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Starbucks in Italia? È invece l’espresso italiano che va alla conquista del lifestyle Usa

Le potenzialità del caffè italiano sono notevoli, gli spazi sui mercati stranieri assai promettenti, come dimostra l'ingresso sul mercato americano del caffè top di gamma firmato dall'Antica Tostatura Triestina e da Imperator

gestori inchiesta qualità caffè
Un giovane food blogger esprime la sua opinione sul mondo del caffè in Italia

MILANO – In vista della prossima apertura di Starbucks in Italia, la paura è quella che l’espresso venga sorpassato dal caffè americano. Proponiamo allora questo articolo di Carlo Valentini, che indaga la prospettiva opposta. Ovvero: negli Stati Uniti, l’espresso italiano come se la cava?

Stati Uniti conquistati dal made in Italy

A New York si beve caffè triestino. Dove? Alla Bottega del Vino davanti al Plaza sulla Fifth Avenue, da Daquadrio tra la 73 e Madison Avenue, nei locali di Joe Bastianich a Tribeca; nei caffè di Martha Stewart, il più famoso è sull’Hudson River Park.

Altri locali si stanno aggiungendo. Anche grazie a una superlativa recensione della qualità di questo caffè tutto-italiano, i chicchi selezionati da Imperator, tra i principali importatori italiani di caffè di qualità, e la miscela firmata da Antica Tostatura Triestina, apparsa sul New York Times.

Un passo avanti nella battaglia per promuovere l’espresso all’italiana

Una battaglia per conquistare i gusti degli americani. Abituati ai beveroni di pseudo-caffè magari proposti col tricolore in vetrina anche se di italiano non hanno nulla.

«Anche in Russia, Canada e nei Paesi Ue possiamo intercettare una domanda di caffè in crescita», dice Alberto Polojac, responsabile export di Imperator. «Dobbiamo però rinnovarci e sviluppare una gamma più ampia e diversificata di prodotti».

Come si stanno modificando le abitudini dei consumatori

«Vi è la riscoperta della tradizione della moka», risponde Polojac. «Per quanto riguarda il mondo del bar si registra una contrazione della domanda, che potrà essere superata solo se i gestori sapranno avviare un profondo rinnovamento dei locali e della loro offerta.

Sta avvenendo per alimenti e bevande, e anche l’offerta del caffè ha bisogno di articolarsi in un modo più ampio. Comprendendo più miscele e diversi metodi di estrazione.

Un po’ come avviene nel vino. Non si chiede più un bianco o un rosso ma un particolare vitigno. Così non ci dev’essere una domanda genericamente di caffè ma del tipo di caffè che più incontra il proprio gusto. Ne consegue che l’offerta dovrà essere diversificata».

Ogni giorno nel mondo si bevono più di 2 miliardi di tazzine di caffè

In Italia sono attivi 700 torrefattori e il valore complessivo della produzione è attorno ai 3,4 miliardi di euro. Alla base della filiera c’è la materia prima: il caffè verde, crudo.

Ne importiamo ogni anno più di 50 milioni di chilogrammi e tra le fluttuazioni dei prezzi dovute a quantità e qualità delle produzioni, l’import si colloca ogni anno attorno al miliardo di dollari. (mentre lo Stato introita 240 milioni di euro di Iva all’importazione).

Si esportano invece 150 milioni di chilogrammi di caffè torrefatto

Una quantità più che raddoppiata negli ultimi dieci anni. Quanto al mercato interno, ne consumiamo 270 milioni di chilogrammi: nel 2014 abbiamo speso in tazzine 1 miliardo e 100 milioni di euro (dati Nielsen).

Ci spetta la palma dei più tradizionalisti

Se in Francia capsule e cialde hanno raggiunto oltre l’80% della domanda, da noi valgono per ora solo il 12,7% del mercato.
Le potenzialità del caffè italiano sono notevoli. Gli spazi sui mercati stranieri assai promettenti, come dimostra l’ingresso sul mercato americano del caffè top di gamma firmato dall’Antica Tostatura Triestina e da Imperator. «Cerchiamo di dare il buon esempio», dice Polojac, «sviluppando rapporti diretti con i Paesi produttori.

Il caffè non va considerato una commodity

Piuttosto il risultato di una complessa filiera che prende il via dai luoghi di coltura e da chi lo coltiva e lo lavora. Investire in formazione, in trasferimenti di esperienza, di cultura del caffè significa sostenere crescita e sviluppo in Paesi come il Ruanda, luogo ideale per la produzione.

Proprio grazie a questa piantagione potrebbe diventare un esempio di emancipazione per tutta l’Africa, un Continente che ha bisogno di uscire da una situazione di povertà e arretratezza».

La Bbc ha lanciato alcuni giorni fa un allarme sui cambiamenti climatici che metterebbero a rischio alcune colture, a cominciare proprio dal caffè.

Un j’accuse condiviso da Polojac

«Il cambiamento del clima a livello globale influisce pesantemente sulle colture ed è senza dubbio preoccupante. Ciò che mi spaventa maggiormente è il fatto che il problema per lo più non riceve la dovuta attenzione.

I cambiamenti in corso, infatti, hanno conseguenze dirette sulla produzione e sulla varietà colturale e contribuiscono a innervosire il mercato, sempre più spesso in balia degli speculatori».