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«Ma l’ambasciatore del made in Italy non serve il cappuccino all’italiana»

Il fondatore di Eataly Oscar Farinetti

MILANO – Eataly dovrebbe essere il fiero custode del food Made in Italy, l’ambasciatore dei prodotti alimentari italiani “doc”. Ma in fatto di caffè non è sempre così. Lo ha constatato di persona, sulle proprie papille gustative, Paolo Annoni, che racconta la sua esperienza su sussidiario.net.

In vacanza negli States durante la periodo natalizio, Annoni si è sobbarcato un costoso percorso via Uber per raggiungere il negozio Eataly di Chicago.

L’intenzione era quella di gustarsi un cappuccino fatto a regola d’arte che gli facesse dimenticare gli insulsi beveroni di Starbucks. Ma lo attendeva una brutta sorpresa, come racconta nell’articolo che riportiamo di seguito.

FRANKE
BAZZARA

Trovare un caffè espresso e un cappuccino fuori dall’Italia è problematico; trovarli in un altro continente è un’impresa.

Crisi da astinenza

La crisi d’astinenza che spesso colpisce noi italiani e sicuramente chi scrive ci fa perdere il lume della ragione e ci condanna a epocali delusioni; un cortocircuito che batte anche il pregio nazionale di saper fiutare una fregatura da lontano.

Se siete a Chicago durante le vacanze di Natale non vi importa di quella volta che a New York vi hanno venduto come espresso una brodaglia lunga il triplo. Sfidate il clima polare e vi dirigete come un assetato nel deserto verso l’oasi di Eataly.

Siete disposti a pagare o eventualmente strapagare quello che serve pur di avere il vostro cappuccino. Entrate da Eataly proprio dietro a “magnificent mile” con la fiducia alle stelle; avete fregato tutti, Starbucks inclusi, e siete in un accogliente pezzo d’Italia dall’altra parte dell’Oceano. 

Approcciate la cassa e la magia svanisce

Se chiedete un cappuccino italiano nessuno vi dovrebbe rispondere chiedendovi se lo volete “piccolo, medio o grande”; non esiste un cappuccino italiano in tre diverse razioni. Il cappuccino è un cappuccino perché è fatto così, altrimenti è un’altra cosa, buonissima per carità, ma non il cappuccino italiano.

È a quel punto che i vostri sensori italiani anti-fregatura cominciano a suonare all’impazzata l’allarme rosso.

Dovreste avere la lucidità di cambiare programma e fare gli americani in America in uno dei buonissimi Starbucks del circondario. Invece siete in crisi di astinenza e vi incaponite: alla fine non potrà essere così diverso proprio qua a Eataly per il doppio del prezzo italiano. Quindi scegliete un salomonico “medio”. 

Cocente delusione

Aspettate un’infinità di tempo nonostante tre persone stiano gestendo nemmeno tre consumazioni; roba che in Italia sarebbe partita una rivoluzione. Aspettate e alla fine arriva una cosa lunga quasi il doppio fatta con un caffè annacquato e senza schiuma. La delusione è cocente.

Sono venuto fino a qua, proprio da Eataly, con due viaggi di Uber, per avere un cappuccino italiano e invece mi ritrovo una brutta copia di un prodotto di Starbucks fatto, forse, per incontrare a metà strada il gusto degli americani.

Ma allora non diteci che qua si vende, orgogliosamente, roba italiana “doc”. Questo cappuccino di italiano ha solo il nome.

Lo shock è troppo da sopportare

E infatti vi assale un senso di vergogna e vi chiedete quante persone che non sono mai state in Italia sono venute fino a qua per assaggiare una colazione italiana e hanno bevuto una cosa che non ha niente di italiano.

Non hanno nessuna idea di cosa sia un cappuccino italiano e probabilmente pensano, a ragione, che Starbucks sia molto meglio. Il grande di Starbucks e più grande di quello di Eataly, in più sono veloci e ve lo potete anche portare a casa.

Un americano che sceglie una colazione italiana ha accettato il rischio che sia completamente diversa dalla sua, com’è giusto che sia. Per tutto il resto ci sono le migliaia di, pessime, imitazioni spacciate per italiane sul suolo americano.

Non potrete più scherzare con i vostri parenti americani dicendo che l’Italia dovrebbe fare causa agli Stati Uniti per l’incredibile quantità di piatti che vengono spacciati per italiani e non lo sono; a partire dallo spumante alla mela e frutti di bosco che stava al posto d’onore in un supermercato per ricchi un po’ più a nord.

Noi ci avevamo creduto davvero che Eataly era Italy; eravamo disposti a strapagare com’è giusto che sia per la tradizione italiana che un americano ci mette dieci anni e passa a capire, non foss’altro perché la cucina italiana sono venti e passa cucine e se hai assaggiato il panettone magari non sai neanche cosa sia una pastiera o una sfogliatella.

Invece no, sembra quasi la pasta all’Alfredo. Di italiano ha solo il nome, però gli viene benissimo di far credere a tutti che sia un piatto italiano e in più vende benissimo. Insomma, una fregatura (la pasta all’Alfredo of course). In questo perfettamente aderente ai pregiudizi americani e mondiali sull’indole di noi italiani. 

Bisognerebbe mettere un asterisco come per il pesce surgelato nei ristoranti stellati: in Italia grande, medio o piccolo non esiste.

Paolo Annoni