lunedì 28 Novembre 2022

Pojmann, parla la ricercatrice dagli USA: “L’espresso è una parte del ritmo vitale italiano”

L'autrice: “Secondo me è giusto che l’espresso sia riconosciuto come patrimonio immateriale. Nessun altro posto nel mondo ha una cultura della tazzina come l’Italia. Certo gli americani già adesso amano l’Italia e vogliono andarci ed il caffè fa parte del fascino che attira maggiormente il turismo, ancora più del vino. – scherza Pojmann – si può bere a qualsiasi ora del giorno”

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MILANO – Quando si vede per la prima volta l’Italia, difficilmente si resta immuni al suo fascino: ne è la prova vivente Wendy A. Pojmann, autrice del libro Espresso: The Art & Soul of Italy, che dopo un’esperienza nella capitale ha deciso di non poter più fare a meno della tazzina, del bar terzo luogo tra casa ed ufficio e del modo di consumare il rito che ben esprime un certo modo di intendere la vita. Il punto di vista di un’americana sul nostro Paese e della cultura radicata dell’espresso, è interessante per comprendere quanto esso sia a tutti gli effetti un simbolo da tutelare e valorizzare.

Pojmann, qual è il percorso che l’ha portata sino in Italia a parlare di caffè?

“L’Università che frequentavo aveva una sede a Roma e così ho potuto passare un anno di studi nella capitale: è stato allora che mi sono innamorata dell’Italia e ho deciso di tentare di far carriera e così tornare il più spesso possibile. Con questo obiettivo ho portato avanti il dottorato al Boston College, dove ho finito di scrivere la tesi sul movimento femminile in Italia. Il destino ha voluto che mi sia sposata con un romano, con cui però mi sono trasferita sin quasi da subito negli Stati Uniti – non sono riuscita ad inserirmi nel mondo
accademico italiano -.

Sono entrata al Siena College nella capitale dello stato di New York, e lì ho potuto continuare la mia ricerca sulle donne italiane. Un giorno qualsiasi passato all’archivio di Stato di Roma, mi sono fermata a bere un espresso come spesso succedeva: sentendo il mio accento, il barista mi ha chiesto “sei sicura di non volere un americano?”. E io ho preferito l’espresso. Non era la prima volta che mi facevano questa richiesta, così è
partita una discussione con i baristi attorno alla bevanda. Mi sono chiesta a quel punto, perché non scriverci un libro sopra.

D’altronde, anche negli scritti che avevo sviluppato prima sulle donne, ho notato che il caffè era in qualche modo sempre presente. Da qui si è rafforzata la mia curiosità: perché gli italiani bevono l’espresso? Perché mi piaceva di più rispetto al caffè di Starbucks, che spesso mi dava brutte sensazioni?

Ho iniziato a leggere di più, a informarmi sulla tazzina, sulle sue origini e così si è strutturato il tutto in un progetto serio. Ho deciso di sviluppare un capitolo dedicato alle macchine, uno sulle torrefazioni – ho visitato Vergnano, Moreno, Trombetta – e ho imparato molto sulla tostatura e sulla distribuzione. Un altro capitolo si è focalizzato sul ruolo del caffè nell’arte, nei film, nella musica, nella pubblicità. E infine ho aggiunto Torino e Napoli come città legate all’espresso. “

Come definirebbe dal suo punto di vista, l’espresso?

“Una bevanda che è molto radicata nella cultura italiana. Fa parte del suo ritmo vitale. Non è solo una commodity. Per gli americani spesso è qualcosa che si acquista e si consuma in solitaria, al lavoro di fronte alla scrivania. Le coffee houses ci sono certo, ma vengono anche queste usate come una sorta di ufficio. In Italia, il caffè invece è un momento di socialità, di incontro. Ed è un aspetto che mi manca qua negli Stati Uniti: non c’è l’anima. La miscela, le macchine, le persone che chiacchierano, l’aroma, la confusione al banco e il barista che riesce a gestire mille ordini in contemporanea: questa esperienza non esiste in America. “

Pojmann, cosa ne pensa della spinta verso la candidatura Unesco di questo rito?

È giusto che l’espresso sia riconosciuto come patrimonio immateriale. Nessun altro posto nel mondo ha una cultura della tazzina come l’Italia. Certo gli americani già adesso amano l’Italia e vogliono andarci ed il caffè fa parte del fascino che attira maggiormente il turismo, ancora più del vino. – scherza Pojmann – si può bere a qualsiasi ora del giorno”.

Quali sono le parti più curiose e interessanti del suo libro?

“Alcune superstizioni legate al caffè. Per esempio: aggiungere una goccia di sangue nel caffè di una persona a cui si vuol bene per farla innamorare. O della leggenda per cui si può restare zitella perché si mette prima lo zucchero del latte. Mi ha stupito anche il numero impressionante di canzoni che menzionano il caffè. E poi è stato molto bello visitare le torrefazioni e conoscerne i meccanismi. Mi ha interessato particolarmente anche comprendere le ragioni storiche dietro il prezzo di un euro del caffè, le ragioni storiche dietro all’euro, il perché resti fisso nonostante tutti i passaggi necessari per preparare la tazzina esigerebbero un rincaro.”

Specialty ed espresso insieme possono coesistere culturalmente?

“Penso proprio di sì. Anche a Roma ci sono tanti posti che fanno convivere le due cose, a un prezzo più alto. Tra i giovani la novità dello specialty potrà prendere più spazio. Vedo anche una maggiore attenzione da parte dei media sul caffè, quindi i consumatori potrebbero iniziare a porsi delle domande sull’espresso e in un secondo momento provare il desiderio di assaggiare qualcosa di nuovo, come ad esempio dei monorigine. Conosco italiani che mettono il latte nel caffè e bevono caffè filtrato: è possibile, ma certamente non andrà mai a sostituire l’espresso. Ed è anche giusto che sia così.”

Altri capitoli sull’espresso nell’agenda di Pojmann?

“Vorrei scrivere un articolo dedicato ai Flagship store a Milano, come quello Lavazza o di Faema. È un tema che mi affascina e che penso sia un buon punto di vista per comprendere meglio il made in Italy e il modo di interpretare il caffè dei milanesi. Perché è un modo di consumare aperto alla scena internazionale ma sempre con un occhio puntato sull’italianità dei prodotti. Un altro aspetto che mi interessa è quello della moda dei baristi che è cambiata negli anni: in un articolo ho già in parte analizzato l’immagine dell’operatore hipster americano di specialty e ho fatto il confronto con l’estetica italiana.

Caffè Vergnano per esempio ha cambiato molto la sua immagine, con un logo che riprende lo stile dei giovani a livello mondiale, modificando il look dei propri baristi. Ho cercato di comprendere come questo aspetto si sia evoluto nel mondo.”

Il libro di Wendy A. Pojamann, è disponibile solo in inglese al momento e si può comprare autografato sul sito di Parigi Books Espresso: The Art and Soul of Italy. Signed by the Author | Wendy Pojmann | First Edition (parigibooks.com)

Il link all’articolo sull’estetica del barista: View of Barista Cool: Espresso Fashion Transformed | ZoneModa Journal (unibo.it)

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