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giovedì 18 Luglio 2024
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Tecnologia blockchain per tracciare il chicco di caffè: la scelta di Messineo

Nasce in Italia un sistema di tracciabilità affidabile ed economico. Per ora è stato utilizzato per il caffè, ma, in seguito potrebbe essere applicato a ogni tipo di cibo. Così da garantire la provenienza e controllare ogni stadio della lavorazione

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MILANO – Tracciare il lungo percorso che intraprende il chicco di caffè, garantisce la provenienza e la qualità del prodotto. Tuttavia, richiede anche numerosi passaggi, e costose pratiche burocratiche.  Partendo da queste considerazioni, il mastro torrefattore Roberto Messineo, fondatore della torrefazione Caffè San Domenico di Sant’Antonino di Susa, ha deciso di sperimentare la tecnologia blockchain.

Così da accompagnare il proprio prodotto con una documentazione affidabile, immodificabile e garanzia di trasparenza assoluta.

Tecnologia blockchain: com’è nata l’idea

«Tutto è nato due anni fa, dall’incontro con i fondatori della startup Foodchain – racconta Messineo –. In occasione del Salone del Gusto abbiamo tracciato con blockchain, dalla cooperativa al consumatore, un sacco di caffè di São Tomé, presidio Slow Food.

Dopo la fase di sperimentazione abbiamo continuato a implementare il progetto. Oggi siamo all’80% della tracciabilità interna.

L’obiettivo è arrivare a poter risalire, attraverso un semplice codice QR sulla confezione di caffè, fino al contadino che ha raccolto quei chicchi.»

Al momento è Roberto a occuparsi di digitalizzare i documenti cartacei

Prende i certificati di origine, i documenti di trasporto, quelli sanitari e li carica in blockchain, allegando tutta la documentazione.

In un futuro non troppo lontano i passaggi di documentazione cartacea dovrebbero essere eliminati fin dall’origine. Già a partire dal produttore le informazioni verranno inserite direttamente in blockchain. A semplificare le procedure, ci penserà Foodchain.

«Abbiamo sviluppato un’app per l’inserimento di dati in blockchain – spiega Marco Vitale Ceo della startup insediata a ComoNext –. Un cellulare è dunque sufficiente, non si richiedono tecnologie complesse.

Il coltivatore, ad esempio, potrebbe scattare una foto della raccolta, aggiungendo la localizzazione del campo, la qualità e i chili di caffè raccolti. In questo modo verrebbe certificato il punto di partenza della catena».

A ogni passaggio (cooperativa, importatori, torrefattore) si aggiunge un nodo certificato e immodificabile, che diventa garanzia di una tracciabilità completa del prodotto e della sua qualità.

Non solo, un semplice codice QR permette di ricostruire e raccontare al consumatore la storia delle persone che ci sono dietro al prodotto. Diventando così vetrina per il contadino, l’importatore o il torrefattore.

Migliore qualità del prodotto

«Costi bassi e serietà scientifica sono i punti di forza di questa tecnologia blockchain; molto utile soprattutto per i piccoli produttori che puntano sulla qualità – spiega Roberto Messineo .–

Una volta creato il sistema su misura per la singola ditta, il risparmio sui costi di certificazione può oscillare tra il 70 e il 90 per cento.

Stiamo cercando di coinvolgere gli altri torrefattori che fanno parte di Slow Food e abbiamo preparato un manuale dettagliato, che spiega tutte le fasi per l’inserimento delle informazioni in maniera molto semplice.

Inoltre abbiamo raccolto l’interesse di una ditta olandese di movimentazione del caffè, tra le dieci più importanti del mondo. Intorno al progetto l’interesse sta crescendo.»

E più in generale sta crescendo l’attenzione intorno alla blockchain, come conferma Marco Vitale

«Ci occupiamo di questa tecnologia dal 2012. Quello che abbiamo fatto nei primi quattro mesi del 2018 è molto più di quanto realizzato nei sei anni precedenti.

La collaborazione con San Domenico ci ha permesso di approdare sul mercato, i prodotti di Roberto escono con codice univoco ormai da circa un mese.

Più in generale, l’interesse sul tema cresce velocemente. Anche da parte delle aziende e in Italia. Tra la fine di quest’anno e il 2019 si concluderanno le fasi di sperimentazione e la maggior parte dei progetti diventerà operativa.»

I risultati della prima ricerca dell’Osservatorio Blockchain & Distribuited Ledger della School of Management del Politecnico di Milano

Gli esempi a livello mondiale sono ancora pochi: appena 331 e solo 172 sono almeno in fase di test operativo. Tra questi l’Agrifood rappresenta il tre per cento.

Mentre è molto più massiccia la presenza di progetti mirati a tracciamento e supply chain. (67, che valgono poco più del 30% del totale).

«Abbiamo alcune sperimentazioni in corso con altri partner. Dai prosciutti alla gestione dei mercati ortofrutticoli. Soprattutto per i freschi, il rispetto dei tempi e delle temperature è fondamentale.

Con la blockchain si potrebbe avere una certificazione attendibile – spiega Vitale –. Ma la tracciabilità non è importante solo per il cibo; poiché siamo di stanza a Como stiamo sperimentando nel settore tessile

L’interesse per la blockchain non arriva solo dal settore finanziario

Un ambito che pure copre il 59% dei progetti censiti dalla ricerca del Politecnico di Milano, ma tocca anche i settori alimentare, delle assicurazioni, della logistica e della salute.

«Soprattutto, potrebbe avere un impatto significativo per il made in Italy di qualità, come garanzia di tracciabilità e anticontraffazione – conclude Roberto Messineo –.

Non è facile farlo capire a tutti, c’è chi si spaventa davanti alla tecnologia, la si associa ai Bitcoin, la si vede come troppo complessa.

Noi vogliamo provare a offrire un esempio concreto da cui partire. In fondo, sono convinto che i veri artigiani abbiano un dna rinascimentale. Quando nelle botteghe si facevano ricerca e innovazione.»

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