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Anche un bar aperto può combattere lo spopolamento commerciale dei borghi

Bar di paese bar aperto Una vecchia immagine di un bar di paese
Una vecchia immagine di un bar di paese

MILANO – Un bar aperto può contribuire a combattere lo spopolamento commerciale nei piccoli borghi. Oltre ad assolvere alla sua funzione primaria di luogo di somministrazione di cibi e bevande, il bar è infatti anche luogo di aggregazione sociale e può erogare servizi di pubblica utilità altrimenti inaccessibili. La fiscalità dovrebbe tenerne conto, ma purtroppo non lo fa.

Un’analisi pubblicata sulla stampa rileva l’acuirsi del fenomeno della desertificazione commerciale.

Prendendo spunto dalla situazione osservata in un’area del cuneese allarga il discorso all’ambito nazionale evidenziando il crescere preoccupante del numero di comuni privi di qualsiasi esercizio commerciale.

Vi proponiamo i passaggi salienti di questo articolo a firma di Filippo Femia e Nicola Pinna.

Sono piccoli paesi, a volte manciate di case, sparsi in tutto lo Stivale, prevalentemente nelle aree interne, dalle Dolomiti alla Sila. Da tempo l’Unione nazionale comuni, comunità ed enti montani (Uncem) lancia l’allarme, ma negli ultimi tempi il fenomeno ha accelerato bruscamente.

«Da quattro anni la desertificazione commerciale è schizzata del 30%. Ed entro dieci potrebbe raddoppiare», ragiona Marco Bussone, presidente nazionale di Uncem.

Il Piemonte guida la classifica dei paesi orfani di negozi

Circa il 40% del totale, seguito da Lombardia (15%), Liguria (6%) e Abruzzo (5%).

Da alcune settimane il ministero dell’Economia ha iniziato a erogare i primi contributi previsti dal Fondo nazionale per i comuni montani (12 milioni in totale). Ma per l’Uncem è solo una toppa: sono necessarie misure più organiche e strutturali, è l’appello al Parlamento. In cima alla lista c’è una fiscalità agevolata.

Le tasse come in centro a Milano

«Un bar di un paesino sperduto tra le montagne paga le stesse tasse di uno a due passi dal Duomo a Milano: è una follia. Dobbiamo individuare strumenti fiscali che consentano agli imprenditori di investire nelle aree periferiche. Sono misure più funzionali dei contributi una tantum», sostiene Bussone.

L’esempio della Sicilia

E cita il modello virtuoso della Sicilia, con il programma «Zone franche montane»: fiscalità agevolata nella forma di credito di imposta. Altre richieste su cui Uncem insiste da tempo sono la riduzione dell’Irap e l’eliminazione, nelle aree montane, degli studi di settore, falsati da turismo stagionale e presenza di comunità sempre più ridotte. Si chiede poi una deroga sulla fattura elettronica, che rischia di mettere in difficoltà gli anziani gestori di negozi di periferia o di montagna.

«Combattendo la desertificazione commerciale si lotta anche contro l’abbandono e lo spopolamento dei piccoli borghi. E magari, perché no, si rilancia il turismo in aree ai margini con nuove strutture ricettive», spiega Marco Bussone. Salvare i negozi nei piccoli centri significa tenere in vita importanti presidi sociali: l’esempio più chiaro è quello dei bar di paese, spesso veri e propri centri di aggregazione. E in più c’è in gioco il futuro delle comunità più isolate: salvare i servizi diventa un argine alla fuga dei giovani verso le città.

Gli esempi virtuosi non mancano

Come Ostana (Cuneo), un comune ai piedi del Monviso, salvato da un’azione congiunta di comune, iniziative di privati e politiche statali. A inizio ’900 aveva 1200 abitanti, poi ha rischiato la scomparsa: negli anni ’50 erano rimasti in dieci.

Oggi ci sono un centinaio di persone, di cui una decina di bimbi, tre bar, un ristorante e un negozio di mobili. A Pertica Alta, cinquecento anime nella Valle Sabbia (Brescia), il sindaco ha invece cercato a lungo il gestore di un bar/bazar: nessuno si è fatto avanti. E così la riapertura del piccolo negozio è stata affidata a una cooperativa sociale.

«Stiamo parlando di aree fragili – conclude Marco Bussone – Un eventuale collasso avrebbe conseguenze su tutto il Paese». La missione è quella di scongiurare le previsioni dell’Ocse che fissano, entro il 2050, la concentrazione del 95% della popolazione mondiale nelle aree urbane.

Filippo Femia e Nicola Pinna