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Amaris Guttierez, dalla Grande Mela, vuole portare equità per tutta la filiera

Le parole della torrefattrice: "L’equità può essere ottenuta attraverso diverse azioni difficili da definire, come un ascolto attivo, rispetto professionale genuino, audit interni per definire il valore in un modo che possa comunicarlo facilmente, a un impegno all’azione quando si arriva a un vicolo cieco. I gesti che sono più facili da indicare, non sono però meno importanti: pagare di più il caffè, scegliere di lavorare con dei partner logistici precisi che sono appassionati e condividono gli stessi valori"

amaris gutierrez
Amaris Gutierrez, credits Roberta Duarte

MILANO – Una torrefattrice che ha nel sangue la passione del caffè per le sue origini nicagaruensi, direttrice della Roasting production per Joe Coffee Company di New York, per la quale lavora dal 2015, nonché attivista per la parità di genere e razziale: ecco solo alcune delle cose per presentare Amaris Gutierrez. Dalla Grande Mela, la sua esperienza professionale, la sua storia, i suoi valori e la testimonianza di come il settore si stia evolvendo e debba ancora svilupparsi.

Amaris, com’è iniziata la sua relazione professionale con il caffè?

“Ho iniziato a lavorare in questa industria come una studentessa del college nel 2009. Non l’avevo subito intesa come una scelta di vita, ma poi sono rimasta affascinata dalla complessità della bevanda ogni giorno di più. Quando ho portato a termine il master, durante il quale ho lavorato praticamente full time in molte caffetterie, ero letteralmente rapita e ho iniziato subito a cercare un lavoro in questo settore. Ho gestito delle caffetterie per un certo periodo, ma avevo in mente di approfondire la mia conoscenza sul caffè: la fortuna mi ha portata a ricoprire un ruolo all’interno di una compagnia importatrice, torrefattrice e che preparava la bevanda del Nicaragua.

Una bella coincidenza, dato che sono per metà nicaraguense: quella è stata l’occasione giusta per trasformare la mia scelta in una passione che sentissi più mia, prima personale e poi professionale. Ho imparato come tostare, e dopo un po’ ho voluto apprendere di più sul resto della filiera: per questo mi sono trasferita nell’azienda dove attualmente sono impiegata: la Joe Coffee Company. Sin da quando ho iniziato là dentro mi sono mossa nel dipartimento di torrefazione, attraverso il duro lavoro e la ricerca pressoché infinita di rappresentare equamente le tante e diverse voci che si trovano all’interno della filiera.

Ora sono il direttore della torrefazione, sebbene il mio ruolo comprenda la ricerca del chicco verde, la gestione del nostro piccolo team di produzione e il controllo della qualità. ”

Ha sempre volute diventare una torrefattrice?

Amaris: “Non è mai stata l’unica professione nel mio orizzonte futuro, in realtà. Per certi versi, penso di esser sempre stata curiosa perché mi è sempre piaciuto leggere e vedere l’ampiezza delle voci di autori provenienti da diversi Paesi: questo mi ha sempre ispirato molto. Il linguaggio, il modo in cui lo usiamo, mi è sempre parso un riflesso della botanica e del territorio – l’esperienza testuale di un qualcosa può raccontarti tanto del luogo da cui una persona proviene. Per questo motivo, ero interessata ad imparare tutto sulla differenza di aroma di ciascuna varietà, la loro storia, il contesto del Paese in cui sono state coltivate.

Questo mi ha portato ad apprendere alcune dure verità riguardo a questa materia e su come l’industria sia diventata potente attraverso anche lo sfruttamento degli altri – e ancora, ho visto tostare in un modo che invece coinvolge di più l’intera filiera.

Ora è rincuorante vedere come negli anni più recenti, ci sono stati costi tanti sforzi per aumentare l’accessibilità per tutti, con il fine di invitare a sviluppare un pensiero più critico e collaborativo per raggiungere una giustizia sociale e un cambio concreto nel settore.
Sono quel tipo di persona che rimane combattuta tra il fare, l’agire, ma lavorando all’interno del settore ho avuto la possibilità di riflettere vivendoci dentro. Ho imparato i meccanismi dell’infrastruttura finanziaria, come sono pensati i termini dei contratti, quali organizzazioni stanno realmente facendo un buon lavoro e le sfumature dietro le tante persone che discutono e poi assegnano il valore: tutto questo è stato davvero prezioso per prepararmi al ruolo professionale che oggi ricopro. ”

Quali sono i suoi propositi per raggiungere l’equità all’interno della filiera?

“Da fuori questa può sembrare una domanda complessa, ma io spero di poter raggiungere un tale obiettivo durante la mia vita. L’equità può essere ottenuta attraverso diverse azioni difficili da definire, come un ascolto attivo, rispetto professionale genuino, audit interni per definire il valore in un modo che si possa comunicarlo facilmente, a un impegno all’azione quando si arriva a un vicolo cieco. I gesti che sono più facili da indicare, non sono però meno importanti: pagare di più il caffè, scegliere di lavorare con dei partner logistici precisi che sono appassionati e condividono gli stessi valori; mai tirarsi fuori timidamente dalle conversazioni perché è troppo difficile, creare controlli ed equilibri seguendo solo il nostro inconsapevole o ancor peggio volontario razzismo.

Tutte queste cose possono esser create in un’organizzazione nel tempo. Inoltre, a costo di sembrare troppo conciliante, credo pienamente in un viaggio evolutivo di ciascuno. Certamente nella compagnia in cui lavoro, abbiamo dovuto rallentare quando era giusto esaminare alcuni aspetti su cui dare un’attenzione particolare. Ci vuole tempo, ci vuole collaborazione, ma anche compassione e rispetto – il lavoro continua se si è disposti ad ascoltarsi e influenzare positivamente tutti all’interno della filiera.

Amaris, che cosa ci può dire del Sistema Qa/Qc. Come può far sviluppare il settore?

“Per me, questo sistema ha molto a che vedere con il rispetto reciproco e il dialogo. La condivisione delle conoscenze è storicamente andata in una sola direzione all’interno della filiera, ovvero verso il consumatore finale. Questo flusso unilaterale ha automaticamente creato delle dinamiche di potere precise. Penso quindi che l’informazione dovrebbe fluire da entrambe le parti: parlare con gli altri attori del proprio business onestamente e apertamente, porterebbe un beneficio per tutti. Ci sono delle conversazioni più complesse, ma anche di fronte a temi sfidanti, danno indietro delle soddisfazioni.
Esser pronti a imparare a dover pagare un prezzo più alto per il caffè, o condividere le proprie posizioni finanziarie, l’esperienza acquisita, può portare a un sistema più equilibrato. E’ più salutare.

Per natura, il business e le relazioni personali evolvono e crescono in base a quanto bene li gestisci. Nel mio lavoro, ho pensato a un sistema di comunicazione circolare, che permetta a tutti di parlare su diversi livelli riguardo le nostre strategie aziendali. Facendo questo, veniamo a conoscenza di diverse sfide, riusciamo a festeggiare i successi, tracciare la crescita e avere una maggiore comprensione di quanto possiamo renderci dei partner migliori in termini contrattuali. Questo metodo potrebbe esser adattato a tutta la filiera e penso che così si possa migliorare la qualità e l’equilibrio. “

Può parlarci del suo progetto personale “Women in coffee”?

“Certamente. Ho fatto partire questo Progetto alla fine del 2018, seguendo una visione: creare uno spazio per una migliore rappresentazione delle donne nell’industria e ho scoperto che più del 70% del lavoro nei Paesi produttori è condotto proprio da loro. E nonostante ciò, questa maggioranza non era rappresentata in nessun modo. Ho visto quindi un’opportunità per queste donne di condividere le proprie storie, le loro esperienze di vita e collaborare insieme per discutere dei temi di parità di genere a un livello macro e micro.

Abbiamo iniziato pensando a delle interviste e poi di tradurle il più possibile per garantirne l’accessibilità, invitando un gruppo di donne ogni anno a New York per un panel e una degustazione. Abbiamo anche dato luce al lavoro di altre organizzazioni di questo tipo e così siamo riusciti a dar vita a programmi per aumentare la consapevolezza e raccogliere fondi. Ha avuto un grande successo e credo sia solo l’inizio.

Devo ancora imparare molto sulla gestione di una start up, ma il viaggio è stato fin’ora più soddisfacente e significativo di quanto mi fossi mai prospettata. Ho raccolto tanta umiltà, passione, incoraggiamento, dall’aver conosciuto anche solo una piccola parte delle menti brillanti di queste donne che lavorano nel settore. Mi hanno ispirato ad andare avanti.”

Come sono cambiate le cose a causa della pandemia e quali sono le prospettive future?

“Sono stata molto grata di aver mantenuto il mio lavoro in questi ultimi mesi. Soprattutto, sono felice di aver continuato la nostra attività: il nostro piccolo team è stato in grado di restare in torrefazione, a tostare, imballare e spedire il caffè direttamente ai consumatori nelle loro case. Questa è stata la nostra ancora di salvezza durante i mesi in cui siamo stati costretti a chiudere gli oltre 20 punti vendita in città. Ma è stata una lotta, di sicuro – siamo passati dall’essere una compagnia con quasi 300 impiegati, a una con circa 10/12 dal giorno alla notte.

E’ stata dura vedere così tanti colleghi e compagni in una condizione di stress e ansia continua. A New York, siamo stati colpiti più duramente che nel resto degli Usa, e la pandemia ha costretto molti di noi a sedersi e riflettere su di sé, per trovare la forza di superare tutto questo. Quest’anno è stato caotico, ed è stata l’occasione di imparare a trovare la pace nonostante tutto. La necessità è la madre dell’invenzione: questo contesto ci ha aperto a nuovi prodotti, collaborazioni creative e altre strade per il nostro business che prima non avevamo avuto la forza di intraprendere. Penso che ne usciremo ancora più forti.
Spero sinceramente che dal lato produttivo, non ci sarà un danno a lungo termine. L’industria può sopravvivere solo se si lavora insieme per il bene comune.

Ora, in questo momento critico, bisogna sforzarsi per attuare pratiche per l’equità, perché sono tempi in cui le parti più vulnerabili corrono il rischio maggiore. Per quanto riguarda il progetto Women in Coffee, ho potuto esser un po’ più clemente con me stessa durante l’anno: originalmente avevo grandi piani per il 2020, ma con tutto quello che sta accadendo, e le difficoltà che ciascuna di noi sta attraversando nelle proprie vite, non sono stata capace di portare a termine tutti gli obiettivi che mi ero posta inizialmente.

Inoltre, c’è stato anche il tema di questi mesi che ha riguardato la giustizia razziale. Per me è diventato evidente che non ci può essere giustizia di genere senza che ci sia allo stesso tempo la giustizia razziale. Mi impegnerò a portare avanti questi due temi difficili.”

Amaris, ha ancora degli obiettivi che si è posta per il futuro?

“Con il progetto di Women in Coffee, stiamo lentamente riprendendo il lavoro. Ho in programma uno scambio di caffè online, per celebrare il chicco prodotto dalle donne. E, in futuro, mi piacerebbe organizzare alcuni webinar e panel (anche se ci vorrà parecchio tempo prima che gli eventi tornino ad esser come li vivevamo una volta). La mia visione è di cambiare: io sto ancora cercando di adattarmi alla nuova struttura che dobbiamo utilizzare in questa “nuova normalità”.

Al lavoro, voglio rimanere concentrata nel mantenere vivi gli stessi valori, nonostante ora il lavoro debba esser svolto seguendo nuove costrizioni.
Sto anche partecipando al (Un)Learning Club: una classe online sul caffè e il colonialismo. Ho appena iniziato a leggere il libro “Black in Latin America” di Henry Louis Gates Jr., e sto imparando molto sulle dinamiche razziali dietro l’America Latina, spesso influenzate dal commercio di caffè e e zucchero e lo sfruttamento di tante persone.”