domenica 26 Settembre 2021

Ma le palme regalate da Starbucks Milano le ha digerite? A quanto pare no

Diffuse negli esterni milanesi fin dall’Ottocento. Sono previste dal progetto M4 nella piazzetta di via San Vittore, i cui rendering, in questi giorni, hanno fatto riemergere una polemica datata 2017

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MILANO – Chi se le scorda le tanto amate e odiate palme di Starbucks spuntate in Piazza Duomo come anteprima dell’arrivo del colosso Starbucks proprio nel capoluogo lombardo? La risposta vera è: nessuno. In effetti, l’astio verso queste piante che sono per altro presenti sul territorio in diversi punti della città, non si è ancora esaurito. Leggiamo i dettagli dall’articolo di Giacomo Valtolina su milano.corriere.it.

Palme milanesi sotto accusa (ancora una volta)

Per sgomberare il campo dagli equivoci, innanzitutto un fatto: le «palme della discordia», diffuse negli esterni milanesi fin dall’Ottocento, non sono quelle tropicali da cocco o datteri, bensì piante di origine himalayana, alte e «pelose» lungo la corteccia, capaci di resistere alle temperature più rigide. C’erano prima dei 41 alberi piantati da Starbucks in Duomo e ci saranno dopo il progetto M4 nella piazzetta di via San Vittore, i cui rendering, in questi giorni, hanno fatto riemergere una polemica datata 2017.

Solo sul suolo pubblico le palme sono quasi 200, in centro e in periferia, dal Ponte delle Gabelle alle case popolari di via San Paolino alla Barona, dalle scuole pubbliche (una ventina) ad aiuole, viali, parchi e giardini (Aniasi, Formentano, Lambrate). Dai centri sportivi (Lido e via Solari), al museo comunale del Risorgimento in via Borgonuovo.

Ma ancor di più si nascondono dietro mura private

Le più famose si accompagnano ad architetture di prestigio, come le ville attorno a via Venti Settembre. Lo scorcio da copertina delle musicassette di Sanremo si ammira in tutti i «villaggi» meneghini: in quello operaio di via Lincoln, tra le forme eclettiche di piazza Massari alla Maggiolina, o ancora a San Siro o nel complesso tra via Tabacchi e viale Tibaldi, dove le palme hanno come sfondo gli esotici nuovi edifici bianchi della Bocconi.

Basta alzare lo sguardo, per inquadrare istantanee a cui, anche se non ce ne accorgiamo, siamo in realtà abituati.

Ci sono palme all’ingresso della chiesa di via Brioschi al Ticinese e davanti alla chiesa protestante di via de Marchi verso Brera

In via Moisè Loria, dietro via Washington, c’è un intero parchetto. Ma le maggiori magnificenze sono nei chiostri delle dimore patrizie, nei giardini segreti di corso Magenta, delle Cinque vie e di Brera: 4-5 esemplari secolari fanno sembrare l’interno di una corte tra via Bigli e Monte Napoleone Beverly Hills, anche se Beverly Hills ai tempi della loro piantumazione era ancora solo un ranch.

«Parliamo delle Trachycarpus fortunei — spiega il botanico milanese Pietro Bruni — da non confondere con le più basse Chamaerops humilis, anch’esse presenti ma più diffuse tra la macchia mediterranea». Alberi importati in Inghilterra dalla Cina nell’800, come vezzo esotico, e quindi diffuse in Italia dall’Inghilterra, con le loro figure esili ma robuste, nelle residenze di campagna del Nord, vicino ai laghi e in Brianza, ma adattandosi anche in città.

È proprio il caso di parlare di «proliferazione» perché se le palme hanno il pregio della resistenza («Non hanno bisogno di manutenzione, né di luce solare diretta o terreni particolarmente ricchi e resistono fino a 15 gradi sotto zero»), si tratta di alberi fortemente infestanti, come il bambù, capaci di dar vita a un boschetto («Ma se confinate nelle fioriere sul selciato, non rischiano di spaccare tutto come i bagolari spaccasass, le cui radici emergono tra i binari del trama e sui marciapiedi»).

Nonostante la loro attualità nei rendering, le palme oggi paiono fuori moda

«Non le chiede nessuno: il calo è iniziato con i tempi del fascismo che le giudicava troppo esterofile. Un po’ come accade oggi. Quando ci fu il caso Starbucks sul forum del nostro sito Yougardner — spiega Bruni — ci fu un plebiscito di critiche per ragioni di “nazionalità”. Come se azalee od ortensie fossero italiane…».

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