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Addio a Mario Stoppani lanciò Peck nel mondo, lo Specialty qui

Con il passaggio alla famiglia Stoppani, nel 1970, iniziò l’espansione del marchio, sempre all’insegna della ricerca dei prodotti migliori. Leone Marzotto: «È stato lui a rendere l’enoteca Peck grandiosa»

mario stoppani
La sede Peck in Via Spadari a Milano

MILANO – Mario Stoppani, imprenditore che ha saputo rendere grande il nome di Peck al di fuori dei confini nazionali, si è spento lasciando dietro di sé la storia dei suoi successi. Grandissima la sua sensibilità nei confronti del caffè. Dagli anni ’70 fu tra i primissimi a vendere caffè specialty quando ancora il termine in Italia era pressoché sconosciuto. Faceva tostare il caffè in esclusiva. Molti ricordano ancora le colonne di vetro con il Jamaica o il Kona Haway o l’Harrar o il Sidamo. E la famosa miscela della casa. Nomi, origini che i più, all’epoca, scoprivano per la prima volta. Leggiamo l’articolo di Rossella Burattino su milano.corriere.it.

Mario Stoppani: un ultimo saluto

«Addio sommo Bottegaio che hai fatto immensa la cultura dell’attenzione, dell’accoglienza, l’arte del servizio al banco, hai inventato la grandeur delle enoteche italiane, sei stato con i tuoi fratelli comandante di un transatlantico della gastronomia italiana che al Mondo ha avuto ed ha avuto nessun uguale. Ciao Mario Stoppani. Grazie».

È morto Mario Stoppani, imprenditore che ha reso con i suoi fratelli un’impresa come quella di Peck (bottega nata al 2 di via Orefici nel 1883) famosa in tutto il mondo. Tantissimi i messaggi di stima e di affetto oggi sul Corriere della Sera, tra cui quello di Massimo Moratti e la sua famiglia, quello del presidente di Fiera Milano, Enrico Pazzali e il post pubblicato su Facebook dall’amico Guido Porrati, titolare di un’altra storica gastronomia italiana, «ParlaComeMangi Bottega Italiana» a Rapallo.

«Non ho avuto purtroppo il privilegio di lavorarci insieme come con i fratelli Angelo e Lino, ma il nome di Mario Stoppani risuona come una leggenda non solo da Peck ma in tutto il mondo eno-gastronomico — ricorda al Corriere Leone Marzotto, vice-chairman e ceo di Peck —. Era preparatissimo in tutto come i suoi fratelli, ma la sua specializzazione era il vino: è stato soprattutto lui a rendere l’enoteca di Peck grandiosa. Personalmente, di lui mi ha sempre colpito la sua grande cordialità, che coesisteva – a quel che si racconta – con altrettanta severità sul lavoro. Tutto Peck lo piange con gratitudine, stima e affetto. E siamo molto vicini a tutta la famiglia Stoppani per questa triste scomparsa».

La storia

Francesco Peck, il fondatore storico, era un salumiere di Praga, come ricorda la rivista Scatti di gusto. Nel suo negozio, in pieno centro, vendeva carni e salumi affumicati secondo la tradizione tedesca. Nel 1912 Peck si trasferì nella sede attuale a Milano, in via Victor Hugo, e iniziò a vendere anche prodotti di enogastronomia. La proprietà passò, poi, a Eliseo Magnaghi, e nel 1956 Peck venne acquistato dai fratelli Giovanni e Luigi Grazioli. Sono stati loro a introdurre i piatti pronti, l’asporto, il panino gourmet: la moderna pausa pranzo.

Con il passaggio alla famiglia Stoppani, nel 1970, iniziò l’espansione del marchio, sempre all’insegna della ricerca dei prodotti migliori.

La bottega di Peck è sempre stata un negozio di successo, frequentato dall’alta borghesia. Negli anni Trenta divenne anche un punto d’incontro di politici, intellettuali e artisti, fra i quali Gabriele D’Annunzio, Renato Simoni e Dario Niccodemi.

Le proprietà

La presenza di Peck nella vita di Milano è cresciuta negli anni, grazie anche a efficaci strategie di comunicazione. Succeduti ai Grazioli nel 1970, i fratelli Stoppani, figli di un salumiere, ampliano l’offerta di Peck, aumentando anche gli spazi. Ora da Peck si trovano gastronomia, salumi, formaggi, carni, panetteria, pasticceria, frutta e verdura, e una fornitissima imponente enoteca. Oltre al caffè Specialty in grani, come detto all’inizio, in eleganti colonne di vetro. I tre negozi (Rosticceria, Casa del Formaggio e Bottega del Maiale) sparsi nelle vie attorno a Via Spadari vengono riuniti in un unico locale.

Nel 1986 Peck inaugura la collaborazione con il gruppo Takashimaya, storica catena di department store giapponese, aprendo i suoi primi punti vendita all’estero. 21 negozi nelle maggiori città del Giappone, uno a Taiwan (2014) e uno a Singapore (2007).

In Italia, sempre a Milano, nasce il Peck Italian Bar (2001) al posto della Rosticceria di via Cantù; il bar è chiuso da un paio d’anni. Una tappa importante nella storia di Peck e della famiglia Stoppani è stata nel 2001, quando hanno affidato al giovane Carlo Cracco gli spazi in via Victor Hugo. Una intuizione felice: qui lo chef vicentino ha creato il suo ristorante, Cracco Peck, arrivato alle 2 stelle Michelin. Ristorante che si è trasferito in Galleria Vittorio Emanuele nel 2018.

Al suo posto, ora, c’è Carlo e Camilla in Duomo, che fa sempre parte del gruppo di locali di Cracco. A novembre 2011 Pietro Marzotto ha acquistato due terzi di Peck. Ad aprile 2013, dopo 43 anni, la famiglia Stoppani è uscita dalla proprietà, ceduta integralmente a Marzotto. Il proprietario è ora il figlio Pier Leone Marzotto, che ha proseguito l’espansione del marchio con l’apertura di due nuovi punti vendita milanesi, a Citylife e in Porta Venezia.

La tradizione

I figli di Mario Stoppani nel 2012 hanno stipulato un accordo con la famiglia Travaini e ottenuto la cessione di licenza d’uso del loro marchio «Il Salumaio di Montenapoleone» per la durata di dodici anni. Altro storico simbolo dell’enogastronomia milanese, Il Salumaio era un negozio in via Montenapoleone, chiuso e rimpiazzato da un ennesimo marchio di moda.

Ora, il Salumaio è una gastronomia e ristorante all’interno di palazzo Bagatti-Valsecchi. Mario Stoppani e la sua famiglia hanno contribuito a creare l’immagine di Peck a Milano e nel mondo, portata avanti con successo da Marzotto. Qualità, cura per i particolari, lavorazioni artigianali sia nei prodotti acquistati che nel grandissimo laboratorio interno. Il pacchettino della gastronomia Peck, tenuto al dito per il fiocchettino, è ancora uno status symbol. Come la coda davanti al negozio prima che si alzino le saracinesche: a chi fa la fila vengono offerti caffè e brioche.