martedì 16 Agosto 2022

Schiavon commenta il Woc: “Sanapo ha ragione”

Schiavon:" Il mondo del caffè italiano non era al Woc perché si trova a proprio agio nella comfort zone che si è ritagliata, fatta di consuetudine, di sentito dire e di approssimazione. Siamo impegnati nei giri di danze come sul Titanic ed intorno a noi il mondo è totalmente diverso, alle volte avverso."

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MILANO – Antonio Schiavon, business development manager di Espresso Coffee Shop torna su queste pagine a commento dell’osservazione fatta durante il primo giorno del World of Coffee di Milano, portata avanti da Francesco Sanapo: la considerazione sulla poca presenza della torrefazione italiana tra gli stand del roaster village, ha aperto il dibattito e continua ancora oggi, a distanza di qualche giorno dalla chiusura dell’evento mondiale, a far riflettere gli addetti al settore.

di Antonio Schiavon

Schiavon: “La domanda di Francesco (Sanapo) su dove fosse la scena caffeicola italiana mentre a Milano si svolgeva il Woc è, chiaramente, provocatoria”

“La risposta la conosciamo bene: il Belpaese è vittima del suo campanilismo, della faziosità e della connaturata tendenza a giocare per sé e non come squadra. Alcune aziende che esponevano sono solo formalmente italiane ed appartengono a fondiarie apolidi dove l’interesse non è sul prodotto ma sulle acquisizioni. La fine della genialità italica è proprio in quello svuotamento di senso che è la riduzione del “capitale umano” a “costo” dove i rapporti interpersonali sono visti solo nella misura della ricaduta sul fatturato.

Poche realtà italiane erano all’interno del cosiddetto “roaster village”: eppure il concetto di villaggio dovrebbe esserci caro. Ma forse abbiamo perso il senso della comunità e della trasmissione del sapere (cioè di quello che etimologicamente è “tradizione”). Si parla infatti di “community” e di “education” non tanto per un vago provincialismo rivestito da  esterofilia ma proprio perché per noi il mercato viene visto oramai sotto la lente della concorrenza.

Professionisti che rimbalzano da un’azienda all’altra sono spesso costretti a farlo (a me è capitato) perché non si riesce ad attivare una partecipazione ad un progetto condiviso, ad una visione comune perché siamo nati “imparati” e la concorrenza la vediamo spesso direttamente nei colleghi o nei capi imposti (molto lontani dai leader naturali).

Per quello che mi è stato dato di conoscere il mondo del caffè fuori dai patri confini mi pare che le cose siano diverse

In nessun ambito aziendale verrebbe detto al collaboratore “cresci o esci”: ci
sono occasioni interne di sviluppo delle competenze e del bagaglio professionale. Le riunioni-fiume nelle aziende italiane sono spesso inconcludenti e permettono atteggiamenti da politicanti che evocano scenari apocalittici o ridipingono la realtà con tinte fintamente rassicuranti.

Il mondo del caffè italiano non era al Woc perché si trova a proprio agio nella comfort zone che si è ritagliata, fatta di consuetudine, di sentito dire e di approssimazione. Siamo impegnati nei giri di danze come sul Titanic ed intorno a noi il mondo è totalmente diverso, alle volte avverso. La pandemia ha imposto il consumo domestico: c’è stata una crescita straordinaria del mondo “home barista” che in realtà assomiglia piuttosto al “barista at home”.

Nel segmento domestico ci sono delle macchine più evolute di quelle che si trovano nei bar, dove domina il comodato d’uso, dove chi vende caffè propone e propina soprattutto altro (sconto anticipato, finanziamenti etc.) e dove il tema stesso del caffè ha una importanza residuale.

Schiavon: “Fortuna che, con la calata del sipario sul Woc di Milano, tutto questo si trasferirà in Grecia”

“Lì hanno inventato la tragedia, il teatro ma soprattutto ci hanno insegnato a pensare. Francesco (Sanapo) ha ragione: la sua è, in fin dei conti, una domanda socratica che dovrebbe portare ad acquisire una consapevolezza di sé per aiutarci a pensare criticamente. Forse un rinnovato mondo del caffè italiano sarà la prossima Itaca… per ora si vedo molte derive all’orizzonte e pochi approdi. Stiamo ancora tentando di darci una risposta sul prezzo del caffè al banco: dovremmo avere il coraggio di dirci che “il caffè” non esiste. Esistono “i caffè” nella loro pluralità e nell’estensione di tutte le loro declinazioni possibili.

Il fenomeno specialty si ridurrà, se è una moda, (forse è quello che molti si augurano) ma ha già attivato un percorso di maturazione che non può non venire colto e valorizzato.
Non possiamo che giocare in difesa dicendo che l’acidità non è un crimine, magari dicendolo proprio in inglese e tutto quasi a giustificarci perché non abbiamo colto appieno la possibilità di rinnovarci che ogni tendenza, se legata alla ricerca della qualità, impone. Ma per ora il nostro naufragare ci è ancora dolce. Francesco, resta sul caffè ed evita la cicuta: abbiamo bisogno di porci ancora delle domande per capire dove siamo e soprattutto dove non siamo, come al Woc.”

Antonio Schiavon

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