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Theresa Sandalj: «Il caffè e la Sandalj trading company sono il filo conduttore della mia vita»

Il punto di vista di Theresa Sandalj sull'azienda di famiglia e poi sul settore caffeicolo: un campo in evoluzione, anche grazie al ricambio generazionale di cui lei stessa è testimone e rappresentante. Ecco l'intervista a questa giovane donna del caffè

Theresa Sandalj © 2018 Roberto Pastrovicchio Photography - All Rights Reserved
Theresa Sandalj © 2018 Roberto Pastrovicchio Photography - All Rights Reserved

’MILANO – Un’altra voce femminile per formare il coro di genere che muove il settore del caffè arriva da Theresa Sandalj proprietaria della Sandalj trading company che racconta la sua esperienza.

Theresa Sandalj: che cos’è per lei il caffè? Un ricordo, un’abitudine, un tramite?

“Il caffè è un po’ il filo conduttore della mia vita. Ci sono cresciuta, e quindi è ricordo: mi fa pensare a mio padre. Quando aspettavo con ansia il suo ritorno dai paesi d’origine, o quando ascoltavo rapita i suoi racconti. Il caffè è in conclusione la mia vita, passata e presente.”

Potrebbe descrivere il suo mestiere?

“Siamo importatori di caffè. Sembrerebbe un lavoro lineare, ma per la noi è un lavoro dalle mille sfaccettature: contatti con i produttori nei paesi d’origine, decine di migliaia di campioni tostati e assaggiati ogni anno; contatti con i nostri clienti in tutto il mondo, lo studio dei mercati e delle abitudini di consumo.”

Quando Theresa Sandalj ha deciso che il caffè, la cultura del caffè avrebbe potuto essere la sua strada professionale

“Da giovane ho avuto i miei dubbi riguardo quale carriera intraprendere e se magari scegliere un altro percorso lavorativo. Ma credo sia normale per tutte le nuove generazioni nelle aziende di famiglia. Ora non riesco a immaginarmi altrove.

E’ stata solo una scelta lavorativa oppure di vita?

“La seconda. Sono tornata a vivere a Trieste dopo una vita passata all’estero, quindi decisamente una scelta di vita.”

C’è stato un episodio particolare in cui ha pensato di non farcela e perché?

“Credo che episodi del genere capitino a tutti. Ma le difficoltà fanno parte di qualsiasi scelta, no?”

Che cosa direbbe a quella se stessa del passato, in difficoltà?

“Di avere pazienza (con me stessa principalmente) e di non lasciarsi sopraffare perché piano piano, un passo alla volta, si va ovunque.”

E invece, alle giovani donne che vogliono essere protagoniste nel settore del caffè?

“Il settore del caffè è variegato. Si può lavorare dal lato del consumo, nella torrefazione, nell’importazione, nei dipartimenti qualitativi: insomma c’è n’è davvero per tutti. Quello che mi sento di dire è che è un’industria interessante ma competitiva: oggi giorno è essenziale avere un “can do attitude” e darsi da fare; avere idee e perseguirle. Oramai chi fa solo lo stretto necessario (anche se bene) e niente di più rimane fermo dov’è. Per fare carriera e crescere è necessario impegnarsi, avere quell’idea in più, e non essere legati agli orari.”

La giornata tipo di Theresa Sandalj

“In azienda seguo progetti di strategia anche molto diversi tra loro. Dal collaborare con il nostro laboratorio di qualità oppure con il reparto estero per organizzare una fiera, o in amministrazione per interfacciarmi con i numeri quando c’è una nuova idea. Insomma, un po’ qui un po’, lì riesco a rompere le scatole a tutti.”

Pensa che, all’interno del suo ambito professionale, sia stato più difficile come donna, affermarsi?

“Non credo.”

Come ha visto evolversi il settore del caffè nel suo ambito specifico professionale?

“Ho vissuto in semi-prima persona, attraverso mio padre Vincenzo, la creazione della Sca (all’epoca Scae; n.d.r.). Erano anni in cui l’alta qualità del caffè veniva considerata marginalmente, e la Sandalj veniva vista come una creatura bizzarra con la fissazione per la qualità. La mia impressione è che il primo decennio di specialty sia stato caratterizzato da missione e valori ben precisi. Ancora non aveva appeal commerciale a larga scala.

Quindi chi lo portava avanti non lo faceva per ritorno economico bensì per responsabilità verso i produttori, il consumo futuro e il futuro stesso del caffè. Mio padre mi spiegava questo e aggiungeva “inevitabilmente eravamo in pochi”. Oggi lo specialty fa fatturare, e benché la scena rimanga caratterizzata da persone che seguono la sua missione originale, è anche in grande parte popolata di coloro che hanno deciso di cavalcare l’onda poiché fa bene al fatturato e al marketing aziendale.

Lo stanno quindi trasformando in una moda. Con tutti i pericoli che ciò comporta visto che le mode passano. Va fatto un lavoro serio e su larga scala, su qualità e sostenibilità a lungo termine. Perché chi lo fa solo per i numeri rischia di far saltare il lavoro e l’impegno di tantissime persone che invece ci hanno messo anima e corpo.”

Come intende la giornata internazionale del caffè?

“Credo sia importante festeggiarla con consapevolezza, soprattutto nei confronti del fondamentale contributo che le donne portano alla produzione del caffè. Non credo si possa continuare a romanzare al consumatore il caffè, quando la realtà odierna è spesso fatta di precarietà di produzione a causa dei prezzi eccessivamente bassi che mercati e consumo richiedono.

Il discorso da portare avanti con i consumatori (ma anche gli operatori stessi) a larga scala riguarda la consapevolezza. Mi auguro che questa giornata faccia riflettere sull’ostinata politica del caffè a basso prezzo. Quando invece un lavoro di diffusione di cultura sulla filiera produttiva del caffè ai consumatori porterebbe a garantire ai produttori una vita più sicura e dignitosa. Se un caffè consumato è buono, è in primo luogo opera del produttore, ed è necessario che il consumatore abbia la consapevolezza necessaria per sentire di ripagare gli enormi sforzi necessari alla produzione.

Qual è il tocco femminile che aggiunge qualcosa in più al suo lavoro?

“Il tocco femminile credo sia un po’ il mio approccio generale: si può fare tutto se ci si mette di “buzzo buono”, perché ogni donna impara molto presto che per poter fare tutto nella propria vita, non può dare spazio al “non si può fare”.”