì che la formula includeva: l’aria, per ossigenare e poi, naturalmente, l’acqua e il caffè scaldato ad alte temperature.
Inventò così una capsula al cui interno restava sigillata, assieme alla miscela di caffè, anche l’aria.

L’inventore svizzero del caffè in capsule

Nato come ingegnere specializzato in aerodinamica, il vodese Éric Favre è il padre del caffè in capsule.

Tutto ha inizio nel 1975 dopo una scommessa. All’epoca Éric Favre ha appena incominciato a lavorare nel reparto confezionamento di Nestlé, per conoscere da vicino il funzionamento di una multinazionale. Anna-Maria canzona il marito dicendo che gli Svizzeri non sanno nulla del vero caffè.

«Volevo dimostrare a mia moglie di essere in grado di fare l’espresso più buono di tutti», confessa. I due percorrono allora in lungo e in largo l’Italia alla ricerca del caffè migliore e fanno tappa nella capitale. Dove frequentano il celebre caffè Sant’Eustachio, oggi menzionato dalle guide come la mecca dell’espresso a Roma.

Per Anna-Maria ed Éric è come giocare alle spie. Mentre osservano e interrogano i baristi del posto. La ricerca va avanti fino al giorno in cui Éric Favre scopre finalmente che cosa rende così unica la bevanda servita da Eugenio nel suo bar romano.

Secondo lui, uno dei segreti della qualità di questo caffè è dovuta al fatto che il getto d’acqua bollente che passa attraverso il macinino viene pompato «a scatti» e non di continuo. In questo modo la bevanda si ossigena. «È una questione di chimica: a contatto con l’ossigeno tutti i profumi e gli aromi vengono esaltati», spiega Éric Favre.

Da qui nasce l’idea di una macchina che garantisca la massima aerazione dell’acqua, che attraversa in seguito una capsula di polvere di caffè. Tornato in Svizzera, l’inventore mette a punto un prototipo di macchina per caffè espresso. Un marchingegno fatto di tubi e cilindri che, a guardarlo, sembra uscito da «Ritorno al futuro».

Éric Favre si mette quindi all’opera e lavora alla sua formula magica: schiuma = aria + acqua + olio di caffè. Inventa così la capsula chiusa, al cui interno è intrappolata dell’aria, pronta ad accogliere il getto d’acqua bollente. Da questo mix nasce la tazzina di espresso con la sua inconfondibile schiuma.

Per quanto rivoluzionaria, l’innovazione non fa breccia nel cuore di Nestlé

Nescafé, la celebre marca di caffè istantaneo venduto dall’omonimo gruppo, è allora in piena espansione. Quindi, responsabili di Nestlé non vedono la necessità di investire in macchine per espresso costose. Convinti che il caffè solubile rimarrà la bevanda preferita dei consumatori a domicilio.

Serviranno dieci anni prima che Helmut Maucher, allora a capo della multinazionale, dia a Éric Favre il via libera per fondare l’azienda Nespresso, filiale di Nestlé. Nel 1986 le prime capsule Nespresso sono vendute sotto la guida dell’ingegnere vodese.

Le cialde individuali sono destinate in un primo momento a un pubblico specializzato e selezionato (bar, hotel, uffici)

Le prime macchine da caffè si ispirano ai grandi apparecchi dei bar italiani. Vengono fatti testare due modelli in Svizzera, Italia e Giappone. Tuttavia il nuovo sistema fatica a ingranare. Nel 1989 Nespresso si ricolloca quindi sul segmento della «clientela esigente».

Una volta sdoganate presso il pubblico, le cialde fanno la loro comparsa nelle famiglie svizzere. Due anni più tardi sono introdotte in Francia e negli Stati Uniti.

In seguito alle difficoltà incontrate da Nespresso, nel 1991 Éric Favre è costretto a lasciare Nestlé. Fonda quindi varie società che producono capsule per espresso, tra cui Monodor, guidata da Anna-Maria Favre.

La guerra delle capsule

Le circostanze sono propizie e Favre ne approfitta per sviluppare una nuova generazione di capsule non più in alluminio ma in polipropilene, e che una volta utilizzate possono essere incenerite.
Le capsule, prive di filtro, sono oramai parte integrante nella macchina e possono essere riutilizzate per un numero indefinito di volte. Intanto, Nespresso spopola. Monodor si associa a Lavazza e, in Svizzera, alla Migros (Delizio).

La storia di questo successo è però segnata anche da un’agguerrita concorrenza e da molte battaglie legali. Ad esempio il brevetto ottenuto nel 1991 per il nuovo modello di capsula, che ha protetto il marchio Nespresso fino al 2012.

Fu all’origine di una serie di processi con Nestlé, che ne rivendicava la paternità. L’ascia di guerra sarà finalmente deposta nel 2003 con una convenzione negoziata tra Éric Favre e il patron di Nestlé Peter Brabeck.

«Nonostante fossi consapevole che il fallimento avvicina sempre a una soluzione – se la persona che lo sperimenta sa trarne i giusti insegnamenti – mi sono dovuto assumere la piena responsabilità dei miei errori.

Rifiutandomi di cercare scuse o capri espiatori, rivendicavo questa responsabilità che incombeva su di me. Un giorno, così, ho scritto al mio superiore: “Riconosco di aver commesso degli errori di gestione da direttore della società Nespresso. Ma se non li avessi commessi oggi il prodotto non esisterebbe”. E fra tutti gli errori che ho fatto, quello di cui ancora mi pento maggiormente è di averci messo troppo tempo a commetterli…».

Nel 2015, tuttavia, Éric Favre volta la pagina di una lunga carriera
A 68 anni, in mancanza di un acquirente locale o di un successore, l’inventore cede le sue due società: prima Tpresso e poi Mocoffee, passata a un’impresa brasiliana. Malgrado una certa nostalgia nel dover abbandonare la scena professionale, Éric Favre si consola all’idea che oltre la metà delle capsule di caffè vendute nel mondo è lì grazie a una sua invenzione. E Anna-Maria Favre non ha più motivo di canzonarlo!

Il gruppo Nestlé creò Nespresso nel 1986

Una linea di capsula di caffè che si è sviluppata nel tempo. Oggi viene proposta in autentiche boutique in più di 60 paesi nel mondo. Ma se la Nespresso produsse la prima capsula, proteggendola con oltre 1.700 brevetti internazionali, anche gli altri grandi produttori di caffè non stettero a guardare. Ad esempio Lavazza lanciò nel 1989 la capsula Espresso point.