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Ecco come le cosiddette nuove plastiche potrebbero rivoluzionare le capsule

Una sequenza del celebre corto "Kill The K-cup"

MILANO – Lo smaltimento dei rifiuti plastici è un’emergenza ecologia che investe anche il settore del caffè. Sul banco degli imputati, le capsule in plastica divenute in tutto il mondo un prodotto di largo consumo. Molti di noi ricorderanno “Kill The K-cup”, un cortometraggio horror-grottesco di qualche anno fa – divenuto virale sul web – in cui la terra veniva attaccata da alieni che bombardavano il nostro pianeta con le capsule.

Alla fine appariva anche un essere mostruoso fatto di capsule usate, che distruggeva tutto ciò che incontrava.

Negli ultimi anni, l’industria ha cercato di ovviare al problema avviando l’utilizzo di materiali compostabili.

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Ma la soluzione definitiva – per il caffè porzionato come per una miriade di altri prodotti – potrebbe  giungere dalla messa a punto di polimeri capaci di autoeliminarsi al termine del loro ciclo di utilizzo: una sorta di “morte programmata”.

Lo spiega Nicola de Muro, in un recente contributo pubblicato su La Stampa, che vi proproniamo di seguito.

“Mancano 2 minuti all’autodistruzione …”

“… mancano 60 secondi all’autodistruzione”. Era il drammatico conto alla rovescia che pervadeva la navicella spaziale del film Alien, invasa dallo spietato mostro-parassita. Il film di Ridley Scott sbancava i botteghini 40 anni fa.

Ma quell’annuncio dell’imminente autodistruzione della navicella Nostromo, che esasperava la lotta per la vita della protagonista Sigourney Weaver e angosciava gli spettatori, è invece il felice traguardo cui puntano i chimici di molte università americane, asiatiche ed europee: l’autodisintegrazione della plastica.

Un oceano di prodotti plastici

Il sogno è di smontare il perverso meccanismo che sta soffocando il pianeta sotto un Everest – o meglio un oceano – di rifiuti plastici: utensili di un utilizzo temporale molto limitato, addirittura usa-e-getta, come piatti, posate, cannucce, bastoncini di cotone, filtri per sigarette, che invece poi hanno una vita post-utilizzo incomparabilmente più lunga e si accatastano uno sull’altro all’infinito, con un riciclo planetario ridotto – secondo le ultime stime – al solo 10% del totale. La chiave per smontare il circolo vizioso è intervenire nella natura stessa dei prodotti, entrare in profondità nella materia per alterarne il corso di vita.

Obbiettivo opposto

Le plastiche sono fatte di polimeri (“molte parti”, in greco): cioè lunghe catene, libere alle estremità, di molecole identiche tra loro. Così è da sempre, da quando la plastica irruppe nella vita quotidiana, oltre mezzo secolo fa. L’ambizione massima per decenni è stata quella di creare materie il più possibile durature, di qui la morsa di residui che stringe la Terra. Ora l’obbiettivo è esattamente l’opposto, anzi quasi l’opposto: materie resistenti e stabili sì, ma solo fino al loro uso, poi la morte per degradazione.

Tornano in auge i polimeri instabili

Il segreto sta proprio nell’equilibrio del polimero. Fino ad oggi si puntava a polimeri massimamente stabili – per garantirne la durata – e si scartavano quelli instabili. Invece ora tornano in auge proprio gli “instabili”, che possano svolgere la loro funzione e, poi, disperdersi. Basta, dunque, con la rigida struttura a catene che ha contraddistinto e contraddistingue le 400 milioni di tonnellate prodotte ogni anno di polietilene (sacchetti per la spesa), politetraftalato (bottiglie) e polipropilene (cruscotti delle auto e capsule del caffé). Spezzare le catene, è questo il nuovo mantra dei chimici.

“Zippare” le materie plastiche

Per far saltare le catene e avviare all’autodistruzione la schiuma in poliuretano di un sedile o il lamierato di un mobile, bisogna prima comprimerle, “zipparle”. È questa la ricerca dei chimici: le catene vengono, cioè, costrette in anelli oppure incappucciate alle estremità. Poi, dopo l’utilizzo dello strumento, grazie a un preciso innesco, per esempio una luce ad alta potenza, un acido o una determinata temperatura di calore, le catene forzate vengono decompresse (unzipped) e il processo di degradabilità inesorabilmente avviato. Non ci vorranno più secoli per smaltire un pezzo di plastica ma molto, molto, meno. C’è un altro ordine di tempo da attendere, ora: che i polimeri sperimentali diventino economicamente attraenti per l’industria e i consumatori.

Nicola de Muro