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Povertà dei coltivatori: ecco che cosa non funziona nella filiera

Uno dei principali problemi delle organizzazioni risiede nei limiti che queste pongono su quale sia il tipo di piantagioni di caffè che possa esser certificata come "fair trade". Molte farm più piccole potrebbero ricevere questa certificazione, ma quelle più grandi con un numero più elevato di dipendenti, non rientrano nei requisiti

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Cosa succede lungo tutta la filiera?

MILANO – Il settore del caffè sta obbligando tutte le aziende del settore, grandi e piccole, a riconsiderare il proprio ruolo nella lotta contro la povertà globale. Questo è un dato di fatto, anche se ci sono ancora alcune imprese che cercano invece di aggirare il problema, contribuendo così però ad aumentare le diseguaglianze nella filiera. Ecco come questo meccanismo delicato, dove la parola “equilibrio” non è sempre rispettata, è descritto nell’articolo in inglese apparso su borgenmagazine.com.

Povertà globale e Caffè: che relazione hanno

E’ una realtà ben conosciuta quella che vede i Paesi produttori del chicco come anche quelli che versano in condizioni di povertà estrema, dove i contadini conducono delle vite al limite della sopravvivenza. Per esempio, in Costa Rica, è stimato che circa il 25% dei contadini vivono al di sotto della soglia di povertà. In Nicaragua la percentuale tocca il 50%. Questi agricoltori sono delle prede facili dello sfruttamento e spesso lavorano in condizioni terribili e a salari insufficienti.

In aggiunta, il cambiamento climatico resta una minaccia concreta alla stabilità economica delle piantagioni di caffè. Se un coltivatore ha un brutto raccolto, non può in alcun modo guadagnare.

I venditori di caffè nei Paesi in via di sviluppo

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