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Tecnica: il segreto del Made in Italy sta tutto in un semplice cavo

GIOVANNI IN PERSICETO (Bologna) – «Lei lo sa qual è il punto di forza di una macchina per il caffè, cuore e simbolo dell’innovazione e della tradizione del made in Italy?». Poiché Gabriele Gianni è il direttore generale della Stefal, azienda che da quasi 40 anni progetta e produce cablaggi elettrici, la risposta pare scontata.

Il punto di forza, ovvio, sono i cavi.

«Sbagliato. I cavi, anzi, sono l’angolo cieco, quello a cui l’azienda produttrice non ha il tempo di pensare, e che può rivelarsi il suo tallone d’Achille».

Sta sminuendo il suo lavoro?

«Tutt’altro. Le aziende ci scelgono perché, dopo aver passato anni a ideare il proprio prodotto, averne curato gli aspetti innovativi, la tecnologia e la resa, non possono rischiare di inciampare su un cavo scelto male».

Ecco, voi cosa fate?

«Riceviamo dalle aziende il disegno di un impianto elettrico. Lo ingegnerizziamo insieme a loro, lo progettiamo in ogni sua parte, poi reperiamo sul mercato le migliori componenti, assembliamo e lo consegniamo al cliente e, in alcuni casi, lo montiamo direttamente su alcune parti di prodotto».

Solo macchine da caffè?

«Nell’85% dei casi. Si rivolgono a noi, tra gli altri, Saeco, Nuova Simonelli, Cimbali. Il resto è automotive, automatismi Faac e molto altro».

Perché vi scelgono?

«Per la cura che mettiamo nella coprogettazione, e la ricerca sulla qualità che ci ha portato a ottenere, negli anni, certificati su certificati: Iso 9001, Iso 14000, Umiq e poi omologazioni specifiche per gli stati esteri, come la Ul, valida per gli Stati Uniti».

Come si diventa esperti in cablaggio?

«L’azienda, tutt’oggi a conduzione familiare, è nata dall’intraprendenza di Germano Guidotti, un giovane perito chimico. Cominciò nel 1978 con le vernici. Ma è con i cavi arrivò la svolta».

C’era tanta richiesta sopita?

«In realtà per lunghi anni la Stefal ebbe un solo cliente, nell’automotive».

Il settore sbagliato, vista la crisi.

«Anche prima del calo delle vendite delle auto, il problema di quel mondo era la stagionalità del lavoro. Così nel 1998 la seconda generazione puntò a differenziare i clienti. L’obiettivo era crescere».

Ha funzionato?

«Da quell’unico cliente siamo passati ai 110 attuali.Dai 2 milioni di euro di fatturato agli 8,2 del 2014».

Qual è l’aspetto più difficile?

«Capire le necessità del cliente e progettare un cablaggio su misura per lui, supervisionando il lavoro di oltre 2.200 fornitori differenti».

Nel presente c’è uno stabilimento in Tunisia. E nel futuro?

«La sfida è lavorare cavi sempre più sottili, sempre più adatti alle dimensioni ridotte dei prodotti elettronici. Per farlo abbiamo comprato di recente due macchine automatiche capaci di effettuare lavori con cavi sottilissimi, con cui siamo in grado di effettuare micro-cablaggi prima impensabili».

Sempre in Tunisia?

«No, a Bologna. Lo stabilimento di Hammamet ha un alto livello professionale, ma certi lavori di precisione sono cosa da emiliani».

Simone Arminio